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STOliJA L{
TEA Tiro IX ITALIA
PAOLO EMIII.IAWI-€;iLDI4JI.
INTRODUZIONE
VOf.UME UNICO.
FIRENZE.
SUCCESSORI LE MONiMER.
18G9.
A GIUSEPPE DE SPICHES RIFFO
PRINCIPE DI CALATI.
Inanimito dalla veneranda voce di un indilo ingegno a imprendere un lavoro storico sul Teatro Italiano, io lo serbavo a conforto de' mìei tardi {inni , in quella età nella eguale V uomo con diletto ineffabile ritorna allo studio delle arti consolatrici della vita che va mancando. Ma perchè a noi non è dato prevedere le vicissitudini delle cose umane e molto meno signoreggiarle, il mutare dei tempi mi ha fatto cangiare pensiero. Con quanta letizia leggevo negli stranieri diarii i trionfi di una no- stra insigne attrice, che levò di sé straordinario rumore nella metropoli della Francia rappresen- tando alcuni componimenti del Teatro nostro , con altrettanto rammarico io scorreva le lunghe fila- strocche dei critici, i quali, tranne pochissimi,
Giudici. — Si del Teatro in Italia. a
mentre esaltavano l'artista, vituperavano, mo- strando incredibile ignoranza delle cose nostre , la Italia e gV Italiani.
Alle oscene contumelie i nostri scrittori rispon- devano con le invettive o lo scherno; ma ciò a me non parve modo convenevole. Egli era mestieri maggiore indulgenza verso i vecchi vicendevoli ran- cori dei popoli, tratti in inganno da coloro ai quali importava così fare; e invece con animo pa- cato e pieno di fratellevole carità , a sembianza del cristiano che eserciti le opere di misericordia, il- luminare la loro ignoranza.
Fu questa la cagione che mi persuase a porre da parte ogni altro mio lavoro e compiere la Storia del Teatro in Italia: terreno quasi vergine, im-
perocché jiessiino , ch'io sappia, ha finora avuto il coraggio di inselvarsi nella infinita farraggine delle produzioni teatrali, di che per quattrocento e più anni è stalo fecondissimo V ingegno degli Italiani; nessuno nelle vicende storiche del popolo ha cercato le cagioni dello inalzarsi o declinare della drammatica nostra; nessuno finalmente ha concesso alla Italia il luogo che meritamente le spetta negli anncdi della drammatica risorta al ri- sorgere delle lettere dopo la notte delle età di mezzo. Deliberato quindi di rendere pubblico questo mio nuovo lavoro, io lo intitolo a voi, mio ono- rando amico. Lo studio lungo e il grande amore con che avete condotto a fine alcune' elegantissime traduzioni dei tragici greci, mi rende testimo-
nianza che voi singolarmente 'prediligete la dram- matica; e però facendo voti che vogliate arricchire le italiche lettere di altre versioni di capolavori ellenici, io penso che questa mia storia vi debba riuscire oltremodo gradita , mentre a me torna gra- tissimo che i miei lettori al primo aprire del libro lo veggano decorato del vostro illustre ed onorevole nome.
Firenze, i860.
PAOLO EMILIANI-GIUDICI.
STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
CAPITOLO PRIMO.
Drammatica greca. —Idea e forma primigenia. — Tragedia. — Commedia sicula. — Antica commedia attica. — Commedia nuova.
I.
È mio intendimento scrivere la storia della Dram- matica Italiana dal suo risorgere fino ai tempi nostri. Se a bene ragionare di qualsiasi specie di letteratura fa mestieri primamente indagarne la idea primigenia nella Grecia, la quale nello esplicamento della sua portentosa civiltà le comprende quasi tutte, in ciò che spetta al Teatro, cotesto riascendere alle origini elleniche diventa impreteribilmente necessario. Imperciocché il dramma è creazione al tutto greca; delle altre forme dell' arte si trovano vestigi in tutte le antiche e moderne letterature, ma quanto alla Drammatica i critici d'ogni tempo e d'ogni gente non hanno potuto scoprire la più lieve orma nei monumenti dei popoli che per la cultura pre- cedettero i Greci. Le moderne nazioni hanno bensì mo- dificato il dramma, ma non l'hanno trasformato in al- cuna delle sue qualità essenziali, per guisa che a colui il quale voglia narrare la storia dei loro teatri, riuscendo
Giudici. — ò't. del Teatro in Italia. 1
2 STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
inevitabile richiamarsi assai volte al dramma greco come a termine di paragone , è necessario definire e dimostrare la idea drammatica quale nacque e pregresse nella Grecia e massimamente in Alene, dove ebbe pieno sviluppo.
Questa parte del subbietto è oggimai, più di quel che a prima vista parrebbe, malagevole a trattarsi: pe- rocché i critici che di recente volevano illustrare le ori- gini della drammatica greca hanno messo insieme tal copia di sistemi spesso cozzanti fra loro , che quel poco che senza ambagi né imposture ne avevano tramandalo gli antichi non più si discerne fra mezzo al bagliore delle moderne dottrine, L' occhio dell' intelletto ne rimane offuscato, 0 perlomeno si trova nella condizione di chi voglia disegnare una statua, sulla quale da varie ed op- poste parti si versi senza misura la luce. In ogni modo la via più sicura per venire ad una conclusione che ap- paghi i savi filosofanti dell'arte, sdegnosi sempre della critica falsa e speciosa , è quella di riesaminare i monu- menti stessi dello antico Teatro e raffrontare le proprie osservazioni con quelle che ne hanno lasciato gli scrit- tori, ai quali il dramma greco era produzione viva. Se non che la impresa per noi non è mollo scabra, dacché non intendiamo fare, né anco a brevi tratti, la storia della Drammatica degli Elleni, ma solamente no- tare alcune idee che ci servano di guida e a un tempo ci esentino dalla necessità di lunghe digressioni nello storico svolgimento della materia. *
' Senza nominare gli stranieri — e alcuni sono dotti davveio — i quali in questo secolo hanno disputato sulla Drammatica Greca, esorto gli Italiani desiderosi di conoscere più largamente il sog- getto, a leggere ciò che ne hanno scritto il cav. Bozzelli, Della imilazione Iragica presso gli antichi; il prof. Silvestro Centofanti, Discorso sìM' indole e le vicende della lelleratiira greca; e G.-B. Nic- colini, Discorso sulla tragedia de' Greci e la nostra.
CAPITOLO PRIMO.
IL
Pensando come sia naturale all'uomo il manifestare i propri sentimenti per mezzo del dialogo, e come così fallo modo si mostri nei ricordi e ne' coslumi di tulli i popoli rozzi, una critica vaga di sottigliezze potrebbe riportare le origini del dramma, se non al tempo in che l'uomo, venuto a consorzio di famiglia, incominciò a servirsi del linguaggio articolato, di certo ai primordi delle genti e delle città. Come mai, direbbe per avven- tura taluno, è da supporsi che l'antica civiltà degli orientali non collivasse una forma la quale pare nata con l'uomo? Fu egli mestieri che corressero tanti secoli innanzi che si vedessero i primi vestigi del dramma? —A cotesti facili argomentatori si potrebbe rispondere con un esempio vivo ed eloquentissimo. Non ò cosa più agevole o naturale che quella d'intagliare al- cuni segni sopra una solida sostanza, e ritrarli in un' altra capace di riceverne la impressione ? e nondi- meno e' fu mestieri che passassero tutto il mondo an- tico e parecchi secoli del moderno , che le arti risor- gessero e diventassero presso che adulte, che perfino fosse inventata la incisione, innanzi che Guttemberg tro- vasse la portentosa arte della slampa. Dalla invenzione della camera oscura a quella della fotografia lo spazio sembra un solo passo, e non per tanto fu d' uopo che scorressero quattrocento e più anni prima che la chimica trovasse il modo d'improntare le immagini prodotte dall' ottica. Giù dunque tutte le sottili indagini dei critici, e si ammetta come cosa incontrovertibile che quella forma dell'arte, la quale a manifestare nel suo graduale svolgimento un fatto adopera il dialogo e lo
4 STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
accompagna di canto e di gesto, cioè di lirica e di mi- mica fu produzione nata spontanea fra le greche genti e non importata fra loro da alcuno di quegli Ercoli del pensiero che arricchiscono la patria cultura coi te- sori ritolti alle straniere conlrade.
In Grecia si era ben per tempo formata una letteratura nazionale. Quantunque ciascuno dei poeti dapprima ado- perasse il proprio dialetto natio, nulladimeno era inteso e pregiato da tutta la ellenica razza, sparsa dall'Asia Minore fino alla Sicilia. Il vero periodo della letteratura nazionale fu quello in cui Atene venne da tutti i Greci considerata come la comune metropoli. Benché ella osteggiasse le città che ripugnavano a riconoscere il suo primato politico, nessuna poteva negarle la lode di avere sostenute e strenuamente respinte le aggressioni degli stranieri, e salvata e per lungo tempo securata la indi- pendenza del popolo greco. Come ebbe vinti e ricacciati in Asia i Persiani, Atene, libera nello svolgere gli ele- menli lutti della sua civiltà, cominciò ad essere consi- derala qual sede del gusto.
I Greci, senza che avessero la idea delle odierne vaste monarchie centralizzatrici di tutte le forze materiali e morali nelle metropoli, avevano resa Atene convegno di tutti i più cospicui intelletti. Gli Ateniesi erano il po- polo più destro, arguto ed elegante, il più civile di quanti sono ricordali nelle antiche storie. Un ingegno che giungeva ad acquistare fama in Atene poteva es- serne altero come se gli fosse slata consentita da tutte le terre dove parlavasi la ellenica favella.
Ho accennato alla cultura di Atene, poiché ivi il dramma, dalle rozze sembianze primitive, la cui in- venzione le veniva contrastata da altre città, inalzossi alla esletica leggiadria, e divenne in breve tempo una delle tre grandi forme alle quali gli antichi riducevano
CAPITOLO PRIMO. 5
tultc le molte e varie specie della loro lelleratura poetica. Vero è che la drammatica venne dopo che erano già compiutamente esplicate l' epica e la lirica. Tutte e tre esprimevano tre differenti periodi nella storia del greco incivilimento. Lasciando da parte l'opinione di coloro che si atfannano a trovare i primordi della Drammatica nei dialoghi tramisti alla narrazione degli epici, e nelle odi dei lirici, bastavano le feste in onore dei numi per ispirare ai primi poeti la idea del dramma. Molte, anzi quasi tutte le loro feste o peculiari o generali, e in ispeciei misteri erano rappresentazioni drammatiche; le Eleusine, a cagione d'esempio, vengono da qualche vecchio scrittore chiamale un dramma mistico. Gli ele- menti del dramma vedevansi nei pubblici tripudi, nelle pompe funebri, nelle corti dei re, nelle case degli otti- mati, nelle piazze, nei templi e dappertutto. Gli antichi da Aristotile in poi concordano ad affermare che il dramma nacque dalle feste di Bacco ; anzi nella primitiva sua forma fu la stessa festa, la quale componevasi di mimica rappresentante in azione un fatto della vita del nume, e di un coro che cantando versi dichiarava allo affollato popolo gli arcani sensi di quella muta scena, e vi faceva su delle morali considerazioni.
Ma non parrebbe egli impossibile che da un canto allegro e quasi ebro, quale si suppone essere stato quello dei baccanali , nascesse la tragedia che è componimento solenne e pieno di luttuosissimi casi? Parrebbe, ove ar- gomentassimo secondo l'odierno signitìcato del vocabolo baccanale o festa in onore di Bacco. Gli antichi in esso veneravano il Dio della natura. La tradizione intorno a lui raccontava una lunga serie di vicissitudini non solo liete, ma anche dolorose; coleste gioie e cotesti dolori gli antichi credevano significati nel riso o nel pianto della natura. Quindi le feste del nume erano d' indole affatto
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6 STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
diversa : tutte erano accompagnate da un entusiasmo che rendeva immagine di ebbrietà; ma alcune, e in ispecie quelle che celebravansi in tempo di vendemmia, erano allegre, e lo spettacolo détte origine alla comme- dia; quelle celebrate nel verno erano lugubri; e da esse ebbe nascimento la tragedia. Come fino da quando ai Greci, fatti più umani, cominciò a venire in abbor- rimento lo inumano costume di celebrare le feste dei numi e i solenni funerali degli eroi sacritìcando vittime umane, e vi sostituirono altre cerimonie, così fino da tempi antichissimi alcune città, nelle loro feste, a Bacco sostituirono qualche eroe, come sarebbe il fon- datore della nazione. E supponendo ciò come certo , dacché quel che ne ricordano gli antichi fuga ogni dub- bio, lo spettacolo ha fatto il primo gran passo per di- venire un vero dramma, e ci richiama ai tempi di Tespi. 11 quale compose la tragedia con un solo personaggio, cioè al coro che cantava aggiunse un attore che par- lava con quello e all' uopo rappresentava i caratteri ne- cessari allo esplicamento dell' azione. Lo stesso modo seguirono il suo successore Frinico e altri drammaturgi, di cui non ci rimangono ne anco i nomi, finche surse Eschilo, che gli antichi e i moderni salutano co! nome di creatore della vera tragedia, di nume dell'arte dram- matica.
III.
Le innovazioni che egli fece nello spettacolo teatrale ingelosirono i sacerdoti, i quali, atterriti e trepidanti pel loro polente mestiere, vedevano il poeta, non che intromettersi, minacciare di signoreggiare una rappre- sentanza ordinata e governata solo da loro. Dicesi che lottassero a mantenerla nella sua forma critica e icra-
CAPITOLO PRIMO. 7
tico; c islriiip.enlo della ira e dei raggiri loro sembre- rebbe quel Cbcrilo cbc, mentre gli Ateniesi facevano plauso ai drammi di Escliilo, si ostinò a propugnare la veccliia testura dranimalica, e ogni riforma, ogni manifesto miglioramento cbiamò insania e profanazione. Ma perdio è fatale — ne vi è potenza creata cbc vaglia a impedirlo — cbc lo spirilo umano vada sempre in- nanzi, sì clic il moto, 0 come oggi si direbbe, il pro- gresso sembra precipua qualità della sua essenza , il dramma non solo si adattò alle innovazioni di Escbilo, ma a ([uellc più sostanziali di Sofocle, perde tutte le sue baccbicbe sembianze e assunse forma sua propria, forma prettamente artistica e al lutto scevra dalla sua primitiva indole onninamente religiosa. Ma perchè le umane costumanze tulle a un trailo non si diradicano, e vi è sempre sotto la corleccia delle cose un nesso che congiunge il veccbio col nuovo, i sacerdoti, i poeti provetti e que' cittadini die rimanevano tenaci delle vetuste tradizioni e amavano la poesia nelle sue forme primitive, dovettero tollerare cbe la tragedia non avesse più relazione con Bacco, ma vollero qualche cosa cbe, separata da quella , venisse insieme rappresentata : quindi l'origine del dramma satirico che accompagnava sempre ogni tragico spettacolo. Ma di queste specie di compo- nimento non cbe della commedia ragioneremo più in- nanzi.
Perchè il dramma antico era composto di due pre- cipui elementi, cioè del dialogo e del canto lirico, Escbilo nelle sue innovazioni non gli scompagnò, magli esplicò convenevolmente, anzi gli congiunse con più stretto legame armonizzandoli per modo cbe l'uno giovasse al- l'altro, ed entrambi cooperassero al perfezionamento dell' azione drammatica. Con queste due forme di poesia, congiunte ad altri espedienti, teatrali, come sarebbe la
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mimica e la danza, egli intendeva presentare quale spet- tacolo vivo agli Ateniesi un fatto narrato semplicemente dalla tradizione. TXon lo alterava nella sua essenza , ma vi faceva quelle modificazioni ispirategli dal genio del- l'arie, il quale in lui era stragrande. Chi non avesse letto e intentamente meditato un dramma d' Eschilo, dalla struttura di un moderno componimento male po- trebbe formarsi un' immagine sì della idea che degli espedienti teatrali, formanti un insieme tale da com- movere ad entusiasmo cinquantamila spettatori, ed avere un' eco per tutte le contrade abitate dalla greca famiglia. L'orditura, il disegno, o, per giovarmi d'un vocabolo recente ma proprio, il piano è semplicissimo; nessuna cognizione, o per dir meglio, sdegno d' ogni effetto che nasca dallo intreccio; nessun uso di personaggi secondari 0 introdotti dal poeta per solo studio d' armonizzare i gruppi delle sue scene; i personaggi di Eschilo armo- nizzano e piramidano da sé, e paiono somiglievoli a quelle statue monumentali che, rendendoci attoniti, ri- chiamano e accentrano tutte le potenze dell' anima altrui nello intelletto dell' opera. Il protagonista, il deuterago- nista, ovvero secondo attore, e il terzo che dicevasi tritagonista bastano col loro dialogo a svolgere per ogni lato l'azione, la quale poi rimane pienamente esplicata dal coro che in esse s'intromette e ne diventa partecipe.
Il coro è la parte piii controversa del greco teatro, ed è cosa incredibile a quante e quali dispute abbia dato origine. I critici, a sentirli ragionare partitamente, non patiscono inopia di argomenti con che rendere accet- tabile la propria opinione. Se non che io penso che i loro dispareri nascano un po' da vaghezza di novità — dacché nell'arie critica è virtù rarissima il confessarsi debitori di coloro che ci hanno preceduto — e un po' dal
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punto onde il critico guarda la cosa. Errano adunque in singoiar modo coloro che ragionando complessiva- mente di tulli i drammi greci, prendono i drammi di ciascuno per dedurne generali considerazioni. Imper- ciocché una deduzione ricavata da un coro di Euripide è falsa ove volesse spacciarsi come dedotta da uno di Eschilo. Onde avveniva che taluno nel coro vedesse un uditorio ideale, un testimone del fatto rappresentato; altri un mezzo con che il poeta manifesta i sentimenti morali da trarsi direttamente dall'azione : chi lo disse il senso retto dell'umanità, chi il poeta stesso che filo- sofeggi sopra la storia; altri molti altre cose, e tutte più 0 meno vere individualmente applicate, ma false qualvolta se ne faccia universale applicazione. Il coro, difatti, in Eschito è parte integrante del fatto, tolto il coro parecchie delle sue tragedie non si reggerebbero e cadrebbero giù quasi editìcio dal quale venga tolta via la colonna che lo sostiene, come ne fanno fede le Da- naidi e\' Eumenidi , mentre quelle di Sofocle e più anco quelle d'Euripide possono far senza del coro, e, tolto via questo, lo svolgimento dell' azione progredire egual- mente.
A me pare che non erri colui il quale sostenga il coro aiutare lo esplicamento morale dell' azione, peroc- ché i poeti, serbando pur sempre la sostanza tradizio- nale del fatto, ne variavano gli accidenti e spesso lo ri- foggiavano in guisa che fosse mirato da un lato onni- namente nuovo. La semplicità dell'azione non che la parsimonia del dialogo, che nella vecchia tragedia ac- cennava solo, non inviluppava il concetto, non eraflo sufficienti a destare negli animi dell' uditorio quelle po- tenti commozioni eh' erano scopo della rappresentazione drammatica. 11 poeta aveva mestieri che il coro, il quale era come un nesso congiungenle lo intelletto di lui con
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quello degli spettatori, aiutasse la costoro capacità o con parole dette in forma di vaticinio, o con morali consi- derazioni. In cosiffatta guisa i greci poeti schivavano uno scoglio nel quale i moderni e né anco i grandissimi maestri dell' arte hanno saputo evitare di rompere, quello cioè di raffreddare le passioni tramischiando al loro im- petuoso svolgersi sentenze morali e sottigliezze meta- fisiche, filosofando nel tempo che dcbhono solamente far mostra di sentire. Così la filosotla e la poesia, la mente e il cuore, che debbono operare concordi alla perfetta manifestazione estetica del concetto, si nuocono a vicenda e talvolta la distruggono; e il troppo mostrarsi deU' artifizio toglie al componimento drammatico gran parte dello effcllo senza il quale arte vera non esiste,
11 coro parimenti serviva a concitare la fantasia degli spettatori, e nel suo impeto lirico rapirla ai tempi cui si riferiva l'azione, tempi dei numi e degli eroi: onde il carattere primitivo della tragedia fu un ideale non
tramisto ad ombra di vita comune, ma avente quel tanto di realtà da non rendere impossibili o inintelligibili gli eventi rappresentati.
IV.
Per serbare perpetua cotesla idealità, gli antichi tragici si erano sobbarcati o avevano inventati alcuni espedienti che nuocevano non poco alla naturale imita- zione drammatica. Vuoisi che lo spettacolo tragico, quello spettacolo che faceva fremere, piangere, sdegnarsi, che metteva in tumulto tutto il popolo ateniese raccolto in teatro , fosse alcun che di quasi grottesco. Gli eroi erano stranamente vestiti; con singolari ingegni se ne ingran- diva la statura: maschere, coturni, lunghi ed ampli manti e cose altre siffatte. Gli attori, per quanto si vo-
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gliano immaginare esperti , non potevano non trovarsi notevolmente impacciali, in ispecie nel gestire, che era linguaggio vivissimo e intelligibilissimo, e sommamente prediletto al greco popolo. Oltredichè coi visi coperti d'una maschera non potevano mostrare quelle emozioni che scoppiano improvvise su le sembianze dello artista secondo il variare della situazione. Ed erano tutti sacri- ficii — mi giova ridirlo — fatti allo amore dell'ideale, imperocché il tono della poesia, sarebbe parso quasi ridicolo ove gli eroi non si fossero mostrati bene dissi- mili dagli uomini ordinari. Cotesti ingegni col progre- dire del dramma e per notevoli modificazioni recatevi dai posteriori poeti furono ragionevolmente messi da parte, e lo spettacolo ebbe svolgimento più naturale e quasi simile al nostro: e nonpertanto l'indole della tra- gedia, sì nel concetto che nello stile, rimase sempre ideale.
Ho detto quasi simile, imperciocché, sebbene i Greci avessero senso squisitissimo per le arti tutte, nondimeno, quante volte non veniva dato vincere gli ostacoli, lo in- gegno non era libero nel dare la convenevole forma alle sue creazioni. 11 teatro greco era assai dissimile dal nostro. Allorquando nel rappresentarsi una delle giova- nili tragedie di Eschilo, il palco di legno andò in rovina, coloro i quali presedevano a cosifTatti spettacoli, forse consigliante il poeta, provvidero che fosse edificato in pietra un teatro capace di contenere tutti gli adulti e li- beri cittadini d'Atene. Il disegno del teatro venne allora immaginato secondo la forma già assunta dal dramma, la quale era tale che si renderebbe impossibile eseguirvi una moderna rappresentazione. Eranvi luoghi designati, d' onde doveva uscire il protagonista e gli altri personaggi cosi che ciò solo bastava perchè gli spettatori senza co- gnizione del fatto intendessero qual parte rappresenta-
"12 STORIA DEL TEA.TRO IN ITALIA.
vano gli attori sulla scena. Il coro aveva anch' esso luoghi determinati; anzi era tenuto a cangiar posto se- condo che cantasse versi lirici aventi relazione col su- bielto, 0 s' immischiasse nell' azione. Decorazioni o mu- tazioni di scena, insomma illusione teatrale o non v'era, 0 era imperfettissima, e fu uopo che la tragedia fosse considerevolmente modificala ai tempi di Sofocle e d'Euripide, perchè il poeta chiamasse le altre arti mi- nori 0 sussidiarie per accrescere con lo effetto scenico lo effetto poetico del dramma. Certo e' diventa per noi incomprensibile ciò che gli antichi scrittori raccontano intorno agh straordinari commovimenti prodotti dalla vecchia tragedia. 0 debbono avere attribuito ai tempi di Eschilo ciò che spettava a quei di Sofocle e d' Euripide, 0 debbono avere inteso parlare di qualche rappresen- tazione dei drammi del vecchio tragico eseguita poi che la scenografia fu condotta a gran perfezione.
Nonostante le imperfezioni che si voghano imma- ginare in cotesla parte, vero è che il dramma greco po- teva dirsi alcun che di artisticamente compiuto. Siccome la rappresentazione drammatica era spettacolo che ac- compagnava le feste religiose, anzi di talune era parte precipua, il poeta, ovvero colui che presedeva allo spet- tacolo, veniva rimunerato a nome della patria. E però la scena divenne un' arena dove correvano a far prova di se e a vicendevolmente contrastarsi la vittoria, gl'in- gegni più cospicui di tutta la Grecia. L'arte del poeta drammatico era oltremodo diffìcile, e diventava occu- pazione e scopo massimo di tutta la sua vita. Egli era tenuto non solo a scrivere il dramma, ma a porlo, come oggi si direbbe, in iscena; quindi era suo debito inven- tare la musica dei cori, comporre la danza, ammaestrare gli attori e i coristi, infine all'aspettazione del pubblico egli doveva rispondere fino delle minime cose, e in tutte
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essere approvato pcrcliè gli fosse decretata la palma. Gli attori si ritiiieclevano espertissimi e perfetti anco nelle parti suballerne — seppure tale vocabolo non è erroneo rispetto alle tragedie d' Eschilo; — erano fuor di modo rari, e venivano mantenuti a publiliclie spese. L'nfficio di corista non era di lieve importanza. Icori componevarisi di cittadini liberi, i quali a guisa delle moderne coscrizioni militari, erano forniti da ogni tribìi dell'ateniese cittadinanza, e poscia aftìdati ad un ricco cittadino clie li facesse debitamente ammaestrare e ve- stire a sue spese. Il poeta drammatico, adunque, era un artista compiuto, e solo ne potrebbero rendere so- miglianza i maestri del risorgimento delle arti, come Giotto e r Orgagna , i quali facendo il disegno fonda- mento dell'arte loro, erano pittori, scultori, architetti, e talvolta sapevano praticare anco le arti minori sussi- diarie. Così che un' opera loro risultava un tutto com- piuto ed armonico, espressione complessiva d'una sola mente creatrice, un capolavoro inteso ad appagare il gusto di popoli, nei quali il giudizio procedeva di pari passo e quasi immedesimato con la fantasia.
A noi uomini per costumi, istituzioni, leggio reli- gione, cultura cotanto diversi dagli antichi riuscirebbe assai difTicile meritamente pregiare un dramma, mas- sime nella vetusta sua forma, cioè quale fu inventato da Eschilo.
Innanzi lui forse esisteva il costume di concorrere alla palma teatrale presentando tre tragedie in una volta. Ma certamente fu egli il primo a farne una trilogia, vale a dire tre drammi divisi rispetto alla forma , ma com-
GiuDlcl. — Sf. del Teatro in Italia. 2
44 STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
ponenti un solo insieme quanto al subbietto; come tre grandi alti di un solo dramma; sia perchè in tal guisa ei riputasse rendere più magnifico lo spettacolo , sia per- chè giudicasse cotesto mezzo il migliore a svolgere pie- namente l'azione. Vero è che un dramma di Eschilo, sebbene si possa separatamente vagheggiare come la- voro artistico, non adempirebbe solo al suo scopo mo- rale ch'era quello di mostrare le umane passioni pur- garsi per mezzo della sciagura. Il modo onde la trilogia era condotta sarebbe per noi un problema quasi inso- lubile se il tempo che ci ha rapito moltissime tragedie di Eschilo, non ci avesse avventuratamente lasciala la Orestiade, cioè Y Agamennone , le Coefore e YEumenidi, tre componimenti che formano iiisiemecongiunti una delle più preziose opere della greca poesia, modello d'arte, il quale serve da sé solo a dichiarare non che la idea essenziale del dramma, il vero significato de' vari agenti di quello, l'ulTicio del protagonista o degli altri perso- naggi, e del coro, e dei numi , e del fato, e la signifi- cazione morale e lo scopo dello spettacolo drammatico. Una moglie adultera, la quale per vivere in securtà col drudo vuole disimpacciarsi del marito e gli appone colpe vecchie e nuove per giustificare il delitto facen- dolo parere giusta vendetta: un figlio che dalle miserie dell'esilio ritorna alla reggia degli avi suoi, e per ven- dicare il padre uccide inesorabilmente la madre e il drudo; le furie che perseguitano e flagellano il matri- cida, il quale alla perfine viene assoluto, intercedente Minerva, dal più solenne tribunale della patria : è questo il tripartito soggetto della Orestiade. Il poeta nello svol- gere tanti orrendi casi che succedono per volontà d'una potenza misteriosa e soprannaturale, ti desta nell'anima mille passioni e ti conduce allo scioglimento per una via naturale e consentanea alle credenze di quei tempi, mo-
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s(randoti come la giustizia umana, strumento della di- vina, libera il colpevole da ogni rimorso e gli rida la pace della coscienza. L'animo nostro, che rimarrebbe pieno di raccapriccio e d'orrore alla fine della prima tragedia , che si chiude con un infame assassinio, e della seconda che finisce con uno spieiato matricidio, rimane soddisfatto e, quasi da un orrendo macello esca ad aura più pura, adora le tremende leggi delia divinità allorché nella parte terza vede l'uccisore della genitrice, preda delle furie , benché innocente, gettarsi nelle braccia de' numi e per opera loro purificarsi e acquistare la pace del giusto.
Questo fatto, e generalmente parlando, tutti i mi- tici subbietti della greca tragedia, potrebbero sembrare di poco interesse, o trattati dai poeti per solo lusso d'arte come i pittori moderni li dipingerebbero nelle pareti d'una sala; nondimeno erano nazionali quanto mai si possano immaginare, e perchè rappresentavano le vicissitudini dei patriarchi dei popoli erano ascoltati con bramosia maggiore di quella che avrebbero potuto destare i fatti contemporanei. INè si creda che la mito- logia fosse un ciclo necessario ai primordi della trage- dia, giusta queir ordine logico che a spiegar la vita pro- gressiva dell'umanità i critici hanno di recente inventato. Frinico, antecessore di Eschilo, quattrocentosettantasei anni avanti l'èra nostra volgare fece in Atene rappre- sentare le Fenisse. Un'altra sua tragedia era intitolala la Espugnazione di Mileto, cioè le calamità sostenute da quella colonia ateniese allorché venne in potestà dei Persiani. E queir Eschilo stesso che, qualora nella sua anima spirava la dea Poesia, pareva con le vaste ali del genio trasvolare lunga serie di secoli e cercare nella notte del tempo gli dei e gli eroi per condurli su la scena dinanzi agli occhi de' suoi concittadini, quello immenso
46 STORIA DEL TE.VTUO IN ITALIA.
Eschilo drammatizzò le storie de' suoi tempi; e splendida testimonianza ne fanno i Persiani, subbietto del quale egli e i suoi concittadini erano sfati parte.
VI.
Ma ormai, prima eh' io esponga alcune generali con- siderazioni sulla essenza non che sulla forma della greca tragedia, reputo necessario condurre i miei lettori per la via dei fatti, presentando loro a brevi tratti il disegno del Prometeo, che è giudicato la migliore fra le sette tra- gedie che ci rimangono di Eschilo, quella che è mag- giormente improntata dei caratteri distintivi del gran poeta, e il piii sublime componimento drammatico del- l'arte antica. Di questa immensa trilogia è perduta la prima parte, e della terza ci restano solo pochi fram- menti. Ma da questi, dalle indicazioni degli scrittori, e dalla seconda parte che abbiamo intera, non riesce im- possibile abbozzare il generale disegno dell'opera. La scena ci richiama ai tempi nei quali i numi, non crea- tori ma rettori supremi della umana famiglia, vinta la guerra contro i Titani, avevano raffermo il loro regno sull'Olimpo. Prometeo, che in quello immane conflitto aveva soccorso Giove, si era poi reso colpevole agh occhi di lui insegnando ai mortali 1' uso del fuoco e quindi tutte le arti che confortano e rendono lieta e si- cura la vita. Questa parte del mito era subielto della prima tragedia che chiamavasi Prometeo portatore del fuoco. La seconda è il Prometeo legato. La scena, che rappresenta le rive dello scitico mare presso il Caucaso, si apre mostrando il Potere eia Forza, che per comando di Giove ingiungono a Vulcano d' incatenare sopra un nudo scoglio Prometeo. Vulcano, commiserando la sorte
CAPITOLO PniMO. il
infelice e ingiustissima del suo consanguineo, non senza riluttare ojjbedisce al supremo comando; e lo sventurato nume, senza opporre ostacolo , e sdegnando di emettere un gemito al cospetto degli spietati ministri del suo op- pressore, si sobbarca alla immeritata pena. Ma appena i suoi carnefici si allontanano, Prometeo, rimasto solo e deserto in quegli orridi luoghi, si sfoga in dolorose grida. Le figliuole dell' Oceano accorrono e lo compian- gono. Ei narra loro la cagione dello sdegno di Giove, e sveglia nei loro cuori una ingenua compassione che pur lo consola. Quindi arriva il vecchio Oceano, che Io com- misera, ed esortandole a frenare la lingua, si studia confortarlo offerendosi mediatore a placare l' ira di Giove. Prometeo, altero della propria innocenza, sdegna ogni intercessione. Quindi nuove voci di pietà delle Ninfe Oceanine. Frattanto per quelle inospiti contrade passa randagia la ninfa Io , flagellata dalla cupa gelosia di Giu- none; favella con Prometeo, il quale le vaticina il se- guito e la fine delle dure angosce onde ella e tormen- tata; le rivela che dal seno di lei fecondato dal tocco della mano di Giove, uscirà una razza di re, e dopo parecchie generazioni uno de' suoi discendenti spezzerà le catene di Prometeo. Per ora gli alleggia lo strazio soltanto il pensare che, secondo un oracolo rivelatogli dalla sua genitrice Temi, il nuovo tiranno dei Numi sarà anch' egli caccialo dal trono d'Olimpo. Giove che ha udito il tremendo vaticinio, manda subitamente Mer- curio perchè stringa Prometeo a rivelare l' oracolo. II messaggiero, non ostante che gli minacci nuovi tor- menti, non giunge a vincere l'ostinazione di Prometeo. Questi mostrando gioia nel sentire che il suo tormenta- tore sofl're gli strazi del sospetto, si sfoga insultando quel vile ministro, il quale vedendo il colpevole immu- tabilmente fermo nel suo proposto, consiglia le Oceanine
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ad allonlanarsi ove non vogliano esporsi anche esse al prossimo scoppio della collera divina. Le Ninfe, che ormai parteggiano a favore dell' ingiustamente oppresso, ricusano di commettere una viltà, e rimangono: quando ecco Giove fulmina , tuona e scuote la terra ; lo scoglio si fende, e nel suo orrendo rovinìo inghiotte lo infe- lice Prometeo.
Comecché il morale insegnamento di questo dramma religioso, filosofico, politico, e, secondo il moderno parlare, veramente umanitario, si trovi fluire spontaneo da ogni parie di quello; comecché sia sublime spettacolo vedere 1' ente giusto e benefattore del genere umano in- giustamente punito e fra gì' immani tormenti tetragono sempre ai colpi della sciagura, e contento d'inasprire il flagello più presto che placarlo con atti vili e disonore- voli; nulladimeno l'animo degli spettatori rimane so- speso e punto soddisfatto; un' ardente bramosia di sapere e vedere oltre gli avverte che l' azione non è per anche compiuta, ed anelano procedere alla fine della gigantesca lotta. Per ora tutta la simpatia è per Prometeo, mar- tire ingiustamente punito, e l'avversione per Giove, capriccioso tiranno. Non ostante il poeta in tutta la tra- gedia non dà segni manifesti né occulti di spirito irre- ligioso. Giove, contro la ingiustizia del quale grida Pro- meteo , è lo esecutore dei decreti della inesorahile Adraslea , diva del Fato, personificazione della eterna e immutabile giustizia. Come dunque conciliare celesta idea del fato con la ingiustizia onde ò oppresso Prome- teo? Ciò era subielto dell'ultima parte della trilogia, cioè del Prometeo disciolto.
11 tempo cui si riferisce l'azione di questo dramma cangia ed è diviso per tredici generazioni dall' epoca in che succede quella del precedente. Prometeo ò sempre incatenato sullo scitico scoglio; alle antiche pene di lui
CAPITOLO PRIMO. 19
Giove ha aggiunto nuovo e più orribile tormento, un avolloio gli divora quotidianamente le viscere che sem- pre rinascono. Ora accade che Ercole, figlio di Giove e d'una giovinetta discendente dalla ninfa Io, passi pel luogo dove giace Prometeo. Ode la lacrimevole storia delle pene da lui per tanti e tanti annisolTorie a cagione de' beneficii impartiti all' uomo. E perchè Ercole è anche egli benefattore della umanità, per la quale erano già mutati i tempi, ravvisando nel gran Titano il suo pre- cursore, ne rompe le catene e lo hbera. Giove invece di fargliene divieto, lo vuole, imperciocché ormai gl'immani giganti che, minacciandolo di continuo, lo tenevano in paura, sono ridotti alla impotenza; è giunta la età degli eroi incivilitori del mondo ; i mortali sono divenuti più umani e conoscono i proprii doveri verso inumi; il ri- gore, la oppressura, la tirannide degli immortali non ha più ragione ed è cessata; 1' armonia tra cielo e terra ò ristabilita : 1' umana famiglia s' inchina riverente di- nanzi al Fato, legge suprema dell" universo, e venera i numi che ne sono semplici esecutori. La profezia di Prometeo è compiuta. L' immortale al quale accennava Mercurio , e che doveva scendere al Tartaro come con- dizione della liberazione di Prometeo, è Ghirone che, ferito involontariamente da un dardo avvelenato d'Er- cole, per sottrarsi ad un eterno tormento supplica e impetra di scendere sotterra. Giove, per evitare d'essere cacciato di seggio da un nume più potente, secondo r oracolo della madre di Prometeo, congiunge in ma- trimonio Teli dea del mare con Peleo eroe mortale.
VII.
Lasciando da parte la profonda significanza allego- rica che potrebbe cavarsi da questo dramma, come io
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sopra diceva, veramente umanilario, è uopo convenire che l'arte antica non ci ha lasciato opera nella quale, coinè nel Prometeo, si trovi tanto equilibrio e propor- zione di parli, tanta gradazione di tinte, tanto logico svolgimento di passioni, tanta sublimità di caratteri, tanto sentimento religioso, tanto allo concetto di libertà intellettuale, tanto effetto, insomma, conseguito con mezzi cosi semplici e a un tempo slraoidinariamente grandiosi. Gli spettatori uscivano dal tealro satisfatti , con la mente piena di grandi idee, e il cuore caldo di nobili sentimenti, dalle immagini presentate dalla poesia perfino la plebe che non poteva intendere le ardue spe- culazioni dei filosofi acquistava idea chiarissima dei tempi divini e degli eroici , e del loro progressivo con- giungimento, e dei destini dell' umanità, e della vera sua libertà, e del suo perenne progresso.
La tragedia di Eschilo è creazione maestosa e se- vera quali sogliono essere le opere dello ingegno in tempi di libertà aristocratiche, mantenitrici delle vetuste nazionali credenze. Eschilo con sommo rammarico ve- deva nei vecchi anni suoi pericolare le antiche istituzioni patrie, mentre il popolo trascinato dalla poderosa voce di Pericle tentava spogliare l'Areopago di ogni suo pri- vilegio. 11 poeta si studiò di celebrarlo additandone di- vina la origine, mentre lo moslrava come strumento che sciolga un nodo sì stranamente complicalo nella fine dell' Orestiade.
Il venerando tragico fu trionfato dall'unanime plauso degli amatori dell'arte, ma non ottenne lo scopo. La vasta onda della democrazia aveva rotto gli argini che dianzi ne frenavano il corso , e nefia sua rapina andava travolgendo ogni cosa. La filosofia senza sutlerfugi co- minciava a sceverarsi dalla religione, anzi accennava allo intendimento di scomporla e sottoporla a rigoroso
CAPITOLO PRIMO. 21
esame; e considerava favole quei miti e quei simboli clie per gli antichi Greci erano storie vere. I solisti an- davano acquistando reputazione: ferveva operosissima la vita pubblica , ed era venuta la pienezza dei tempi per un sociale rivolgimento. I superstili coetanei di Escliilo non erano più alti a propugnare il sentimento religioso delle sue trilogie, E perchè le arti letterarie sono espressione dei tempi, e il poeta parla al popolo fra mezzo al quale vive, e non ama spargere la voce nella trista solitudine d'un deserto, il dramma, accon- ciandosi alle nuove idee, cominciò a discendere giù dal- l'altezza intellettuale cui io aveva condotto Eschilo , co- minciò — mi si conceda il vocabolo — ad umanizzarsi. Questo graduale trapasso esprimono le opere degli altri due poeti che insieme con Eschilo tengono il trono della greca tragedia, voglio dire Sofocle ed Euripide.
vm.
La differenza che corre da una tragedia di Eschiio a una d' Euripide darebbe idea d' un gran salto fatto dal- l'arte più presto che d'un piano e logico progresso, se non esistesse Sofocle che, come anello intermedio li con- giunge. Sofocle ripigliando fra mani gli stessi subietti del suo predecessore li ridusse a forme più modiche ed umane; le sue figure però non sono semplici ritratti, di cui era agevole trovare i tipi nella natura vivente; sono bensì forme ideali ricreate nella mente dello artista che sappia nobilitare gli umani concetti, e suffusi di bellezza rappresentarli al popolo. E perciò Sofocle in lutti i tempi dai non appassionati critici ò stato giu- dicato il più perfetto dei tragici poeti, colui che toccò il sommo fastigio dell'arte e in quello sempre si man-
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tenne. Il dramma nelle mani di lui, come pianta che cresca a maturità educata dal solerte giardiniere che ne esplica e governa tutta la virtìi vegetativa, sviluppò non solo le forme esteriori, ma ne rimase modificato note- volmente nella essenza. Eschilo offre lo spettacolo della creatura libera e intelligente in perpetuo conflitto col Fato che inesorabilmente la spinge al bene o al male, ma per una via determinata e sola. Coloro i quali guar- davano alla sostanza materiale e, misi conceda il dirlo, alla corteccia del dramma antico, conclusero che agli eroi del greco teatro manca alcuna cosa perchè si possa in essi riconoscere quel perfetto ideale al quale per- petuamente tende l'arte; conclusero che l'umana crea- tura vi apparisse umiliata e quDsi avvilita come quella che sempre trovasi in balia del caso , ingiustamente oppressa dal Destino. Ed è gravissimo errore e cagione d' infiniti traviamenti confondere il caso cieco col Fato veggente. Il Destino è legge solenne, universale, im- perscrutabile ; immutabile dell' universo , alla quale stanno soggetti anco gli Dei, docili strumenti di quella, ed è alcun che di soprannaturale che agisce sulla natura, e quindi riesce impossibile che lo intelletto mortale ne giunga a comprendere la ragione. Era imagine, comun- que imperfetta, della superna Provvidenza del Cristia- nesimo, della quale l'uomo è tenuto a riverirei decreti come che possano sembrare repugnanti alla ragione e alla giustizia umana. Ma l'anima, appunto nella lotta che deve sostenere perchè il Fato si compia, mostra tutta la sua grandezza, la sua origine divina, la sua so- stanza spiritale e superiore alle cose corporee. Cosiffatto spettacolo, empiendo la mente di maraviglia, la illumina, si fa conforto ai travagli della vita, rafforza la costanza, desta l'aspirazione alle grandi cose, e fa che l'occhio nostro nella più cupa desolazione si rivolga alla virtù
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come a fiaccola da Dio sospesa al firmamento per fugare le lencbre della malcria. E però fra mezzo a' suoi fatali orrori la tragedia greca, mostrandolo spirito umano di- battersi sotto una forza incomparabilmente superiore ed uscirne vincitore o vinto, ma sempre grande ed eroe, era il più morale componimento fra le varie specie del- l'alta poesia; e bene fu dagli amichi filosofi la tragica idea dillìnila purgamento delle umane passioni per mezzo della sventura.
Sofocle, sebbene non rinnegasse il fato come superno motore delle cose dell' universo , quasi considerasse l'uomo qual libero sigFiore degli alti propri — tesi che la filosofia incominciava a discutere ma non aveva per anche stabilita — fece che le passioni si esplicassero da sé stesse, che i fatti succedessero come conseguenze di naturali cagioni. Chi avesse vaghezza di sincerarsi di questa osservazione, potrebbe raffrontare la Oresliade di Eschilo con la Elettra di Sofocle. ÌSelle tre tragedie del primo lo scioglimento dell'azione dipende dal corso che il Fato dà immutabilmente agli eventi; in quella del secondo pende tutto dal naturale esplicarsi delle passioni dei personaggi adoperati dal poeta a drammatizzare la storia. >'elle mani di Sofocle quindi la tragedia diventa uno specchio universale e perpetuo della umana natura; essa è l'arte esplicata in tutta la sua bellezza, della quale ella si giova come di raggio fecondatore che pe- netrando nell'anima la ravvivi e vi susciti l'ingenito germe della virtù; è il culto della virtù che l'uomo debbe venerare per sé stessa, non mai per terrore del- l'ira divina; è lo spettacolo tragico degno d'un popolo grandemente civile.
]Non pare che Sofocle si provasse mai nella trilogia; concorse bensì alcuna volta presentando tre tragedie in una sola prova, ma non sopra un solo fatto e intrecciale
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in guisa che componessero un solo poema drammatico. Forse levando gli occhi all'altezza dove era volatoli suo predecessore e maestosamente vi stava, con insigne pru- denza se ne astenne temendo che, preso da subita ver- tigine, non facesse una misera caduta. Nondimeno lo squisitissimo senso dei Greci seguitò a venerare Eschilo a segno che in Sicilia, dove morì, si facevano annui sa- crifici su la sua tomba , ma considerò Sofocle come il più perfello dei tragici poeti. Disse che è elegantissimo nello siile; che per vigoria e arditezza d'immagini e impeto d'orazione cede ad Eschilo, il quale talvolta è scabro e arido, dipinge a tocchi, talvolta mena il pen- nello con impelo che pare licenza, abbozza , accenna, ma non finisce, non esplica. In Sofocle tutto è dolce- mente sfumato , e la cura onde sono disegnate e con- dotte le sue figure e la stupenda prospettiva con che sono collocate dà loro il giusto rilievo. Alcuna volta ha un certo che d'affettato, amai doppi sensi, e vuole che gli uditori indovinino il significato di certe sue frasi. Ma a ciò fare era spinto dalle mutate condizioni dei tempi, I Greci, nei quah il naturale acume si era gran- demente sviluppato e già principiavano a farne abuso, amavano la novità , sdegnavano le cose comuni quasi fossero volgari, e abborrivano non solo lo scimmieg- giare, ma l'imitare. In quella età se alcuno si fosse mostrato fido seguace di Eschilo, e ne avesse maestre- volmente riprodotta la maniera, non avrebbe destato quello entusiasmo con che gli Ateniesi solevano acco- gliere una bella opera d'arte. Questi falsi vezzi, adun- que, non vanno giudicali come storture dello ingegno o aberrazioni del gusto di Sofocle, Ei non si lascia mai rapire dal tumultuoso procedere delle passioni, ma le predomina sempre e le subordina alle leggi del bello ; non va balzelloni, ma incede maestosamente, e con la
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sua magnificenza inebria e ad un tempo ci fa riverenti. Ei rappresenta l'arte attica nei suoi più venusti sem- bianti, è il Fidia della poesia drammatica, e sta fra la severa sublimità di Eschilo e la passionata leggiadria d'Euripide. È sempre filosofo, e spregiando le volgari superstizioni spira sentimento religioso conciliandolo sempre con la dignità dell'umana ragione: così egli ot- teneva riverenza dagli aderenti alla società che andava mancando, e dagli innovatori che la disfacevano per rifarla migliore.
IX.
Il mutamento delle condizioni sociali di sopra ac- cennato, erasi compiuto ai tempi d'Euripide. La demo- crazia aveva diradicate le istituzioni aristocratiche e progrediva a gran passi verso i suoi piij benefici effetti. Se non che una specie di anarchia intellettuale sturbava il corso alla vera civiltà. Ai vecchi filosofanti, pieni di fede e d'amore pel vero, erano succeduti i sofisti che scomponevano ogni cosa , vaghi più presto di sottiliz- zare e provare l' impossibile, che desiderosi di propa- gare r ingenuo culto della ragione. Si gridava riforma in ogni cosa sì nella vila pubblica che nella privata. I Greci in pochi anni sembravano avere percorso lo spazio di secoli: lettere, arti, scienze, feste, consuetudini, e tutte quelle cose, in fine, che testificano della civiltà di un popolo e insieme indicano i primi segni del suo corrompersi e declinare. Fra mezzo a cotesto univer- sale movimento la storia addita certe anime grandi che non si lasciano travolgere dalla corrente, ma o stando, 0 maestosi e lenti procedendo lungo la riva, contemplano la irrompente onda, e, non potendo frenarla, offrono lo spettacolo del loro imperterrito contegno. Euripide, seb-
GiLDici. — St. del Teatro in Italia. 3
26 STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
bene fosse di pochi anni più giovane di Sofocle e gli so- pravvivesse pochi mesi, appartiene tulio alla nuova ge- nerazione; la sua musa si scinde affatto dalle vecchie idee e canta le nuove. Ei si getta nel movimento filoso- fico, e sebbene convenisse con Socrate rispetto alla im- postura dei sofisti, pratica con essi, e nel considerare le cose umane si giova de' mezzi loro. Cercare quindi nelle sue tragedie la fede religiosa, il sublime sentire, lo eroismo di Eschilo, o la temperala sapienza, il giusto idealizzare, lo elegante scrivere di Sofoclee inutile sforzo. Egli soprattutto volle mostrarsi filosofo nella tragedia ; ma perchè le sue facoltà poetiche erano fecondissime, nei suoi scritti il connubio di cotesta sottile filosofia con la poesia è anche leggiadro. La tragedia quindi per lui riceve cangiamenti essenziali di concetto e di forma.
Quanto al concetto io credo che non si possa meglio definire che con le parole di Sofocle: Io rappresento gli uomini quali dovrebbero essere, tu quali sono. — Egli spogliò i suoi personaggi del carattere estetico onde erano stati presentati dai suoi predecessori, e li volevano gli spettatori dei tempi loro, e li rivestì di tutti gli acci- denti ordinari dell'umana vita. Era un pittore naturalista, cheperisludio di evidenza e d'effetto non teme alterare i costumi e i sembianti dei soggetti che pennelleggia. E però pose grandissima cura nei particolari e perfino nelle minuzie che parevano ed erano indegne deUa tra- gica grandezza. Il suo occhio penetra in tutte le faccende della vita, ei tocca tulle le passioni, e le adopera come soli strumenti a ordire la tela drammatica : quindi non più Fato inesorabile ma giusto, non più numi terribili ma venerandi; introducendoli lo faceva per ironia e spesso li tratteggiava in modo da mostrarli ingiusti e ridicoli al popolo fra il quale i sofisti propagavano la irriverenza.
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Fa mnravigiia come egli, clic s'era prefisso un si- inigliante scopo, rilraltasse i soggetti già trattati da' suoi predecessori, invece di cercarli nel ciclo delle storie umane o invernarli di pianla, come fece taluno de' suoi coetanei. Forse avrebbe voluto così fare, ma non po- teva. Gli spettatori s' erano familiarizzati con quei sog- getti mitici e amavano vederli sul teatro come i lettori de' poemi romanzescbi impreteribilmente ricbiedevano i personaggi della Tavola Rotonda o i paladini di Carlo Magno. Elena cbe in Omero è una matrona, e nella turpezza del suo fallo serba la dignità di regina, in Euripide diventa una volgare prostituta, cagione d'in- finiti mali al popolo greco. Similmente Oreste è un empio e snaturato matricida, e l'oracolo di Delfo che lo consiglia a commettere l'atroce delitto è una deità maligna ed iniqua. Il suo intendimento era, dunque, quello di porre in dileggio le assurde tradizioni religiose: audacia che gli provocava contro Tira dei sacerdoti e dei vecchi, taluno dei quali un dì, sorgendo fra mezzo agli spettatori, gridò Euripide essere un empio.
Quanto alla forma esteriore tre sono le precipue innovazioni nel disegno drammatico introdotte o am- pliate da Euripide. Primamente lo fece precedere da un prologo che per ordinario è una più o meno lunga chiac- chierala fatta da un nume o da un eroe che narra la storia da rappresentarsi, e a brevi tratti espone l'ordi- tura del dramma, e talvolta accenna allo scioglimento. Forse ciò fu espediente imposto al poeta dallo avere trasfigurati gli eroi e alterate le tradizioni della greca tragedia. Era necessario che gli spettatori preconosces- sero cotesti nuovi venuti, i quali sarebbe stato malage- vole a raffigurare sotto le strane sembianze. All'arte greca era ignoto l'uso teatrale di cui oggidì si fa tanto scialacquo per conseguire maggiore lo elTetto scenico.
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era ignoto, io dico, ciò clie chiamasi sorpresa. I poeti sdegnavano adescare la curiosità , che anzi credevano la ignoranza del siibietto — e a suo hiogo vedremo lo stesso Alfieri essersene fatto inviolabile precetto — sce- mare lo interesse: onde negli spettatori difficilmente si destava lo entusiasmo così necessario a gustare gì' inef- fabili diletti dell'arte. In secondo luogo Euripide, seb- bene fosse stato preceduto da Sofocle nel complicare maggiormente la favola — così chiamarono poscia i re- tori il fatto drammatico anco quando fosse desunto dalle storie contemporanee — nondimeno ne fece abuso di modo che taluno dei suoi drammi pareva un laberinto di casi. Allora, prodotta l'azione co' suoi episodi per un inatteso intreccio d' eventi verso lo scioglimento, inter- veniva un nume e tagliava il nodo. È questo quel mezzo che i retori chiamarono Deus ex machina. Quanto ciò dovesse nuocere al vero carattere del dramma è cosa che non ha mestieri di dimostrazione.
I cori nelle tragedie ti' Euripide hanno perduto non solo l'indole, ma l' ufficio che esercitavano nei tempi an- teriori. Spesso sono odi aventi qualche relazione con la favola , e venivano cantate fra atto e atto, cioè nelle pause, a gran diletto degli spettatori. E qualvolta s'im- mischiano neh' azione sono complici dei personaggi, .par- teggiano, congiurano con loro, li consigliano al male, non sono piìi giudici, ma parte delle azioni di quelli, né possono inalzarsi ai sentimenti morali a sembianza dei cori di Sofocle, molto meno essere strumenti della universale giustizia come quelli di Eschilo. Nulladimeno Euripide non poteva sceverare lo elemento lirico dal di- segno della tragedia: così facendo l'avrebbe distrutta. Dicesi anzi che i cori formassero la precipua magia de' suoi drammi, e che, quantunque oggimai sembrino un lusso melico richiesto dalla consuetudine, fossero le
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canzoni più popolari che prediligesse il culto popolo greco. Il dramnìa senzd lo aiulo di quelli può bene svol- gersi col solo dialogo; i personaggi dopo avere sotlil- menle ragionalo, dopo un duello di sentenze e d'epi- grammi, quante volte divengono concitati, si lasciano in preda all'impelo lirico e cantano. Ciò produce un maraviglioso etTetlo, e più presto che virtili speciale d' Euripide, era senso squisitissimo dell'arte ellenica. È storicamente provalo che le susseguenti generazioni , al- lorquando la severità dei costumi e della poesia era scesa nel sepolcro coi vecchi che avevano combattuto a Mara- tona, consideravano le scappale liriche d'Euripide come capolavori.
Si maravigliano i critici pensando come Euripide in bocca a' suoi personaggi ponesse quelle lunghe dicerie che tolgono moto all'azione. In ciò più che all'arte com- piacque ai tempi, imperciocché in una età nella quale il popolo si lasciava governare dalla potente voce dei de- magoghi, la eloquenza era arme efficacissima sì che l'arte oratoria era già diventata la precipua occupazione di tutti gli ambiziosi cittadini.
Considerando tutte coleste mende i critici sogliono tenere Euripide in un ingiusto dispregio, e negargli quelle peregrine doti che in gran copia gli erano state largite dalla natura. Il progresso del dramma da Eschilo a So- focle e ad Euripide era logico e quindi nella natura delle cose umane. Euripide aveva ingegno grande e non fatto per calcare le orme altrui; sdegnò quindi confondersi con la turba dei seguaci degli aniichi , e recò al dramma modificazioni che vi esplicarono nuove capacità, e lo ridussero quale poi sempre rimase secondo la forma che dicesi classica. Con lo scopo di porre più natura e meno idealità ne' suoi personaggi , senza esagerarne le forme, come pur troppo sogliono lare gli accesi di troppo zelo
3-
co STORIA DEL TEATRO IN ITALIA,
per quella che credono riforma, li concepì ed eseguì in modo che gli spettatori vi ravvisassero ruomo e ne ri- cavassero utili e pratici ammonimenti di morale e di vivere civile. E come quei dipintori che disperando di potere lottare con gli antichi maestri, i quali le loro opere componevano con poche ma gigantesche e terri- bili figure, sfoggiano varietà di grappi, e se non ispi- rano terrore, destano nuovo diletto, così Euripide ai severi disegni de' suoi antecessori sostituì complicanza d' intreccio e varietà di passioni cospiranti a un solo fine, e componenti quella simmetria e unità senza cui il hello non si manifesta compiuto. Fu egli il primo negli arcani concenti dell'arte a servirsi ampiamente d'una corda appena toccata da altri, voglio dire nelle sue favole diede luogo principalissimo alle donne: ficcò gli occhi ben ad- dentro ne' loro cuori, ne svolse le infinite e delicate pieghe, e le dipinse con arte squisita. Non solo lo fa spesso protagoniste dei suoi drammi, ma ne patrocina eloquentemente la causa; e in ciò compiaceva ai suoi tempi nei quali si gridava riforma alle condizioni del sesso gentile, che giaceva rinchiuso nel gineceo sotto la dispotica autorità maritale, a procreare figliuoli legit- timi. La sua musa adunque era ministra della giustizia sociale , imperciocché e' pare eh' egli intendesse a com- battere contro il male dovunque lo vedeva ; diffatti mentre blandiva le novità letterarie, morali e politiche de' suoi giorni, inveiva contro la plebaglia, i demagoghi e i ciurmadori d' ogni genere. Per la qua! cosa rari sono quegli scrittori che al pari di lui abbondino di sentenze, e precetti, e ammonimenti, e consigli, e non vi è autore pagano che con tanta frequenza e con maggiore venera- zione venisse citato dagli antichi padri della religione cristiana.
Come invano si cercherebbero in Euripide i pregi
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di concetto clic si ammirano in Eschilo e in Sofocle, cosi non vi è né lo siile energico e robusto dell'uno nò la maestosa ed alta eloquenza dell'altro. Euripide era artista a so stesso coerente, e dovendo adattare i colori ai suoi disegni , così come aveva ritratte dalla natura vivente le sue figure, le coloriva con le tinte ad esse convenevoli; voglio dire non pativa scrupoli a imitare la favella del volgo. E ciò parimente era inevitabile elTetlo della sua liforma. A compiere la quale il poeta obbediva alle leggi universali e perpetue che governano lo inge- gno dell' uomo. La idea tragica con Eschilo e Sofocle era pervenuta al supremo grado d'eccellenza, era, cioè, compiutamente esplicala secondo le leggi della estetica. Volendo muoversi era uopo o indietreggiare o andare innanzi; ed entrambi cotesti movimenti significano de- clinazione 0 discesa da quel superno punto, che, come il centro dell'arco, non può essere se non un solo. Pre- tendere che lo ingegno si fermi in quel punto, è colpirlo d'inerzia e privarlo di vita; il che ripugna all'indole sua sempre progressiva. Se la pittura, a cagione d'esem- pio, con Raffaello toccò la perfezione , sono eglino da biasimare i suoi successori che sdegnando di scimmiot- tarlo, si scostarono dalle orme di lui? L'arte certo traviò, ma acquistò nuove forze e nuovi mezzi a giovarsene; si spinse dentro un campo più vasto con un piìi vario orizzonte, così che, supponendo che ritornassero i tempi ad essa prosperevoli, e nascesse un genio grande al pari di RalTaello, dopo tre o più secoli potrebbe produrre mi- racoli superiori ai portenti dello artefice d'Urbino. Il quale esempio calzando bene ad Euripide, induce a credere che erri chi gli appone a colpa gì' innovamenti da lui recali nell'arte drammatica.
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32 STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
X.
Prima di concludere queste brevi considerazioni sulla greca tragedia, mi sia concesso avvertire che i ceppi /dentro i quali i retori involgevano dappoi il dramma chiamato classico, si voghono tenere come in- ventati nei tempi posteriori quando esso era morto o almeno turpemente corrotto. Io accenno a quelle che di- consi unità aristoteliche. I Greci non serbavano unità di luogo e di tempo secondo il rigoroso significato della frase, e come questa regola fu intesa dai capricciosi an- tichi e moderni interpreti del greco fdosofo. A convin- cersene basti esaminare parecchie delle tragedie lino a noi pervenute. Sì bene erano scrupolosi osservatori dell'unità d'azione che elegge estetica e tale da non po- tersi violare senza distruggere uno degli elementi ge- neratori del bello. Similmente fu un trovato posteriore l'uso di dividere in atti il dramma, e ai tutto fittizia e non sempre ragionevole la regola di partirlo in cinque, secondo che Orazio prescrive. Il dramma greco non aveva numero determinato d'atti: queste pause neces- sarie alla rappresentazione erano quante ne richiedesse l'indole della favola, e segnavansi dai cori. Il coro, e in ispecie quello che chiama vasi stasimo ed era cantato nel mezzo della orchestra, indicava i riposi, durante i quali quel personaggio ideale o moralizzava, o ecci- tando le passioni degli spettatori li predisponeva alle scene susseguenti. La complicata favola dell' Antigone è manifestamente divisa in sette atti , il Filottete in tre.
XI.
Parrebbe a prima vista molto strano il costume di far seguire lo spetlacolo tragico da un altro grottesco
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che rammcnla ru>o dei moderni teatri, nei quali dopo la rappresentazione di un dramma serio, se ne offre agli spettatori uno ridicolo che comunemente chiamasi farsa. NuUadimeno il dramma satirico non aveva nulla di comune nò per la idea né per la forma drammatica col nostro dramma burlesco. Il poeta prendeva a sub- bietti delle sue favole que' semidei o eroi che per la loro comunicazione coi numi campestri, e massimamente coi satiri si prestavano al grottesco. Cotesta specie di dramma nacque dalla convenienza che nello individuarsi della tragedia sentirono i poeti di puritìcare la rappre- sentazione tragica di tutto il grottesco che derivava dalla sua prima origine. Lasciarsi onninamente da canto non poteva, imperciocché, lo spettacolo drammatico essendo parte precipua delle feste in onore di Bacco, il popolo voleva sempre vedervene una immagine. Per lo che se ne fece qualche cosa di separato che non istur- basse la solennità della tragedia. Dopo la quale, agli spettatori, commossi dai lugubri eventi dianzi rappre- sentati, era non modico sollievo vedere le follie dei satiri, che, per essere il ceto buffo dei numi, abbando- navansi a ogni sconcezza di azione e licenza di parola: la quale cosa non poteva impunemente fare il poeta nella tragedia eh' era componimento gravissimo. Vuoisi che il primo a immaginare e praticare cotesta riforma fosse Fratina di Flio, il quale erasi condotto e fermato in Atene per rivaleggiare con Eschilo; ma adesso altro esempio a noi non rimane che il Ciclope d' Euripide. Così studiando gli scritti di questi tre grandi poeti, il critico può scoprirvi tutta la storia della greca tra- gedia. E seguendo il metodo di Giambattista Vico, po- trebbe considerare la tragedia di Escliilo come specchio dei tempi divini, degli eroici quella di Sofocle, degli umani quella di Euripide — ciò s' intende rispetto alla
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forma estetica — e concludere che la forma drammatica, la quale rende la poesia ^iva è una delle più stupende creazioni estetiche della mente dell'uomo, e che fu con- dotta a somma perfezione dai Greci. La eccellenza della tragedia era uno de' tanti effetti della loro squisitissima civiltà. In Grecia la vita pubblica era tutto: l'individuo spariva e confondevasi con la società. La gloria dello eroe era luce che si diffondeva sopra il popolo e la patria alla quale apparteneva. Religione, costumanze, lettere, arti concordavano a mantenere il pubblico decoro , il quale era supremo fine alla vita non che alle opere dell'ingegno. Dopo i tempi dei tre grandi tragici vari nomi ci sono rimasti, ma perchè le opere loro non sono a noi giunte, e quindi non hanno intluito punto sui moderni teatri, non è mestieri uè anco rammentarli. Vero è ad ogni modo che la tragedia andò sempre ca- dendo giii fino a che nelle mani di Teodette, coetaneo, di Filippo Macedone e di Aristotile, divenne una decla- mazione rettorica.
XIL
Bene considerando l'indole della commedia, che di qualunque forma si voglia immaginare, in sostanza sempre censura e pone in ischerno i costumi del popolo, 0, dirò meglio, le imperfezioni della vita umana, par- rebbe doversi concludere che la nascesse mentre la tra- gedia veniva decadendo. Imperciocché i popoli che con ardore ammirano i fatti degli eroi, non possono patire lo spettacolo delle debolezze dell' uomo se non dopo che il culto della virtù ha cessato di essere una vera reli- gione. Oltredichè è perenne legge di progresso che la mente in prima si esprima per sintesi, e poi per analisi, e quindi l'alta poesia preceda sempre la umile. Nondi- meno in Grecia la cosa seguì in modo che sembrerebbe
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(liVLTso dall' ordinario: la commedia nacque coeva alla tragedia, comecdiò alla sua perfezione giungcssealquanlo dopo. Lo elemento comico nella letteratura ellenica si era già considerevolmente intromesso fino da tempi an- tichissimi; i Greci leggevano certi vecchi poemi narra- tivi slmili alle nostre poesie bernesche, e la voce popo- lare ne diceva autore Omero. La qiial cosa, se non può essere rigorosamente vera, prova in ogni modo che la musa dello scherno non volle mostrarsi da meno delle sue sorelle, e ben per tempo ispirava i suoi cultori. La commedia a somiglianza della tragedia fu in ori- gine uu canto lirico. Kolavamo più sopra che siccome questa era nata dallo entusiasmo con che i Greci cele- bravano le feste di Bacco rammemorandone i dolori, così quella nacque dal medesimo principio nelle feste conimemoratrici delle gioie di quel Dio della natura. Quanto tempo il comico componimento rimanesse nel primo stadio della sua infanzia è cosa che non poterono affermare nò anche i critici antichi , né anche Io stesso Aristotile, il quale, ove gli manchino i fatti, si astiene scDDpre da ogni fantasticaggine. Vuoisi che i primi a dargli forma drammatica fossero i Megaresi, i quali conlemperando la prava usanza che avevano i giambici poeti di lacerare individualmente le persone, amavano ridere su le fatuità della vita, ed è opinione che essi segnassero i primi tratti di quei personaggi che adesso chiamiamo maschere, e che altro non sono se non ge- neralità 0 personilìcazioni d'un popolo, d'un ceto, d'una setta e simili. Taluno sostiene che siffatti comici scherzi in Sicilia apparissero primamente nella città di Selinunle colonia dei Megaresi ; e ricorda parecchi poeti che acqui- starono nominanza: ma è opinione universalmente am- messa che il vero creatore di quella che gli antichi chiamavano Commedia sicula fosse Epicarmo.
36 STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
Egli era filosofo e contemporaneo d'Empedocle, e come lui giovavasi del poetico velame per propagare i perigliosi veri delle scuole pitlagoriche della Magna Gre- cia e della Sicilia: onde e' fu considerato principe della commedia filosofica. Fonte ampia e ricchissima di su- bietti a lui fu la mitologia; sebbene dallo esteriore aspetto possa credersi che i suoi drammi comici avessero stretta somiglianza coi satirici, nulkidimeno erano diffcrenlis- sinii per la forma e per lo scopo. Mentre i filosofi suoi colleghi invece di porre apertamente in dubbio la esi- stenza degli Dei, e provocare la collera dei saceidoti, la crudeltà dei tiranni loro complici e la matta rabbia della plebe, vittima e perpetuo ludibrio di entrambi, speculavano a indagarne la sostanza , e li dicevano alle- gorie degli elementi della natura, Epicarmo ebbe il pen- siero di condurre i numi dall'Olimpo sulla scena comica, mostrando al popolo le debolezze, gli errori e per fino i delitti dei celesti, ch'erano raccontati anco nelle ve- tuste teogonie.
Lo ingegno dell'uomo per forza di sua natura, ove non rimanga consunto dagli ostacoli , tende ad aprirsi nuove vie quante volte quella che esso trova diventa impraticabile. E' pare che anche la commedia megarese diventasse alquanto sfrenata contro gl'individui, e fosse come il germe primo della commedia attica, opinione che i comici ateniesi non volevano ammettere. Dal che parrebbe doversi dedurre che se Epicarmo , invece di scrivere in Siracusa, avesse poetato in Atene, avrebbe forse filosofato senza velo o precorso Aristofane. Ma la tirannide dei principi siracusani non consentendogli li- bertà di parola contro le persone, e molto meno allu- sioni alle cose pubbliche, libertà concessa agli scrittori nelle democrazie, ci trovò lo espediente di quelle che diconsi convenienze , aguzzò lo ingegno ed ai comici
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sali diede quella urbanità, quella delicatezza, quell'am- modo in che sia tutta la grazia del comico componimento. Dai frammenti che ci rimangono degli scritti di Epicar- mo, si ricava eh' egli aveva mente lucida e ordinatrice, insigne facondia, stile elegante e festevole , ed altrettanti pregi che lo resero degno di essere considerato da Pla- tone come maestro nella dilììcile arte del dialogo. Per estimare rettamente tutti i pregi di questo poeta filosofo avremmo mestieri vedere intera alcuna delle sue com- medie; ma dacché il tempo le ha tutte disperse, conten- tandoci di stabilire come cosa certa che la commedia sicula fosse d'indole bene diversa dalla vecchia ateniese, e acchiudesse in sé il germe della nuova, ci faremo a considerarle entrambe ne' due piti grandi scrittori onde si gloria il teatro comico d'Atene, io parlo d'Aristofane e di Monandro, salutali entrambi sommi maestri del- l'una e dell'altra.
XIII.
11 disegno de' componimenti d' Aristofane è sempli- cissimo come soglione essere le opere dell'arte greca non ancora degenere. Egli inventa il concetto , lo con- torna con mano ferma, e lo pennelleggia con economia tale che il colorito non offenda la idea né il disegno: la qual cosa importa che nella idea e nella forma è perfetta armonia. E perchè la più bella commedia moderna , anco una di quelle che pretendono a riprodurre la greca sem- plicità, male potrebbe co' suoi moltiplici accidenti, col suo artificioso intreccio, con quei che si chiamano colpi di scena , rendere fedelmente la immagine della comme- dia aristofanica, non dispiaccia ai lettori s'io, invece di porre generali considerazioni , esponga distesamente I' orditura d'una commedia dell'attico poeta. A me pare
Giudici. — St. del Teatro in halia. 4
38 STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
più savio consiglio offrire fatti anzi che voli di critica pindarica o giravolte d'interpreti, bagliore di parole, vacuità metafisiche, romanzi di cervello infermo, mira- bili per inebriare la mente ma efììcacissimi a confon- derla. Sceglierò le Rane, sì perchè sono una delle più celebri commedie di Aristofane, e sì per non uscire di materia , perù che questa opera è documento storico importantissimo per la crilica drammatica dei Greci.
La scena si apre mostrando Dioniso o Bacco , nume della tragedia, dinanzi alla casa di Ercole. Bacco è rap- presentato in figura di un elegante giovine ateniese, il quale essendo amantissimo della tragica poesia , nell'at- tuale inopia di buoni poeti, delibera di andare alle in- ferno regioni per ricondurre in Atene Euripide pur dianzi morto. S'intende bene che cotesta è finzione, dacché Euripide viveva tuttavia ed era trionfato in teatro. Bacco accompagnato dal suo servo Zantia, picchia all'uscio d'Ercole. Questi appena può trattenere le risa vedendogli sovrapposta ai lindi abiti di zendado una pelle di leone, e in mano una grossa clava. Bacco gli palesa il suo bi- sogno, e lo prega a mostrargli il cammino e il modo che Ercole tenne per giungere fino a Plutone; non di- menticando a un tempo d'indicargli porti, forni, fonti, strade, borghi, bettole e lupanari. Ercole dopo averlo fatto piacevolmente chiacchierare e porre in dileggio i tragici viventi, dopo avergli proposto diverse vie spicce e diritte che menano allo inferno , cioè vari modi di morire, gì' indica il cammino da tenere. Ed eccoti Bacco dinanzi a Caronte. S' imbarca ; va giù per la Stigia pa- lude; quindi, secondo il dato convegno, allo scalo trova il servo. Segue una lepidissima scena, nella quale questi finge — 0 la commossa fantasia lo inganna — vedere una mostruosa visione, al che Bacco, il quale non vede nulla, incomincia a tremare. Si rassicurano poi, vanno
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innanzi, e trovano il coro degli iniziali ai gran misteri — secondo che Ercole aveva detto — i quali cantano can- zoni burlesche avventando aspre punture a vari uomini e ordini della cittadinanza. Il nume dopo avere ascoltato i canti di costoro, chiede della casa di Plutone, la quale gli viene additata che è li presso. Picchiano all' uscio. Si affaccia Eaco, il quale, alla pelle e alla clava riconoscendo Ercole, lo rimprovera e lo minaccia di fargli a caro prezzo scontare tulli i danni da lui fatti nella sua prima discesa all'inferno. Segue una scena dove sono troppo naturahnenle, cioè con immagini e parole sudice, de- scrii li gli effetti della paura di Bacco, che per non esporsi in futuro a simiglianti pericoli , induce il servo a barat- tare vicendevolmente i panni. Gli dà quindi la pelle leonina e la clava, e si reca addosso il bagaglio del viaggio. In- tanlo per lo inferno paese si va spargendo la nuova dello arrivo d' Ercole. Una fantesca di Proserpina gli corre incontro dandogli il ben venuto a nome della pa- drona, la quale ha già messa in moto tutta la famiglia per apparecchiare pagnotte, polente, focacce, confetti, caccia, orci di vino, senatrici e ballerine, e lutto ciò che possa riuscire gradito a un par suo. Queste profferte sono fatte al servo Zantia , il quale sostenendo il finto carattere, si slancia per entrare nella magione della reina d'Averne. Ma Bacco lo impedisce, gli fa deporre la pelle e la clava, e ripiglia con gli emblemi il suo contegno. Frattanto un' ostessa , fremendo al vedere laggiù ritor- nalo Ercole, dal quale aveva ricevuto immenso detri- mento nell'osteria, lo minaccia di empire di strida il vicinalo e farlo mal capitare. Bacco trema di nuovo e propone a Zaniia di ribarattare i panni. Il servo, dianzi inumanamente bistrattalo, ricusa farlo; poi cede meno alle moine del padrone che alla solenne promessa di non ridomandare gli emblemi finché staranno in que' solter-
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ranei luoghi. Comparisce Eaco e comanda ai suoi che diano addosso e leghino il ribaldo. Zantia invano prote- sta della propria innocenza , e propone che sia messo alla tortura il suo servo perchè confessi il vero. È scena ol- iremodo burlevole e piena di sali e di arguzie. Bacco, vedendosi a mal termine ridotto, comanda che nessuno io tocchi perchè è un immortale. Nonostante, gli è forza soltoporsi allo staffile insieme col finto padrone, accioc- ché, siccome costui proponeva, dallo effetto delle staffi- late si conoscesse quale de' due fosse il vero nume. Eaco dopo cotal prova, disperando conoscere il vero in co- siffatto stranissimo caso, li manda giù a Plutone e a Proserpina. Un coro pieno di politici accenni e rim- proveri, che doveva fare gran chiasso in teatro, chiude ia scena.
Si riapre con un dialogo tra Zantia ed Eaco, satira pungentissima dei vizi de' servi, fra' quali essendoci quello di origliare agli usci dei padroni e riferirne altrui i discorsi, lo infernale giudice chiede Zantia gli riveli la cagione che ha indotto Bacco a venire così strana- mente travestito al regno di Plutone. In quel mentre si ode uno schiamazzo fra mezzo alle ombre dei morti. È un litigio fra Eschilo ed Euripide, il quale reclama gli onori, che, secondo un decreto di Dite, l'altro aveva fino allora goduto come principe dell'arte tragica. Euri- pide, appena sceso sotterra, aveva raccolto buon numero di fautori fra gli assassini, i borsaiuoli, i ladri, i parri- cidi, dei quali su nel mondo aveva ripieni i suoi drammi, e recato l'osceno linguaggio sulla scena. Questi lo ap- plaudono tanto eh' egli, credendosi grandissimo, occupa il seggio del venerando Eschilo. Le turbe intanto chic- dono il giudizio, onde si sappia veramente quale dei due ne sia meritevole, e Plutone assente e Io apparec- chia. Comparisce Bacco esortando Euripide a lasciare
CAIITOLO l'IUMO. 41
in pace il seggio al vecchio poeta, che è ivi presente e sdegna di immischiarsi nel diverbio. Poi rompe la pazienza e favella e fa acerbissimi rimproveri al suo avversario. Vorrebbe sempre ricusare la tenzone per- chè a petto suo l'altro è un pigmeo. Bacco fa venire incenso e fuoco, e innanzi che principii la gran prova fa dal coro inluonare un inno alle Muse, ed esorta i contendenti ad orare agli Dei. Eschilo si rivolge a Ce- rere. Ma Euripide, nuovo filosofo, cioè sofista, il quale non riconosce i vecchi numi, ma ne ha altri di suo conio, invoca l'etra che lo gonfia, la lingua, l'argu- zia , e il buon naso. Dopo che i due poeti hanno lun- gamente disputato intorno ai propri meriti, la lite ri- mane pur sempre insoluta. Ciascuno seguita a censurare le opere dell' altro. Quindi Eschilo, che è ormai stanco di bisticciare, propone, e Bacco acconsente, che si pe- sino sur una bilancia i suoi versi e ciuei di Euripide; quelli del primo fanno sempre traboccare la bilancia; ma perchè la faccenda minaccia d'andare troppo in lungo, il vecchio poeta s'infastidisce e vuole che l'avversario nel suo disco inetta sé stesso, la moglie, i figliuoh con tutti i suoi libri; le quali cose fatte non contrappcsano due soli dei versi d' Eschilo. I contendenti e Bacco sono alla perfine dinanzi al cospetto di Plutone. Bacco gli sottopone a un' ultima prova. Chiede loro un consiglio di pubblica utilità, che cosa, cioè, debba fare Atene d'Alcibiade. Euripide consiglia da virulento demagogo; Eschilo da savio uomo di stato. Bacco dunque risolve, pel bene sì letterario che morale dell' arte tragica , ri- condurre su nel mondo Eschilo. Il quale prega Plutone perchè nella sua assenza dia il seggio a Sofocle, e non conceda che nemmeno per inganno lo usurpi un solo momento Euripide. 11 Dio di Averne assente, e comanda al coro che cantando e con le sacre faci in mano accom-
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nendo in dileggio i sogni dei tanti speculatori nielafisici deirordinamenlo degli Siali, correggere gl'innumerevoli abusi della patria democrazia. Pistelero, non potendo più oltre patire i vizi d'Atene, delibera andarsene alla regione degli uccelli per indurli a edilìcare una citlà or- dinata in modo al tutto diverso quanto alla religione e quanto alla politica. I vizi in figura di sacerdoti, indo- vini, poeti, parassiti, causidici e così di seguilo, arri- vano in frotta e pretendono d'essere ammessi nella nuova città che ha nome Nefelococcigia. Pistetero li caccia via, e per impedire che vengano dall'alto gli Dei a sturbare la sua repubblica, pensa coslringerU ad arrendersi per fame intercettando loro il fumo dei sacrifìci col quale sostentano la vita. La postura della sua città, che è nel- l'aria, ghe ne rende agevole la impresa. Vi giunge op- portunamente Prometeo , lo antico martire benefattore dell'uomo, reca agli uccelli la nuova che la fame ha posto in iscompiglio i celesti , e incoraggiandoli a segui- tare nell'aggressione, li consiglia a proporre a Giove patti d'accordo, cioè che abdichi e ponga i suoi fulmini nelle mani di Pistetero, e gli conceda in isposa Basileia ovvero la sovranità divina. Concetto stupendamente ideato, tela con immenso artificio ordita !
XV.
Se non che questo flagellare senza velo e senza mi- sericordia uomini e cose, questo intemperante diritto di censura che la commedia arrogavasi , era farmaco assai pericoloso. Lasciando da canto che il pensiero di voler piacere a un popolo corrotto, induceva il poeta a calpe- stare le convenienze sociali armeggiando con indecenti scherzi e con immagini laide, espresse in più laido lin-
l;ai'itolu ruiMo. 45
guaggio, onde le commedie rendono idea di un vago giardino, spesso interrolto da traiti fangosi e sudici che bisogna trapassare in punta di piedi, non v'era modo al pari di questo efficace a fare che gli uomini perdes- sero ogni pudore. Ed erano pur troppo radi gli esempi di quegli egregi che imitassero lo esempio di Gratino. Questo vecchio poeta che aveva riportato tanti triontì, era crudelmente deriso da Aristofane e dagli altri co- mici che allora sorgevano, ma non avevano per anche acquistata grande reputazione. Lo tacciavano d' essersi dato perdutamente alla ubbriachezza, e d'amare più il fiasco che la musa comica. Gratino ebbe il buon senso 0 la virtù di riconoscere giusto il biasimo datogli ; vo- lendo porre fine allo scandolo scrisse una commedia in- titolala Pijtine, cioè il Fiasco la Bottiglia. Da lungo tempo ei più non componeva, allorquando — era l'ultimo de- gli anni suoi — subitamente presentossi al pubblico in tutto il vigore del suo genio e osò contendere con Ari- stofane che concorreva con una delle sue più ingegnose commedie, cioè con le Nubi. Gratino dipinse la musa comica come sua sposa, la quale un tempo amata tene- ramente da lui, adesso gli rimprovera lo indegno spregio in che la tiene, per avere preso altra mogUe, cioè il Fiasco. La querela è portata dinanzi all' arconte : il poeta rinsavisce e ardendo dell' antica purissima fiamma , rompe il turpe vincolo , e ritornando fra le braccia della negletta moglie, le giura eterna fedeltà.
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Come lavoro estetico la commedia politica degli Ateniesi non può altro destare che ammirazione siccome ha fatto in tulli i tempi e fra tutti gli uomini. Ma l'arte
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non era ancora sviluppata nella sua interezza, e per ac- quistare quella sorta di beltà che si rende forma perpetua dei lavori del genio, aveva d'uopo fare un altro passo, e gettarsi in un campo piìi vasto e insieme più distinta- mente circoscritto, E davvero, benché l'arte nasca, viva e prosperi al fecondatore alito della libertà , qualora , non contenta di quella, si sfreni alla licenza, comunque seguiti a poggiare piii in alto, delira e desta amaro rin- crescimento nel cuore del filosofo che amerebbe vederle spiccare gagliardo, ma pacato e diritto, il volo su per le regioni del bello, onde trovare le forme universali e personificandole farne specchio di virtù agli umani co- stumi. La commedia aveva mestieri d' uscire dalla an- gusta cerchia della specie, ed entrare nel campo del ge- nere. Se principio alla tragedia era la rappresentazione delle vicissitudini e dei costumi degli eroi e dei grandi, alla commedia, che era il suo naturale contrapposto , do- veva essere scopo il mostrare sulla scena le quotidiane vicende e le costumanze del popolo. E siccome il popolo è ente collettivo , alla commedia era necessario creare caratteri ideali rappresentanti le virtù, i vizi, i costumi le passioni popolari, e vestitili di realità, farne poesia. In cotal modo nella tragica arena rimaneva lo individuo, ma idealizzato e sopravanzante la sfera ordinaria del- l'umanità, e rivestito così di qualità generali, la com- media aveva più libero lo spazio, voglio dire mentre l'una si circoscrisse nella storia, l'altra si gettò nella invenzione che non ha limiti se non la verosimiglianza^ e si fece lecito trovare di fantasia i subbietti.
Di un progresso cosi benefico per la sua perfezione l'arte andò debitrice in gran parte alle condizioni dei tempi. Dopo che lo infrenamento della democrazia im- pedì alla commedia la licenza che aveva per parecchio tempo goduta, e la sottopose a severe leggi, al poeta
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comico fu forza contemperare l'audacia del suo me- stiere. Ma perchè lo ingegno a bene operare ha bisogno di spaziare liberamente nelle regioni dell'arte, andò a frugare nei laberinti della vita privata per trovarvi i modelli a comporre i suoi dipinti. Questo slato di tra- passo è adombrato da Aristofane nel Fiuto e nel Cocalo che è r ultima delle sue commedie. E però cessava quella ferocia di scherni, quella satira laceratrice, quella mor- tifera malignità; sparivano al tutto gl'individui dalla scena, e in vece loro si videro caratteri universali, per- sonificazioni di vizi per flagellarli, di difetti per correg- gerli, di virtù per farle ammirare, i vecchi innamorati, gli avari, i bacchettoni, gli scialacquatori, i raggiratori, i ciurmadori, i benefici, i compassionevoli, i generosi e simili. Il poeta comico, il quale dianzi aveva costume di dipingere, mi si conceda dirlo, le sue figure all'aria aperta, come richiedeva la vita pubblica ch'egli voleva rappresentare, adesso penetra nello interno della famiglia per istudia ria e presentarla fedelmente ritratta agli occhi del popolo. Quindi si vedono agitare in teatro le passioni caserecce, le quali hanno formato un ciclo, da cui, solo pochi anni fa, si è scostata alquanto la commedia.
A quei tempi la famiglia destava maggiore interesse di quel che farebbe ai nostri. Più sopra ragionando di Euripide, accennavamo al bisogno che si era manifestato di meglio ordinare il governo casalingo , e redimere la donna dall' abbietta schiavitù nella quale era caduta. Co- sifTalto bisogno si era poscia convertilo in azione. E per azione non s'intenda una formale insurrezione come di popolo che romoreggi ridomandando i diritti toltigli dall'oppressore. Il solo pollo come semplice ipotesi sa- rebbe acerbissima ironia contro la oppressa donna. Co- testa azione ferve gagliardissima negli scrittori che in qual si fosse modo studiavansi estirpare gli abusi, e cor-
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reggere le imperfezioni del familiare consorzio. 11 vivere ritirato e chiuso delle mogli e delle figliuole finche durò l'austerità dei costumi era verecondia; indi col crescere dei pericoli, ciò che era ritiro divenne prigione. Mentre la civiltà si adornava della luce delle lettere e delle arti, mentre le nuove relazioni cittadinesche rendevano la vita pili vaga, più varia, pii^i complicata e insieme più libera nel suo progresso , tutto il beneficio era per la più forte metà del genere umano , la più leggiadra rima- neva sempre nelle pristine condizioni. E perchè 1' uomo e la donna sono dall'arcana forza della creazione desti- nati ad andare congiunti, cotesto avanzarsi dell'uno e indietreggiare dell'altra produceva un disquilibrio mo- rale, cagione infausta di tante miserie.
L'uomo cullo voleva culla la donna, e non la tro- vava nella propria famiglia; e pure provando il bisogno di un più compiuto commercio con la donna ne potendo appagarsi de' soli diletti del senso e tornandogli impos- sibile conseguire quelli dello spirilo, andò a cercarla nella depravazione della più sublime e soave tendenza dell' indole sua. Il luogo che nella società spettava alle venerande matrone e alle modeste fanciulle, fu occupato dalle cortigiane. Erano femmine che non avendo mai provato, 0 rompendo il ritiro del gineceo, deposto il muliebre decoro, con insolita audacia facevano traffico della beltà della persona non che degli adornamenti dello spirito. Come a coteste licenziose donne venne fatto ade- scare e raccogliere intorno a sé stesse gli uomini più cospicui, i quali le ore tolte alla famiglia o ai pubblici negozi passavano in quelle case dove a un tempo sacri- fìcavasi alla Venere terrestre e alla diva Sapienza , la necessità di riforma nelle condizioni del sesso gentile di- venne universalmente manifesta. Sì che taluni spregiando le altrui censure, con insolita audacia conducevano le
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spose e le figlie nelle eleganti sale d'Aspasia e di Diotima perchè v' imparassero gentilezza di modi e cultura di mente. Il riparo era forse peggiore del danno; a conse- guire generale miglioramento nel donnesco costume era mestieri un graduale e lungo progresso. Con la perdita della libertà politica, la pubblica immoralità veniva cre- scendo e invadendo lutti gli ordini della cittadinanza. Il senso de' vizi era perduto; perseguirgli con virulenti satire era vano: alla commedia, dunque, la quale, ini- bitale l'antica licenza, aveva assunto uIBcio censorio su costumi privati , altra arme non rimaneva che il dileg- gio. Non potendo indurre gli uomini a considerare il vizio come criminoso, studiavasi di farli vergognare, dipin- gendolo come insania: quindi il ridicolo diventa principio massimo della commedia nuova; della commedia, dico, maestri della quale repulavansi in antico Difilo, Filippide, Filemone, ApoUodoro, e il sommo di tutti Menandro.
xvu.
Gli scritti di questi insigni sono sventuratamente perduti; in ispecie è da lamentarsi la perdita di quei di Menandro, de' quali sappiamo che i fervidi propugnatori del Cristianesimo facessero implacabile strazio. Mentre costoro non estimavano pericolosa la commedia aristo- fanica, giudicavano quella di Menandro di sommo detri- mento alla purità dei costumi predicata dall'Evangelio e rigorosamente praticata dai più caldi seguaci di quello. Imperciocché è vero che in esse non era più il disgu- stoso laidume che già deturpava gli scritti dei precedenti comici, né la corteccia era sudicia si che ispirasse re- pugnanza agli spettatori fatti più civili ed osservatori dello esterno decoro ; ma il male era potentissimo nella
Giudici. — St. del Teatro in Italia. 6
50 STOKIA DEL TEATRO IN ITALIA.
idea. E tanto maggiorraente che il poeta spesso prorom- peva in morali precetti . e fra la lascivia del discorso anco i personaggi d'indole prava lanciavano all'uditorio un salutare ammonimento, una m.assima dimorale filo- sofia, un savio dettalo degli antichi loro; le quali cose producevano tanto più effetto quanto erano meno aspet- tate, ma non per ciò distruggevano e né anche tempe- ravano il male giacente nella indole stessa del subietto e nel suo intero svolgimento. Mentre la commedia vec- chia non si occupava quasi mai di amori e disonesti raggiri mentre la mezzana poneva in iscena le mere- trici a solo fine di svergognarle ed esporle cosi conten- nende agli strazianti scherni della plebe; la nuova dalle faccende amorose come da perpetua e feconda sorgente trasse tutti i suoi soggetti. Ovidio e Plutarco affermano non esservi comm^edia di Menandro , della quale lo in- treccio non fosse fondato suU' amore. La qual cosa in- vece d'essere un danno, sarebbe stata nuova fonte di bellezze aperta allo ingegno comico , se egli avesse di- pinto la parte pura e vereconda della passione o l'avesse spiritualizzata secondo il modo de' poeti italiani del ri- sorgimento; i quali la resero pura e divina voluttà del- l' anima j ebrietà dolcissima che dalle miserie del mondo conduceva la innamorata creatura alle delizie del cielo. Kulladiraeno sarebbe ingiustizia supporre in Menandro l'abituale pendìo di mestare sempre amorose sozzure; lo affetto assoluto e schietto della virtù spesso traluceva al suo intelletto e manifestavasi come beneffco raggio a ravvivare i suoi versi: ma egli viveva in un secolo, in cui la tirannide aveva irreparabilmente spenta la greca libertà, e i sofisti avevano rotto il prestigio delle cose umane che i modesti sapienti loro antecessori si erano studiati illuminare con la luce del vero e della virtù, e gli epicurei, snaturando le dottrine del loro maestro.
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predicavano e praticavano quella vita lussuosa e tran- quilla, che dove non è profonda apatia di spirito, viene considerata squisitissima civiltà, in clic l'uomo s'accon- cia a tutto, rido di tutto, e di nuli' altro è sollecito che di ciò che può procurare i comodi del vivere e securare il heato far niente. Il perchè nella commedia nuova non solo spariscono le distinzioni sociali, e vi si ravvisa un'eguaglianza civile che era elTetto necessario " della spenta vita repubblicana, ma si mettono in burla quelle idee onde sogliono inorgoglire gli uomini; lo individuo sparisce e comincia a comparire la umanità; idee e sen- timenti che tentano disvilupparsi dalle rovine d' una vecchia società per intromettersi nei principii generatori della nuova, nella quale finalmente si ripurifìcano e ripigliano il posto loro convenevole.
Cotesle più larghe e complicate relazioni sociali necessariamente influivano sopra lo ingegno del poeta comico che imprendeva a farne una fedelissima pittura. E perchè nello artista perfetto la idea sempre consuona alla forma, ne risultò che la commedia nuova desse mag- giore bellezza a' suoi esteriori sembianti. E davvero gli antichi lodando la orditura delle commedie di Menandro, ne dicono maraviglie quanto allo stile; e basti notare che Giulio Cesare, il quale aveva gusto squisitissimo per ogni generazione d'arti letterarie, soleva chiamare lo elegantissimo Terenzio un mezzo Menandro.
La Greciaadunque sfiacchita e minante dall'alto della sua stupenda civiltà, creava, nutriva e conduceva alla perfezione il dramma tragico e il comico, e lo porgeva ad esempio alle eulte nazioni, e prima di tutte ai Latini, dei quali adesso ci faremo a ragionare con quella bre- vità che richiede il soggetto, per poi spaziare a nostro beli' agio nella vasta arena dell' italico teatro.
STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
CAPITOLO SECONDO.
Drammatica latina. — Pi'imordii nazionali. — Imitazioni del Teatro greco. — Commedia. — Tragedia.
1.
Ragionando del Teatro dei Latini e di quello dei susseguenti tempi, nei quali dal dissolversi della romana civiltà ne sorge una nuova e non meno ampia e feconda di portenti, la civiltà veramente umanitaria, allo sto- rico che indaghi le vicissitudini della drammatica non potrebbe offrirsi occasione più bella a mostrare gran copia d'erudizione. E veramente è un campo vastissimo, dove si volgono molti secoli di sLoria, e dove, fino dal rinascimento delle lettere, si trovano ad ogni passo uomini dotti, intenti a studiarlo, spiarlo e renderlo chiaro agli occhi dei risorgenti popoli. Quanto al nostro subbietlo, saremmo singolarmente tentati di far mostra d' erudite luciibrazioni dopo che ne ha dato lo esempio un dotto francese, il quale con lo intendimento di cercare le origini del moderno Teatro, ha raccolto e posto in bel- r ordine tutto ciò che ai suoi predecessori era riuscito pe- scare fra' dispersi ruderi delle lettere antiche. * Nel com- mendare , secondo che meritano , cosiffatti sludi , voghamo avvertito il lettore che lo scopo del nostro hbro non è quello di desiare l' altrui ammirazione accumulando pe-
' Charles Magnin, Los origines du Thédlre moderne. Di que» st' opera è stampato solo il primo volume, che ragiona del Teatro decli antichi.
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reyi'ino nolizie per disporlc, a guisa di curiosi obbiclli, (Jeiilro un museo, afììnchò vengano vagheggiale dagli slu- diesi. Delle feslo, delle ccremoiiie, delle istituzioni, de' co- slumi degli antichi, le quali cose possono non senza ra- gione considerarsi, quali più, quali meno, come elementi generatori degli spellaceli teatrali delle moderne nazioni, ne sono piene le biblioteche; e chi ne avesse voglia ed agio potrebbe in quelle largamente deliziarsi. È nostro fine precipuo discorrere della letteratura drammatica come forma estetica d' un genere vastissimo e impor- tantissimo di poesia, e quindi a noi basta osservarla nei monumenti che esistono e sono serviti di norma agi' in- gegni tenuti dopo, e dai quali solo può e deve essere tessuta la storia del dramma.
Questo è avvertimento che avrei dovuto fare nel principio del mio lavoro, ma piacemi essermene ricor- dalo adesso e preporlo a ciò che mi apparecchio a dire, ora che, abbozzata a brevi e rapidi tratti la storia della drammatica greca, mi fo a ragionare delle vicende che il dramma ebbe in Italia.
Mentre in Grecia e nelle nazioni moderne la poesia epica e la lirica furono le prime a nascere e progredire, in Roma ipiìi vetusti saggi^ delle muse furono drammi tradotti o imitati dal greco. Dico i primi saggi di quella forma di poesia cheoggimai i critici intendono significare col vocabolo dramma. Imperciocché , se si avesse a prestar fede ad alcuni audaci ma dotti investigatori del mondo antico, bisognerebbe credere la storia di Roma pel corso di vari secoli dopo la sua fondazione, altro non essere the racconto edificato dai posteriori scrittori sui canti e le tradizioni popolari dei prischi Romani. Oltredichè gli eruditi alia lor volta favellano dei primi vestigi del dramma esistenti in Italia innanzichei Romani avessero commercio coi Greci. Nò la loro asserzione è affatto priva di fon-
54 STOr.lA DEL TEATRO IN ITALIA.
damenlo. Autorità di venerandi storici dimostrano chia- ramente l'epoca in che i ludi scenici vennero in Roma introdotli.La città, nell'ultimo decennio del quarto secolo dall' origine sua, era afflitta da micidiale pestilenza; gli ordinarli e straordinarii riti non erano efficaci a placare la collera degli dei; fra gli altri espedienti si volle fare esperimento dei ludi scenici, spettacolo nuovo al popolo guerriero; che non conosceva se non quelli del circo. Si chiamarono adunque dalla Etruria giocolieri, detti istrioni, i quali sopra un palco eseguivano mistiche danze accompagnandole con parole. La istituzione piacque, rimase, si fecondò, crebbe, e poscia si partì in un gran I: amerò di peculiari spettacoli , che si comprendo;;io sotto il nome generico di sceniche rappresentazioni.
Dalle parole con le quali senza ambagi nò oscurità Tito Livio racconta la origine della drammatica latina, e da altri testimoni! che dal solenne storico non discordano, si dedurrebbe che essa ne'suoiprimordii ebbe nascimento diverso e atTatto indipendente dalle origini greche, e che *se romana non era, di certo era italica e quindi nostrale. La qual cosa è nuovo argomento a provare che dei primi insegnamenti delle arti e delle lettere i Romani , non ostante lo inveterato odio delle razze, si ricono- scevano debitori agli Etruschi. Da quella stessa autorità gli eruditi furono mossi a indagare i vestigii del Teatro Latino, come avevano fatto rispetto ai Greci scoprendone i primi tratti nelle feste di Bacco. Li trovarono nelle solen- nità nazionali di Roma, nelle quali il popolo d'ogni condizione godeva liberta senza confini, e quindi sfre- nava la lingua, e cantava quei rozzi versi detti saturnii 0 fescennini, che piii tardi, degenerando in impuden- tissima licenza, furono dalla legge severamente inibiti. Li cercarono nei canti in dialogo degli abitatori delle cam- pagne, nei vecchi contrasti amebei; così che l'arte degli
CAPITOLO SECONDO. . 55
istrioni clrusclii, inlrodoUa in Roma all'epoca sopra no- tata, altro non fece clic dare nuova e più valida spinta agli elcmcnli indigeni.
Il dramma latino nella sua primissima forma scenica si chiamò satura, vocabolo che esprimeva V indole sua, eh' era quella di vagare senza freno sopra varie e molte cose, un misto di suono, di canto, di danza e di dialogo recitato che i Latini chiamavano Diverbio, e che i To- scani al risorgere del loro teatro dissero Contrasto. In mano agi' istrioni divenne laidissima licenza, e allor- quando la inesorabile sferza delle leggi la spense, dalle sue ceneri nacque la satira, componimento morale e didat- tico che Quintiliano vantava scaturito da fonte pretta Ialina, e che forse in commemorazione della origine sua nei tempi più culti della romana letteratura spesso adoperò la forma dei dialogo.
II.
Mentre i ludi scenici si venivano sempre più corrompendo dagl'istrioni, gente che le leggi dichia- ravano infame, e come tale, indegna de' diritti civih e degli onori militari, i cittadini romani imitavano dagli Oschi, popolo loro confine, un'altra specie di dramma eh' era detto favola atellana da Alella città della Campania. Gli Etruschi avevano pressoché tutti cessalo d' esistere come potentati indipendenti; sotto il nome di collegati, Roma tentava aggregarseli indivisibilmente come aveva fatto di tutte le circostanti popolazioni; la gioventù ro- mana avea vaghezza d'impararne la lingua, la quale, a quel che pare, diversificavasi dallo idioma parlato dai Romani , quanto undialetto può esserlo da un altro, discesi entrambi da un ceppo comune. E' fu verso questo tempo, cioè circa mezzo secolo dopo eh' erano stati chiamati i primi
5G STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
giocolieri dalla Elruiia, che i giovani romani comin- ciarono a rappresentare le atellane. Le quali, essendo tra tulti i componimenti drammatici quelli cui fosse con- sentita maggiore libertà di parola, crebbero e si manten- nero lunghissimo tempo, e furono non senza gloria coUi- vate da reputatissimi ingegni. Rappresentavano in prima i costumi villici della Campania; quindi presero a su- bietto i pettegolezzi delle piccole città di provincia mettendo in dileggio ogni cosa, e producendo sulla scena certi personaggi, che forse in principio erano reali, ma poi divennero idealità ridicolejìiaschereda commedia 0 da farsa, sotto i nomi di Macco, Manduco, Buccone, Pappo, Casnare. Ma questa sostituzione di tipi di fantasia alle ligure reali vuol riferirsi a' lempi assai posteriori, allorquando, cioè, l'atellana, per le cure de' buoni poeti che la componevano e de' costumati giovani che la re- citavano, divenne uno de' più piacevoli, liberi e morali spettacoli della romana scena.
Ps'on è dubbio che queste ed altre simiglianti istituzioni nazionali, ragunale in Roma, dove da qualche secolo accen- tra vasi ogni elemento unificatore e incivilitore delle varie razze che popolavano l' Italia, avrebbero potuto dare alla drammatica sembianti e avviamento assai diversi da quelli che aveva sortito fra mezzo alle genti elleniche. Ma come suole avvenire a due uomini che senza anteriore comuni- cazione fra loro abbiano inventata una cosa medesima, se poi si ravvicinano 1' uno fa suoi proprii o imita i miglioramenti già conseguili dall' altro, così fecero i Latini rispetto alla drammatica. Come ebbero vinti, prima i Greci dell'Italia meridionale, poi quelli della Grecia d'oltremare, insieme con le altre arti recarono in patria anco le lettere. "Videro che in Grecia le sceniche rappresentazioni erano spettacoli grandi e solenni, erano un campo al quale corre- vano gì" ingegni piìi peregrini per contrastarsi fra loro
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la viltoria, e i magistrali più illustri per conferire la palma; videro gli scritti deidrammaticri essere annoverati fra' monumenti più insigni della mente umana: e però non esitarono punto a trapiantare in Jlonia il dramma greco. E ciò posto, inaridivasi nei ludi scenici nazionali quel principio di vita che col progredire degli anni avrebbe prodotto i suoi naturali elfetli. Ma perchè un po- polo non si educa in breve tempo come la gioventìi d'un ginnasio, non v' è forza umana che possa sradicare a un tratto le nazionali istituzioni, mentre le rozze sceni- che rappresentazioni indigene seguitarono ad esistere in Roma, quelle importatevi dalla Grecia subirono alcune raodilìcazioni, imbattendosi in ostacoli che non furono mai vinti, e che al romano teatro precisero ogni libero movimento e dettero una vita fittizia. Che se le cose già dette non bastassero, mi sia lecito giovarmi d'un para- gone che desumo dal processo storico d' un' arte sorella. Suppongasi che un popolo civile vinca ed assoggetti un paese barbaro , e riesca a trapiantarvi le proprie istitu- zioni, a recarvi la luce delle lettere e delle arti. Suppon- gasi che vi stabilisca un museo d'insigni pitture, è egli mai credibile che gli sformali saggi grafici che il popolo conquistato potrebbe aver fatti, si esplichino con lento e graduale progresso, che gli artisti suoi non si educhino con le opere dei maestri provetti del popolo conquistatore? La è cosa evidentissima: la influenza dei modelli che rappresentano l'arte perfetta , diventa inevi- tabile: offrendo essi alla mente una scorciatoia che abbrevii di gran lunga il cammino, è forza che lo ingegno, ponendosi dietro le orme de' suoi maestri stranieri, cessi di essere lentamente originale, per farsi subitamente imi- tatore.
È questa e non altra la vera e più potente ragione letteraria della inferiorità del teatro latino in paragone di
58 STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
ijuello della Grecia; volerla cercare nella indole de' due popoli è inutile studio; credere d'averla trovata è stol- tezza; rinfacciare ai popoli italici la inettitudine alla let- teratura drammatica è impudenza che va spregevolmente derisa. Ammesso ciò come incontrovertibile principio, è mestieri apparecchiarsi a vagheggiare nelle opere dram- matiche dei Latini bellezze di imitazione, non mai origi- nali; mentre non ci è dato né anche formare un equo giudizio, perocché, oltre che non possiamo osservare i primitivi vestigi del teatro latino, il tempo ciba rapili gli scritti dei drammatci, e in ispecie dei tragici, fioriti nella più bella e feconda stagione della latinità, lasciandoci invece le tragedie attribuite a Seneca, opere della decrepitezza, la quale ove si voglia bamboleggiando provare negli esercizi! pertinenti ai giovani anni, fa cose indecorose e grottesche.
III.
E in vero quanta luce non avrebbero sparsa sulla storia primitiva del teatro romano, e mi si conceda la frase, sul dramma crisalide dei Latini, gli scritti di Andronico, di Nevio, d'Ennio, di Pacuvio, di Cecilio Stazio, di Luscio Lanuvino e di altri rammentali dagli scrittori posteriori, e le cui opere leggevansi ancora nei tempi di Cicerone e di Sallustio? Di Livio Andronico sappiamo eh' egli era uno schiavo o liberto tarentino, che verso 1' anno 514- di Roma, cinquantadue anni dopo la morte di Menandro, fece rappresentare il primo dramma tradotto o fatto a imitazione dei greci. Era un trapasso repentino e di grave momento quello ch'egli faceva dalla rozza e disordinata satura romana a un dramma tessuto secondo le leggi dell'arte, e quindi non poteva non riuscire oltremodo gradevole ai culti
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ciUadini. 11 poeta, inanimito dal pubblico suffragio, lavorò indefessamente a volgere nel vecchio ritmo saturnio le opere del greco teatro, onde il suo nome, in onta al merito che ai posteri sembrava assai scarso, trapassò, come quello dei trovatori di cose utili o belle, alle più tarde generazioni che lo rammentavano con riverenza. Dai titoU che ci rimangono di alcuni suoi drammi parrebbe che nello scegliere i subbietti non varcasse i confini delle storie o tradizioni greche. E forse al tempo delle sue prime rappresentazioni non s'era per anco fatta la distinzione fra soggetti forestieri e nazionali: distinzione che poi fu di somma importanza nella letteratura drammatica de' Latini. I Romani chiama- . vano favole togate quelle nelle quali il soggetto era tratto dalla storia patria, e ciò dalla toga onde sulle scene comparivano vestiti gli attori, maestoso abbigliamento che distingueva i cittadini di Roma da ogni altra gente. Chiamavano favole palliate i drammi, il cui soggetto era straniero, e in ispecie greco, nel rappresentare il quale gli attori indossavano il pallio. Ma cotesta che dal nudo vocabolo parrebbe semplice distinzione estetica o decorativa aveva origina politica.
Poiché i Romani ebbero vinta la Grecia ed estesa la dominazione per tanta parte di mondo , posero 1' ani- mo a ingentilirsi nei costumi. La repubblica che fino allora era stata retta dai fieri aristocrati , le cui famiglie vantavano discendenza dai primi edificatori della città, vedeva nel suo seno sorgere un nuovo ordine di citta- dini doviziosi e potenti. E come avvenne nel fiorentino Comune, che, abolito e posto fuori della legge lo antico ceto dei magnati, la tirannide tolta di mano a costoro passò a quelli che chiamavansi popolani grassi; così in Roma i nuovi nobili con lo intendimento di predominare nella civile comunanza, si misero a gareggiare con gli
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antichi. Pareggiandoli, anzi vincendoli di ricchezze, vole- vano soverchiarli abbracciando ogni novità straniera che desse loro apparenza di maggior civiltà. Roma adunque, ai tempi in che appariva sulla scena il vero dramma, era travagliata da un accanito conflitto fra gli osservatori dell' austerità romana, e i partigiani d' ogni innovazione straniera. In tal modo pel poeta drammatico, e segnatamente pel comico , le condizioni sociali proce- devano mirabilmente favorevoli.
Mentre Andronico era applaudito e incoraggiato dai Romani , apparve in teatro un altro poeta. Chiamavasi Nevio ; era nato in Campania ; ma avendo valorosamente combattuto nella guerra punica, pose tutti i suoi affetti in Roma ed assunse animo romano parteggiando per coloro che propugnavano la severità de' romani costumi. Il popolo lo teneva in venerazione grandissima perchè egli primo fra tutti aveva celebrato il trionfo di Roma, cantando epicamente la prima guerra cartaginese, poema nazionale che i giovani imparavano a memoria anche dopo che le muse latine avevano poggiato tanto alto da contendere con le greche. Egli illeggiadrì il vec- chio ritmo saturnio , e fu insigne trovatore di latine eleganze. Lo stesso Virgilio non isdegnò d' imitarlo nei primi libri della Eneide là dove dipinge le regioni della Libia che Nevio aveva ritratte dalla natura e dalle tra- dizioni di quelle genti. Nevio, facendosi oppositore di Andronico e de' suoi fautori, predicò la santità del vec- chio vivere paesano, pose in dilegio i forcstieranti e assalì con somma virulenza i nobili; potenza, ricchez- ze, altezza di uflìci, vetusta grandezza di famiglia non lo ritennero dallo assalire e pungere vivamente il vizio: gli stessi Scipioni e i Metelli non andarono immuni delle punture del poeta, il quale, a quanto pare, voleva risuscitare nelle scene di Roma la libertà della vecchia
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commedia politica dei Greci. Ma ciò che veniva consen- tito dall'attica democrazia, era severamente inibito dalle leggi romane , le quali posero i ludi scenici sotto la inesorabile vigilanza degli Edili. Jlentre gli Ateniesi consideravano il teatro come una tribuna, dalla quale il poeta faceva l'ufficio d'oratore, di demagogo, la scena romana, comecché talvolta fosse parte precipua delle feste religiose, era un pretto agone di sollazzo, era uno spettacolo inleso solamente a tenere allegro il popolo guerriero. La commedia politica, dunque, in Roma era impossibile; e la sorte toccata a Nevio fu efficace am- monimento ai poeti che avrebbero voluto seguirlo neir ardua via per la quale egli intendeva far procedere il comico componimento. Nevio imprigionato dai trium- viri, e poi liberalo per opera del tribuni della plebe, fa costretto ad esulare in Ulica, dove morì miseramente, mandando gli estremi sospiri alla sua Roma diletta. iMa prima ch'egli finisse di vivere non pochi altri poeti si erano mostrati sulla scena , e con 1' autorità de' loro nomi davano sempre maggiore incremento alla dram- matica.
IV.
Ennio da Catone, che lo aveva trovato in Sarde- gna, era stato condotto a Roma. Egli era greco, naturale di Puglia 0 di Calabria, aveva animo alto, spirito guer- riero, ingegno sublime. Intendeva le bellezze dell'artegreca meglio de' predecessori e coetanei suoi, e con indefessa fermezza si pose a imitare i Greci abbellendo la lingua della nuova sua patria e a un tempo evitando il disprezzo della romana severità dagl'innovatori chiamata rozzezza. Aveva modi e piglio aristocratici, e invece di censurare i potenti cittadini a somiglianza di Nevio suo emulo, lu-
GlVDlci. — St. (tei Teatro in Italia. C
G2 STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
singò le grandi famiglie romane cantando epicamente gli annali e le geste della repubblica. Il suo poema ve- ramente nazionale lo rese presso i posteri meritevole del nome di padre della latina epopea, che per la prima volta fece udire il maestoso suono del verso esametro. Da Ennio, come da Omero, attingevano i poeti che gli successero.
Fu caro agli Scipioni, i quali posero la statua del grande poeta nel loro sontuoso sepolcro: nulladimeno visse povero ma sempre onorato, e nei tardi anni della vita consolavasi della propria indigenza con la imma- gine della dignità, alla quale non aveva mai derogato, e della gloria ch'egli vagheggiava eterna al pari del nome romano. Non sappiamo se si provasse nella dram- malica per naturale pendio o con lo intendimento di opporsi a Nevio. Vero è che scrisse alcune commedie e molte tragedie sì che dai posteriori grammatici venne annoveralo fra le glorie del Teatro Latino. Ma dei drammi eh' egli scrisse o tradusse dal greco non ci resta copia di frammenti come del suo poema epico; quindi non possiamo intorno al suo valore drammatico recare un giusto giudicio. Similmente non ci è lecito darne alcuno di Pacuvio da Brindisi, né di Luscio Lanuvino che ado- però le arlipiù inique ed abiette per opprimere Terenzio.
A sommo incremento e gloria della commedia la- tina, mentre i già nominati ingegni o declinavano o ricevevano applausi dal romano popolo , era già nato non solo, ma lì pronto a mostrarsi lo ingegno, destinalo dai cieli o dalla fortuna a illeggiadrire 1' arte in modo che si potesse mostrare senza vergogna dinanzi alle squisite composizioni del greco teatro.
CAPITOLO SECONDO. 63
La Italia era corsa e saccheggiata dalle feroci schiere d'Annibale allorché da Sarsina, città dell'Umbria, giunse in Roma un popolano chiamalo Plauto. La natura gli era stata generosa dispensatrice delle più belle doti d' ingegno. Onde egli forse sdegnando , o non polendo conseguire il patrocinio di qualche grande cittadino, e bisognoso di procacciarsi fortuna, si pose a scrivere commedie, che, per essere a quel tempo venute in gran voga gli spettacoli teatrali, erano volentieri comperate dagli edili. La fama gli crebbe repentina dopo la rap- presentazione de' suoi primi lavori. Plauto in breve tempo divehne il poeta del popolo; e per la inesauribile fecondità della sua musa si trovò notevolmente ricco. E ben per lui se fosse rimasto pago della gloria e dei pingui emolumenti dell'arte sua, e non si fosse lasciato traviare dalla cupidigia di accrescere i suoi guadagni ! Ei non sarebbe caduto in tanta miseria da ridursi a far r ufficio di giumento girando la macina d' un mulino. Dicesi che sostenesse con più che fdosofica rassegnazione tanta abietta miseria , e che con la mano incallita ma lo ingegno sempre desto e vigoroso seguitasse a scrivere commedie. Comunque siasi, la reputazione non gli venne mai meno sì che molti poeti senza nome, giovandosi della fama eh' egli aveva di straordinariamente operoso scrittore, divulgarono come da lui composte moltissime commedie. Dopo la sua morte male si discernevano le genuine dalle spurie, finche il dotto Yarrone ne trascelse ventitré, le quali, tranne tre sole, sono giunte fino a noi. Plauto quindi va annoveralo fra i pochi fortunati scrittori antichi le cui opere non vennero distrutte dal tempo. Noi dunque di lui più che di qualsiasi altro an- tico comico greco o romano, tranne Terenzio, possiamo formare un compiuto giudizio.
Che Plauto più che altro scrittore al mondo avesse
64 STORIA I)£L TEATRO IN ITALIA.
dalla natura sortilo potentissimo genio per la commedia, non è alcuno fra' suoi detrattori che osi porlo in dubbio. Basti gettare gli occhi sopra qualsivoglia delle sue opere per convincersi che a lui non manca veruno de' requisiti essenziali a costituire il vero poeta comico. Magistero nel concepire il disegno drammatico, forza e vivezza nel ritrarre i caratteri, somma facilità di dialogo, copia in- signe di sali, bellezza d'eloquio, libertà d' ingegno quanta ne ebbe mai un poeta: insomma vigorosa oltremodo in lui quella facoltà che gli antichi chiamavano vis comica. Da Plauto adunque dovremmo aspettarci perfetta la com- media, almeno quanto lo potò essere in Grecia. E così di certo sarebbe stato se il poeta avesse potuto eserci- tare l'arte sua in quella felice combinazione di casi, in quella libera aura di vita che è impreteribilmente neces- saria allo ingegno che imprenda a vagheggiare la bel- lezza artistica, per presentarla nella schietta purità delle forme al senso retto del genere umano. Ma gli ostacoli che facevano intoppo al pieno sviluppo della mente di Plauto erano molti e gravissimi. In prima la mancanza di libertà civile, necessaria al poeta per assalire il vizio dovunque egli lo scopra, e senza riguardi curarlo col vigoroso rimedio del suo comico riso. E in Roma al poeta non era concessa cosiffatta libertà; suo scopo do- veva essere quello di sollazzare uomini che correvano numerosissimi e avvinazzati al teatro. La censura dei costumi degli individui, e massime dei grandi cittadini era solennissimo ufficio affidalo a gravi magistrali e con tutta severità eseguito. Mordere il vizio in modo gene- rale era concesso al poeta; ma ciò per essere efficace supponeva un grado di civiltà dal quale erano bene lon- tani i costumi di [{orna, supponeva sopraltuto un udi- torio educalo ai diletti dell'arte e in condizioni tali da vagheggiare per se slessi gli astratti ammonimenti della
CAPITOLO SECONDO. G5
morale filosofìa. Plauto invece rappresentava le sue l'an- lasie dinanzi a potenti i quali vivevano d'orgoglio, di guerra, di preda e di gloria, e ad una plebe vaga di lumulli, di schiamazzi, di grossolani piaceri e pertìno di sangue. Per lo quali cose egli aveva mestieri masche- rare sempre i suoi concelti, evitare le pericolose allu- sioni, protestare, come ognora faceva nei prologhi, clic scopo principale della sua commedia era il muovere a riso gli spettatori, ciò solo dovere cercarvi il pubblico, ogni altra cosa essere illecita:
Ubi lepos , ioci, risiis , vinum, ebrietas decent, Gratia , decor , hilaritas , atque deleclatio, Qui quarti alia liis, malum videlur quarere.
Per dirla in parole più brevi e semplici, il poeia comico doveva far 1' ufficio di buffone. E però il fino solenne, il fine morale era interdetto alla commedia; l.i sua infiucnza sui pubblici negozi era nulla; e in ciò grandemente differiva dalla vecchia commedia attica. Differiva parimente dalla nuova di Monandro perocché gli uditori di costui, sebbene fossero degenerati diigli avi, sebbene diguazzassero in ogni specie di corru- zione, avevano tutta la esteriore apparenza della civiltà, ed anima educata al bello delle arti. Per la qual cosa di sommo nocumento tornava al poeta latino il non potere dilettare il popolo ponendo dinanzi agli occhi di quello le scene del patrio vivere. Il grecizzare dei primi poeti drammatici potè essere stato una necessità semplice d' arte, cioè il bisogno di specchiarsi negli esemplai i greci; ma poi era diventata usanza il trasportare la scena della commedia nelle greche regioni; e quindi la scru- polosa osservanza del costume, o, come oggi si direbbe, il- colore locale diventava sommamente incomodo, ogni allusione a cose romane era una incoerenza, un
OG STOKIA DEL TEATRO IN ITALIA.
bruito svarione riprovalo dall'arte: lo ingegno era in perpetua tortura. E di siffatte incoerenze son pieni gli scritti di Plauto, ingegno portentosamente amante d'ogni scioltezza. Le scene delle sue commedie nippresentavano Atene, Tebe, Calidone, Efeso, Epidauro, Cirene, S4- cione, ed altri simiglianti luoghi; i nomi de' suoi per- sonaggi erano greci o bizzarramente foggiati da lui, comparivano senza toga, erano vestiti alla greca: e non- dimeno accennavano quasi sempre alle leggi, alle isti- tuzioni, agli ufficii, ai luoghi di Roma. Senti nominare le leggi delle Dodici Tavole, il Foro, il Campidoglio, la porta Mezia, le legioni, i manipoli, le decurie, il pre- tore, il dittatore, i questori, i comizii e cose altre tutte romane. Il pallio, quindi, e la scena erano leggerissimo velame che copriva uomini romani, che sotto il fittizio costume tu puoi ravvisare nelle loro naturali sembianze. Onde seguiva che le commedie di Plaulo, cosi trasfigu- rate, così bizzarre come elle sono pur troppo, vennero considerate dai posteri come la più fedele pittura che ci rimanga della vita dei Romani in quei tempi nei quali la repubblica, diventala potentissima, si andava sempre piìi corrompendo, e nei suoi continui trionfi, nelle ingenti dovizie, nell' insolito fasto, nella forestiera mollezza apparecchiava la sua caduta. Il perchè le incoe- renze di Plauto vanno scusate e attribuite alla inelut- tabile necessità delle condizioni, fra mezzo alle quali egli si trovava. Se in ogni genere d' arte lo ingegno non desta l'ammirazione de' suoi contemporanei, ove ogli non presenti piene di vita le proprie creazioni, nella poesia drammatica, e massime nella commedia, ciò è condizione essenzialmente necessaria. Chi di noi non ha veduto al più bel tratto di poesia, alla scena lavorata con maravigliosa arie dal poeta rimanere freddo ammi- ratore l'uditorio, mentre un lieve accenno a cose
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eh' egli pienamcnle intende o che davvicino lo riguar- dano basta per muoverlo a straordinario entusiasmo? Certamente i Romani non solo sarebbero rimasti freddi, ma forse non avrebbero patito la rappresentazione della commedia, se Plauto per timore di derogare alle severe leggi dell' arte si fosse astenuto da cotaU allusioni ai luoghi ed alle cose di Roma. Cotesta sorte toccò a Te- renzio, il quale, scrupolosissimo osservatore de' requi- siti dell'arte, mentre si rappresentava la Ecira, se non la più bella, certo la piìi tenera e nobile delle sue com- medie, vide gli spettatori interrompere la rappresenta- zione, e correre ad applaudire i funamboli e i gladiatori nel circo. La commedia di Plauto, quindi, era quella che conveniva al popolo romano di quei tempi ; egli ne seppe sitTattamente conoscere 1' indole che, come sopra fu accennato, salì tosto in grandissima fama e divenne il poeta più popolare che fosse nella immensa Roma. Ma questo governare a suo senno quel fiero popolo, gì' im- pose catene eh' egli non potò più rompere; e 1' arte col progredire degli anni e della esperienza del poeta non ebtie quel progresso che era da aspettarsi dal suo pode- roso ingegno. Direbbe una gran verità colui che affer- masse gì' idoli tiranni del popolo essere irremissibil- mente tiranneggiati da quello, in ispecie quante volte il favore popolare nasce da falsa sorgente. In tal guisa il poeta piaggiatore delle plebi diventa più schiavo dello scrittore che piaggia il mecenate; il quale, pago delle lusinghe della dedica, non richiede trovarle pel corso dell' opera. Il popolo all' incontro vuole che lo scrittore coi perpetui blandimenti ne compri la grazia, e sempre che questi voglia mutare cammino con lo intendimento di atteggiare l' arte in modo che a lui sembri più con- venevole, non può farlo se non a rischio d'essere re- pentinamente e senza segno di pietà rovesciato dal seg-
US STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
gio di gloria e sconciamente calpesto da'suoi adoratori, È stato delto che Plauto mercava applausi e popolarità con le bizzarrie, coi sali turpi, con le laide pitture, con le oscene frasi di che riempiva le sue commedie; e può darsi, imperciocché sembra eh' egli ambisse di piacere ai superiori gradini della cavea ovvero platea, cioè a quelle file dove sedevano gì' infimi ordini della cittadi- nanza. Era quindi mestieri eh' egli parlasse il loro lin- guaggio, e presentasse loro la immagine delle popolari lordure. Ma in ciò non era più riprovevole d' Aristofane e degli altri scrittori della vecchia commedia ateniese, che sono mille volte più licenziosi e osceni di Plauto : avvegnaché la natura delle plebi, comunque si supponga ingentilita dalla educazione, ha sempre le stesse ten- denze. Che con altro uditorio e condizioni diverse da quelle nelle quali Plauto si trovava, avrebbe scritto di- versamente non è dubbio alcuno. Sono troppi nelle sue commedie i luoghi, dove il poeta parla con vera elo- quenza, e con romana dignità, e intrepidamente tra le fangose scene che rappresenta di venali ed abiette cor- tigiane, di schifosi parassiti, di padri corrotti, avari, e tiranni, di figli discoli e impudenti, di ruffiani, d'usu- rai, di servi bugiardi, di spacconi e simili lordure che sono gli ordinari subbietti delle sue dipinture, predica i santi dettami della morale, e pare che meni per mano la filosofia, la quale sotto la comica maschera lascia trasparire la celeste beltà de' suoi sembianti. E ciò è tanto visibile oggimai a noi critici spassionati come era manifesto ai suoi coetanei, i quali credevano che egli fosse d' accordo con Catone , vedendo come questi seve- ramente dai rostri, e Plauto piacevolmente dalla scena combattessero contro il vizio, predicassero la sanlilà della virtù, inculcassero il ritorno al casto vivere degli avi. Lasciando da parte le scnlcnzc e i bei traiti morali
C.M'ITOUO SECONDO. (JQ
clic si Uovario sparsi in tutte le commedie plautine, si ammirano in talune parecchi caratteri e non poche scene che fanno teslimonianza d' avere Plauto presentita l' in- dole della vera commedia, cioè della commedia quale dovrebbe essere quella di un popolo che corra al teatro per sollazzarsi e ad un' ora arrossire dei propi vizii , imparare la virKi, e raffermarsi nella via del bene. Chi, leggendo il Persiano, non si senle profondamente com- mosso alla siluazione e alte parole di una giovinetta che il padre, impudente parassito, ha fallo disegno di ven- dere? È un capolavoro di pittura il contrasto tra li dolce, buona, onesta fìghuola, eia svergognata, cinica, fredda, tirannica natura del padre. Qual magistero nel dialogo ! La figlia senza apertamente ribellarsi airautorità paterna, si oppone e mostrandosi rassegnata e obbediente si studia con ogni ingegno richiamare l'iiitquo alla virti e alla giustizia. ÌSè meno bella nel Trinummo è la scen;:, dove Lisitele vuole indurre suo padre, dabbene uomo, ma oltre il dovere cupido della propria pecunia, a faro una buona e generosa azione. Ambidue questi caratteri , senza rendersi impossibili per troppa idealità, sono veris- simi e al tempo stesso quali li potrebbe concepire la più squisita immaginazione d' un virtuoso poeta.
VI.
Nell'artifizio comico, cioè nella orditura del dramma Plauto seguì la forma della commedia nuova. Gli espedienti dell' antica erano venuti in disuso anche in Grecia. Il coro che era parte essenziale ed efficacissima nella commedia aristofanica, divenne impossibile e cessò con la libertà della parola. Il coro, che esprimeva la pubblica opinione, spesso direttamente o indirettamente inveiva
70 STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
contro i reggitori, i capitani, i magistrati come adesso farebbe un senatore in un libero parlamento o un pubbli- cista in un diario politico. La tirannide che studiava di ammassicciarsi sulle rovine della libertà, non poteva ciò tollerare; e però, mutati i tempi, il coro non ebbe più ra- gione di rimanere nella commedia, alla quale sarebbe stato inutile ingombro, sarebbe stato un sermone inop- portuno che intromettendosi nello spontaneo svolgersi dello intreccio, avrebbe in gran parte distrutto lo effetto drammatico. I Romani nella commedia usavano i cantici, sproloquii musicali fatti a rendere più vario e dilettevole lo spettacolo. Lo spettacolo comunemente si apriva con un prologo; e 1' uso -di tali prologhi lo abbiamo veduto non solo nella commedia nuova, ma nella tragedia d'Euripide. In essi il poeta — che sovente era il capo- comico, 0 uno dei pi'incipali attori — e talvolta un per- sonaggio fantastico annunziava il subbietto del dramma, e spesso faceva conoscere i personaggi agli spettatori. Fu detto ciò essere una superfluità che distrugge il diletto che nasce dalla sorpresa. A me non pare, dacché nel prologo della commedia latina io vedo un intendimento simile a quello che avrebbe un moderno drammatico che all'opera sua ponesse una breve spiegazione dell'ar- gomento. Quanto ai Romani ciò era necessario, richie- dendosi anche che il poeta pregasse gli uditori ad esser- gli cortesi della loro attenzione promettendo loro diletto e riso, imperciocché il popolo raccolto in un immenso teatro diurno, a cielo aperto, un popolo numerosissimo era tale fracasso che Orazio lo assomiglia al mare in tempesta o al mugghiare dei venti per entro a una va- sta boscaglia.
In fine Plauto, come fu il primo scrittore della vera commedia, così rimane il più grande, il più nazionale, il più fecondo. Gli antichi che meglio di noi conoscevano
CAPITOLO SECONDO. 71
le condizioni fra mezzo olle quali egli viveva, ad es>e sole attribuivano i suoi difetti, al suo ingegno davano i moltissimi pregi che fanno belle le sue commedie. JNon è meno vero che i grandi scrittori dei migliori tempi delle romane lettere consideravano i libri plautini ampli tesori d'eleganze; e non ostante lo illeggiadrirsi delia fa- vella e il trapasso di tutte le greche arti in Roma, Plauto seguitò ad essere letto e studiato sì che le grazie plau- tine divennero un proverbio che significava schietta e squisita latinità.
VII.
Se la commedia fosse rimasta nella forma alla quale era stala condotta dallo indefesso e poderoso genio del poeta di Sarsina, verrebbe ormai considerala come frutto che con tutta la sua ingenita forza vegetativa, non giun- gesse mai a maturità perfetta. La commedia rispetto all'arte aveva d'uopo di maggior progresso. Le vie che ne la potevano condurre erano due: la pretta nazionale, era impraticabile per le ragioni dette di sopra; rima- neva l'altra, cioè la pretta greca, che, predominante Plauto, era rimasta, se non nella forma certamente nella sostanza e nello spirito, alla condizione di tentativo. Gli emuli di quel gran poeta vedendo esser vano lottare con lui che era fonte vasta e inesauribile di quelle bellezze che mirabilmente seducono il popolo, studiavansi di vincerlo sforzandosi di far meglio allignare sulla scena romana le più elette bellezze della ellenica. Uno di co- loro che ebbero gran fama a quei tempi fu un cisalpino che aveva nome Cecilio Stazio. Era scrupoloso imitatore dei Greci; intendeva profondamente l'arte di quei grandi maestri, ideava forse benissimo i suoi componimenti, ma trovava non poco intoppo nella dizione. Sia che egli
72 STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
fosse d'eia provetto allorché venne in Roma, sia altra la ragione, certo è ch'egli non potè imparare la hngua in guisa che gli antichi, e in ispecie Cicerone, sempre riverente ai vecchi scrittori, lo chiamarono poco buono autore di latinità. Ora se v' è componimento che richieda perfetta cognizione della lingua, non solo letteraria, ma popolare, è la commedia. Il poeta comico è simile allo artefice dipintore di quei soggetti che con moderna frase diconsi di genere, nei quali principaUssimo pregio è il colorito. Se a un lavoro di Michelangiolo o di Raffaello togli il colore, ti rimane pur sempre il disegno che è bastevole a inebriarti l'animo di sommo diletto; ma che cosa ti resterebbe mai in un dipinto di Teniers imma- ginandolo privo della magia delle tinte? Esso sarebbe pressoché annientato. La commedia che dipinge le scene della vita popolare è similissima a un quadro di genere; il poeta deve saper maneggiare lo idioma con destrezza, .spontaneità, abbondanza tali che colorendo vivamente le cose seduca un uditorio che rappresenta il senso ma- teriale della umanità, come la gente dotta ne simboleg- gia lo intelletto. Non ostante che Cecilie Stazio fosse poco lodevole colorista — seguilo a giovarmi della im- magine sopra recata — non è meno vero ch'egli godeva .somma reputazione: imperciocché avendo un giovanetto di poco più di venti anni offerto agli edili una comme- dia nuova, costoro prima di avventurarla alla prova della .scena vollero che fosse letta e approvata da Cecilio, Allorquando il giovane gli comparve dinanzi , il vene- lando vecchio sedeva a mensa coi suoi amici. E come ebbe udita la lettura della commedia ne rimase mara- vigliato sì che confortò all'arte il poeta e gli fu largo d'ogni favore.
CAPITOLO SKCONDO. 73
Vili.
Il nuovo venuto chiamavasi Terenzio, e la comme- dia eh' egli lesse a Ceciiio era l' Andria, produzione ele- gantissima che pareva scritta da un uomo da lunghi anni avvezzo alla scena. Pochi poeti in tutti i tempi e in tulli i paesi inciviliti hanno trovato lodatori, com- mentatori e traduttori al pari di quelli che ha avuti Terenzio. E nondimeno scarse e malsicure sono le noti- zie che ci restano intorno alla sua vita civile e lettera- ria. Lo dicono nato in Affrica, e da giovanetto venduto schiavo in Italia; lo vogliono nato in Roma da qualche schiavo affricano. Ambedue le opinioni sono verosimili, e la seconda più delia prima, perocché per maneggiare il latino sermone con 1' arte squisitissima che egli mo- strò è da supporsi che l' avesse succhiato col latte ma- terno. Aveva dalla natura sortito sottilissimo il senso dell'arte comica e grandemente puro il gusto delle sue vere bellezze. Studiò i greci esemplari e li senti siffat- tamente da potere latinizzare e fare allignare in Roma la nuova commedia attica: lo spirito di Terenzio è della più pura tempra ellenica; i suoi lavori mostrano quel che l'arte sa fare. Le incoerenze, le deformila, le fred- dure onde erano più o meno deturpali i lavori de' suoi predecessori, in lui spariscono onninamente. Egli li rap- presenta una scena greca, e ti trasporta veramente in Grecia, e fa che uomini greci parlino una lingua fino al- lora non udita dal popolo romano, la quale gareggia con la ellenica leggiadria. La illusione estetica è com- piuta, e r arte con lui è giunta al grado supremo del suo bello. Egli voleva imitare e foce perfettissime imitazioni; e dacché la commedia latina fino dal suo primo appa-
Git'Dlci. — St. (L'I Tvnlro in Italia. 7
74 STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
rire sulla scena pretese di mostrare faccia greca ;, Teren- zio la condusse al punto al quale di necessità doveva con- durla la via eh' ella calcava. La eccellenza però di questo grande scrittore fu Y ultimo colpo che prostrò la com- media nazionale; dopo i maravigliosi esempi di lui, quale poeta poteva fare a meno di non seguirne le orme? E poiché il comico componimento di Terenzio espri- me la forma perfetta dell' arte comica nella letteratura latina, esporrò a brevi tratti il disegno degli Adelfi — vocabolo greco che suona fratelli — commedia che come fu r ultima scritta dal poeta, così da tutti i cri- tici viene giudicala la più pregevole.
IX.
La scena si apre con un prologo, fatto più presto ad apologia dell' opera e a rispondere alle ciarle dei male- voli, e a conciliarsi, come d'uso, il favore dell'udito- rio, che ad esporre lucidamente il subbietto. Mizione e Demea sono due fratelli, l'uno scapolo, l'altro padre d' Eschino e di Ctesifone. Eschino è adottato da Mizione il quale adesso, non vedendolo tornato a casa, compa- risce sulla scena esprimendo la propria inquietudine. Taccia sé stesso di troppa indulgenza, richiama alla mente i rimproveri che sempre gli ha fatti Demea; dacché co- stui crede meglio adempiere i doveri di padre edu- cando il figliuolo severamente, mentre l' altro pensa che nessuna cosa più della dolcezza valga a mantenerli o a ravviarli nella via del bene. Questa scena piena di gra- vissime sentenze morali non infilzate con lo stile d' un monitorio , stupendamente manifesta la intenzione mo- rale della commedia, e ne fa prevedere lo scioglimento senza punto nuocere al naturale svolgersi delle varie si-
CAPITOLO SECONDO. 75
tuazioni. Intanto, come il lupo della favola , eccoti De- mea che arriva brontolando. Dopo d' aver chiamato il fratello cagion precipua d' ogni male, gli racconta come Eschino abbia sforzata una porta , si sia cacciato in casa altrui , ne abbia picchiato il padrone e la famiglia e ra- pita una fanciulla. Da questa ribalderia egli fa paragone tra le azioni del llgliuolo eh' egli educa, e quelle di Eschino diretto da Mizione. Quindi nuovi rimproveri. Mizione, non laudando il caso, si studia escusare il gio- vane. Si bisticciano, si bistrattano, linalmente conven- gono ciascuno dovere badare al suo proprio senza im- picciarsi dell'altrui. Demea si parte brontolando. lAlizione rimasto solo, ripensa profondamente alla cosa, conosce la necessità di provvedere al danno prima che diventi irreparabile, e si muove per sincerarsene con gli occhi proprii.
ÌSeir atto secondo Eschino , seguito da un servo , trascinando seco una fanciulla suonalrice di flauto, vuol metterla in casa. Sannione ruffiano, al quale egh l'ha ra- pila vuole impedirlo; grida schiamazza minaccia di le- vare a romore il vicinato; finalmente Eschino comanda al servo che a furia di pugni faccia tacere il ribaldo, mette in serbo la fanciulla, viene a patti con Sannione, il quale dice di averla comperata per trenta mine, ma ci vuole guadagnar sopra. Eschino gli propone un dilem- ma, 0 contentarsi dei giusto prezzo, o disporsi a com- parire dinanzi ai tribunali, imperciocché egli ha tanto in mano da poter provare che la fanciulla è nata libera. E si parte dicendo: — Pensaci bene, e delibera mentre io torno. — Sannione, vedendo le cose rivolte sempre a male, e temendo di peggio, attacca discorso con Siro servo astutissimo mandatogli a bella posta da Eschino. Siro furbescamente atterrisce il mezzano, lo persuade ad arrendersi, gli promette di fare ogni cosa in suo van-
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laggio, e lo induce a scostarsi un poco intanto eh' ei tratta il negozio. Arriva trafelato e tremante Ctesifone , e con somma e piacevolissima sorpresa degli spettatori si conosce che Eschino suo fratello ha rapito per conto di lui la fanciulla, e ha liberalo lui stesso, poco esperto in simili faccende, da un grandissimo pericolo. Qui co- mincia a prevedersi che il credulo scapato sarà il savio che riraedierà alle scapataggini del morigerato giovane, di quella gioia di llgliuolo educato con tante rigorose cure da Demea. Ctesifone vedendo Eschino si sente vergo- gnato, gU si confessa debitore della vita, gli fa mille complimenti; ma Eschino, come se si trattasse d'una inezia, rifiuta ogni lode, rassicura il fratello e lo con- forta a bene sperare, mentre Siro dal canto suo rassi- cura Sannione promettendogli che ove si comporti da uomo di garbo , si chiamerà conlento.
L' atto terzo si apre mostrando Sostrala vedova ma- dre di Panflla. Discorre con Cantara baha intorno allo stato della figliuola che è vicina a partorire. Questa fan- ciulla era stata sedotta da Eschino, al quale era riuscito farsi perdonare, promettendo solennemente di sposarla. Mentre le due donne così ragionano arriva il servo Gela, che, credendosi non essere ascoltato da nessuno, si sfoga in lamentevoli note mormorando di non so quali sciagure. Le donne atterrite gli si fanno dinanzi, e odono da lui la storia del ratto della suonatrice, e credono Paniila tradita e scelleratamente abbandonata, e pian- gono la rovina della famiglia. Deliberando sul da farsi, Sostrata manda Gela perchè in fretta trovi Egione pa- rente e amico loro, mentre che Cantara corre per la levatrice, hifraltanlo arriva Demea tutto tremante. Essen- dogli slato confusamente riferito il fatto, egli ha saputo esservi fra mezzo anche il suo irreprensibile Ctesifone. Impreca ad Eschino che vuol trascinare alla perdizione
CAPITOLÒ SECONDO. 77
il fratello. Comparisce Siro ciarlando giocondamente fra sé. Demea pensando che se lo interrogasse non gii po- trebbe cavar nulla di vero dalla bocca, si tira in di- sparte per raccogliere qualche cosa dalle parole di lui. Siro dice che Mizione, udito il racconto della cosa, s' era sganasciato dalie risa, e aveva di buona voglia snoccio- lato i denari per pagare il ruffiano, aggiungendo qualche moneta di mancia pei servi. Qui si accorge' — o Unge — di Demea; e ne segue la scena più graziosa, il diverbio più saporito che si possa immaginare. Dal che risultano vivissimamente pennellcggiati il carattere di Siro, furbo astuto, giovialone, amico dei padroncini, affettuoso ai padri quando non sono queruli, né brontoloni, nò ava- ri, ne tiranni, e il carattere di Demea che, non ostante la continua ironia delle risposte del servo, gongola di piacere a sentir lodare se e il tìgliuolo, e si conferma nella illusione di averlo saputo educare e mantenere dab- bene e puro come una fanciulla. Per colmo di ridicolo Siro gli dice di avere condotto Ctesifone fra mezzo al talTeruglio, acciocché riparasse al mal fatto del fratello, ed aggiunge Ctesifone averlo severamente rimproverato a nome della morale, della virtù , dell' onor di famiglia. Il vecchio ne piange di gioia, e sentendo da Siro che Cte- sifone è andato in villa , ne ringrazia gli Dei e si dispone d' andare a trovarlo. È questa una delle più lepide e ben condotte scene di tutte le commedie di Terenzio non che degli Adelfi , ed è impossibile immaginarne la leg- giadria senza leggerla nell' originale. Partitosi Siro, e ri- masto solo Demea, eccoti Egione, il quale dopo avere deplorata la scelleraggine di Eschino, protesta voler far prima le pratiche d' accordo con Mizionc suo padre adottivo ; altrimenti se ne richiamerà ai tribunali che non gli negheranno ragione. Demea l' ascolta dolente e umiliato, e intanto si ode di dentro la scena Panfila che
78 STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
soprappresa dai dolori del parlo si raccomanda a Giunone Lucina. Egione s'intenerisce. Deniea, intenerito an- ch' egli, promette ragionare col fratello e comporre onoratamente la cosa; e brontolando e insieme com- piacendosi d' essere stato profeta veridico, corre a tro- vare Mizione per isfogarsi con lui. Egione si fa in sulla porta di camera delle donne e le conforta a starsi di buon animo.
Neil' atto quarto, Ctesifone confuso e trepidante, consulta con Siro del come si abbia a rimediare lo im- broglio già fatto imperciocché il padre non trovandolo in villa, che non è molto discosta, accortosi dello in- ganno, non tarderà a tornare. Siro se ne burla; dice che sa bastare a tutto; ma ecco Demea, il quale non è an-' dato altrimenti in villa perchè un suo contadino gli ha detto non essersi colà visto il figliuolo. Qui Siro ne im- provvisa un'altra piacevolissima. Si lamenta, impreca, maledice, e interrogato che cosa egli abbia, si querela di Ctesifone che ritornato addietro stava per ammazzare lui e la suonatrice; lui in ispecie come autore d'ogni male. Demea lacrima di gioia al racconto delle bravazzate mo- rali del figliuolo, e chiede a Siro gli dica dove sia Mi- zione. A Siro lampeggia improvviso un raggio di ribal- deria, e dice il padrone essere lontano di casa, e a Demea che vuol sapere dove si trovi, indica un luogo, per arrivare al quale gli nomina tante strade, e canti, e chiassuoli che 1' altro a stento si può raccapezzare. Il vecchio si parte, non pertanto, e Siro come il prode che ha vinto e applaude a se stesso, dice voler bere e darsi buon tempo tutto quel giorno; ed entra in casa. Egione dopo aver raccontato la faccenda a Mizione , racconto che il poeta giudiziosamente tralascia, perchè può di leggeri essere immaginato dagli spettatori, lo persuade ad an- dare insieme con lui a casa della fanciulla, che ne rimarrà
CAPITOLO SECONDO. 7U
consolala con lutla la deserta famiglia; ed entrano in casa di Pantìla.
Giunge subito dopo Eschino, il quale avendo tro- vata per via Sostrata, intende che la sua diletta crede lui e non il fratello rapilore della suonatrice. Che farà egli in questo frangente? Quali argomenti adoprerà per provarle la propria innocenza ? Alla disperazione in cui si trova si aggiunge la sorpresa di vedere il padre ed Egione uscire dalla casa di Panfìla. Mizione alla prima domanda fatta al nipote, gli vede sfavillare sul viso un lampo di rossore^ e fa divisamento di sollazzarsene un poco prima di consolarlo. Qui una lepidissima scena che dà maravigliosa finitezza ai caratteri di Mizione e di Eschino già dipinti con tanta leggiadria nelle antecedenti situazioni. Il vecchio dabbene, non conculcatore della morale, ma indulgente ai peccati dei giovani qualora non rendano testimonio di pravità d'indole; il giovine, scapato, amante del buon vivere, ma generosissimo e pieno d'onoratezza e di affetto. Il dialogo che incalza sem- pre con arte ammirevole, si chiude in guisa che Eschino rimane quasi forsennato dalla gioia all' udire che il pa- dre adottivo gli concede in legittima sposa la sua Panfìla, e ha ordinato i necessari apparecchi per riceverla tosto in casa. Demea è anch' egli ritornato stanchissimo dalla gita che gli ha fatta fare invano quel ribaldo di Siro. E come quegli che ha saputo Eschino alla prima scellerag- gine averne aggiunta una seconda, si presenta a Mizione con un tesoro di fiele e d' improperi! per buttarglieli in viso. Altra scena di bellissimo elTetto tra i due fratelli: Mizione sempre pacato ed allegro e quasi tripudianle come se si trattasse di una lieta e decorosa avventura; Demea sbulTa e si dispera e perde ogni pazienza vedendo Mizione pronto non solo a dare al figliuolo in moglie Panfìla senza dote — la qual cosa è grave scandalo per
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un uomo di rigida morale quale era Demea — ma de- liberato di tenere in casa anclie la suonatrice. Qui dav- vero il vecchio morigerato crede che Mizione abbia per- duto il cervello.
Nel quinto alto Siro avvinazzato e trionfante che tutto sia andato ottimamente Mentre Demea si lamenta, vede dalla casa di Mizione uscire un servo il quale da parte di Ctesifone chiama Siro. All' udire il nome del pro- prio figlio, Demea si volge ed ansiosamente chiede se sia ìì dentro a gozzovigliare; e vedendo che il servo ammutisce mentre Siro si studia ingarbugliarlo, entra in casa per vedere da sé. Diverbio ira Demea e Mizione, il quale coi buoni consigli, coi delicati sarcasmi cerca di mettere a partito il cervello dell' altro. Demea rimasto solo ripensa con calma alle cose seguite, paragona la felicità del fratello con la sua propria vita sempre in travaglio; luno amato da tutti, l'altro universalmente detestalo. Fa quindi divisamento di mutare modi e contegno. E siccome cotesti improvvisi ravvedimenti o trasformazioni morali sono lo scoglio dove la naturalezza della commedia va sempre a dare di cozzo e distruggersi a un tratto, Te- renzio nelle susseguenti scene fa prova di tutta 1' arte sua, e ci riesce assai bene. Il vecchio Demea comincia a mostrarsi benigno verso i servi, e così, per dir come egli dice, si guadagna il popolo minuto. Riconciliasi con Eschmo e con Mizione, e dato ordine di atterrare il muro che divide le due case, vuole che ormai delle due famiglie se ne faccia una sola. E spingendo fino allo estremo il suo zelo per la bontà, muove il fratello a sposare la vecchia madre di Panfila: ad affrancare Siro e la sua moglie e provvederli di danari; a dare in usufrutto un podere ad Egione che ha tenuto luogo di padre alla fanciulla. Vuole che tutti si diano buon tempo, e a se slesso, il vecchio della famiglia, altra parte non
CAPITOLO SECONDO. SI
serba che quella di consigliare i giovani quante volte a lui paresse che per troppo fuoco giovanile o per inesperienza uscissero di careggiata. Tutti rimangono contenti e la commedia si chiude fra i plausi degli spettatori.
Lettore, io spero che tu mi abbia a saper grado s' io invece di accumulare gran copia d' osservazioni generali e di a.strattezze estetiche , di parolone di molto suono e di poca sostanza, come oggidì si usa dai critici che pretendono filosofando illustrare i grandi scrittori, ti abbia semplicemente posto davanti agli occhi il disegno degli Adelfì. Da ciò, spero, ti sarai fatta una idea chiara della commedia terenziana, e a un tempo della greca nuova; imperciocché gli Adelfi sono libera traduzione 0 imitazione d'un componimento di Difilo seguace di Menandro. Per descriverti la bellezza del dialogo, la eleganza dello stile, la purità della lingua non ho parole che bastino; è mestieri che tu sappia profondamente il latino per bene gustare tutte le grazie terenziane. Qui serva rammentarti che in Roma comunemente credevasi Terenzio essere stato aiutalo da Scipione, da Fabio e da Lelio prestantissimi e eultissimi tra i più grandi cittadini romani; e 1' opinione divulgata dalla malignità degU emuU fondavasi su questo che il nostro poeta usò nella commedia una lingua che egli non poteva desumere dal dialetto del popolo, come avevano fatto i suoi predecessori, e più di tutti Plauto, una lingua quale po- tevano parlarla i nobili uomini di Roma, i quah, spregiando gli altri sludi o lasciando che fossero coltivali dalla plebe e dagli stranieri che correvano alla metropoli per cercarvi fortuna, ponevano ogni cura nella eloquenza, efficacissimo
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strumento di dominazione. Certamente Terenzio usando famigliarmente coi buoni uomini, cioè coi non plebei, dei quali si mostra sempre tenerissimo, si sarà giovalo de' loro modi e del loro elegante parlare. Ma cosiffatta dimestichezza non gli avrebbe giovato punto se egli fosse slato privo di quelle facoltà con le quali lo ingegno discerne e imita e talvolta suscita le bellezze della natura. E però mentre negli altri comici trovi voci, frasi, iraagini e modi che spirano aria di taverna o di mercato, in Te- renzio lutto è squisito, sì che nel suo vocabolario non vedi vocabolo che non islia bene negli eleganti scritti di Cicerone e d' Orazio, i quali pregiavansi di studiarlo e d'imitarlo. Avrai notato come il dramma degli Adelfi sia abbellito d' un ideale leggiadrissimo, che non si scompagna mai dal verosimile, e quindi adempie agli alti fini esteriori dell' arte. Quanto agi' intrinseci, cioè quanto allo scopo morale della commedia, ed alle vie che a quello conducono, ti sarai accorto che tutti i caratteri avendo un fondo di bontà manifestano le proprie imper- fezioni, e che quindi il poeta nel ritrarre la umana natura lasciava guidarsi dal gran principio del nostro Mac- chiavelli solenne invesligalore delle cose umane, gli uomini non essere al tutto buoni né al tutto cattivi. Nel scene di Terenzio adunque non trovi quei caratteri irreparabilmente malvagi, che sono aberrazioni di natura e quindi indegne di fare di sé subbietto all' arte. L'arte se ne giova nella sua duplice barbarie, o quando comincia a nascere e procede barcollando per impotenza, o quando si corrompe e barcolla per vertigine, finche cade in isfacelo e si consuma: ma nel pieno vigore della sua giovinezza ella tiene alto levata la fronte, e ama figgere lo sguardo nella bellezza e inebbriarsene come 1' aquila nel fiammeggiante disco del sole. Ma cotesti periodi sono stati brevissimi nella vila di ogni popolo civile; lo
C.VPITOLO SECONDO. Oo
ingegno, per giovarmi della imagine di un gran savio, a guisa di un uomo ubbriaco a cavallo, per breve tempo si tiene fermo e diritto, ma poi pende ora da questo, ora da quel lato, e produce mostruosità. Di così fatte aber- razioni letterarie avremo pur troppo a ragionare pel corso di questo libro, e massimamente allorché ci toccherà di- scorrere del teatro dei tempi nostri. Vero è che la forma della commedia terenziana, riprodotta dagli Italiani in sul finire del quintodecimo secolo, è rimasta sulle scene del tempo nostro, nel quale, come si vede nella società un affannoso travaglio che si manifesta in infiniti e vigorosi sforzi per rifarsi a miglior forma politica, così si scuopre nella letteratura la necessità e lo studio di aprirsi nuove vie; la qual cosa se a noi verrà negata dalla fortuna, i tigli nostri vedranno compiersi fehcemente.
XI.
Lasciando agli eruditi la cura di raccogliere i fram- menti di tante opere drammatiche, talune delle quali, commendate da Cicerone, da Orazio, da Quintiliano, da Aulo Gcllio, dovevano essere egregi componimenti, lasciando loro lo studio d' illustrare nomi di scrittori drammatici come quelli di Quinto Fabio Labeone, Marco Pompilio, Terenzio di Fregelle, Sesto Turpilio, Licinio Imbrice, Marco Attilio, Quinto Trabea ed altri: non possiamo non predistinguercfra tutti Afranio, la cui toga, al dire di Orazio, sarebbe convenuta a Monandro. La qual cosa vuol significare, che se il padre della greca commedia nuova avesse scritto commedie di soggetto romano e in latina favella , non avrebbe potuto far meglio di Afranio. Questo poeta poteva dunque contrastare la palma a Terenzio quanto alla forma , lo vinceva di certo
O* STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
quanto alla materia: nelle sue mani la commedia assunse aspetto e sostanza nazionale. Epperò la perdita de'suoi scritti non sarà abbastanza mai deplorata dal critico che per farsi un generale concetto del Teatro latino ha molto minori elementi di quelli che offre il greco.
Edi vero, come potrebbe egli rispondere se venisse richiesto di dare un' idea delia tragedia latina? Qualora dovessi prestar fede ai piìi illustri scrittori dell'aureo se- colo della romana letteratura, addurrebbe non pochi nomi d' autori , dei quali non solo si additano in gran copia titoli di tragedie tratti dal Teatro ellenico, ma bene anco parecchie di storia patria, non dei tempi favolosi, ma degli storici; la qual cosa importa che i cultori del latino coturno si erano spastoiati ed osavano varcare i contini del ciclo tradizionale dei loro greci maestri. Se il critico fosse uno del numero di coloro che non sogliono ammettere le grandi reputazioni sulla fede di autorità anche somme, direbbe, come taluni nell'età nostra han fatto, che la natura ai Romani aveva negato il genio tragico, lidie mentre in alcun modo parrebbe aver sembianza di verilà, non lascia di essere mal sicuro argomento di criterio; poiché dove parecchi ingegni prestantissimi concordano a commendare un' opera che tu non avessi mai letta, benché ti competa il diritto di non accogliere l' altrui giudizio, ti sarà egli lecito dubitare onninamente del pre- gio di quella? Volendo da quesle contrarie e a vicenda distruggentisi opinioni dedurre ciò che v' è di vero, diremo essere ingiusto non riconoscere nella latina letteratura tragici meritevoli di esser letti ed anche ammirati, ma parimente vero concludere che in essa non vi fu un genio poderoso il quale levasse la tragedia all'altezza di quella di Eschilo o di Sofocle.
Questo argomento dovrebbe essere bastevole ad acchetare le liti, supponendo che i critici fossero disposti
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;ì sacrilicare la propria vanità sull'ara santissima del vero. Ma oggimai lo abuso di filosofare e giudicare in modo assoluto ha messo in voga circa V indole dei popoli certi pregiudizi o preconcetti da far onta alla ragione. Con tale arrogante presumerei critica precipita a capo fitto in un abisso di assurde enorraezze. Rammento come pochi anni sono un attore inglese, divenuto celebre pel magistero con che rappresentava i drammi di Shakspeare, sedendo a mensa con altri insigni uomini, e discorrendo qual fosse il piìi grande autore drammatico dei moderni tempi, preferisse il suo grande concittadino. E allorquando taluno ebbe nominato Molière, perchè l' inglese era di coloro che alla Francia , concedendo il vanto del dramma classico, che è, secondo loro , opera d' industria, negano quello del romantico che è lavoro di genio, rispose Molière non essere argomento da addursi , come quello che formava eccezione. « Imperciocché, aggiungeva egli, avendo la natura voluto incarnare nell' umana creatura il genio della commedia, creò Molière, il quale, uscendole di mano, andò a cadere per avventura sulla Francia come avrebbe potuto cadere sopra qualunque altra terra , dove sarebbe sempre stato lo ingegno supremo della moderna commedia. » Se l' attore britanno aveva voluto piacevo- leggiare, lusinga va squisitamente i suoi ospiti, se filosofare da senno, egli — purché alla sua sentenza si dia larghissmo significato, ovvero formola generale — intendeva con- cludere che ogni popolo capace di cultura inlelleltuale, ogni paese che abbia condizioni opportune allo incremenìo dell' arte, se in essa non pareggia un altro popolo, ciò non deriva dall'indole sua, ma dal non essere nato dal suo seno lo ingegno comico. Vero è che il genio per distendere le vaste sue ali e correre tutto il campo dell' arte sua ha bisogno di tempi che lo secondino ; ma la sua esistenza non può essere mai senza elTelti; imperciocché qualora
GlL'Dlci. — St. del Teano in Italia. 8
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numerosi ed ingenti sieno gli ostacoli che lo impediscano di procedere per la diritta via, ei se ne apre altre nuove e intentate; e vi trascina 1' arte e la corrompe e la strazia anco , se vuoisi, a guisa d' ebro, ma il suo moto sarà sempre gigante, e con gli stessi suoi difetti come seduce i contemporanei così impone riverenza alle tarde generazioni. Ora di cosiffatto genio tragico, benefico o malefico ma veramente sommo , non appare vestigio nei ricordi della romana letteratura; la tragedia non ebbe il suo Ennio, il quale, benché fosse nudo di gentilezza, apparve grandissimo allorché suonò 1' epica tromba. A celesta mancanza di genio si aggiungano le condizioni in che esso si sarebbe trovato in Roma, e si vedrà che se erano vere le parole di Quintiliano, che affermava i Latini grandemente zoppicare nella commedia, tornavano verissime per la tragedia, la quale non ebbe un Plauto, cheanco dibattendosi fra' ceppi mostrò ingegno veramente insigne, e fece la commedia quale il popolo poteva sentirla e gustarla.
XII.
Da ciò che ho accennato intorno alla tragedia greca si è chiaramente veduto come la nascesse a guisa di fiore spontaneo nel proprio terreno. Giunta per naturale gra- dazione al suo maggiore sviluppo, essa era uno de' piìi cari diletti del popolo, il quale aveva senso squisitissimo per le bellezze dell' arte. Lo artista veniva considerato come una gloria della patria, e otteneva la pubblica ve- nerazione secondo i meriti suoi. Il poeta tragico che sulla scena presentava le immani sciagure degli eroi na- zionali, che celebrava la religione, che tradiiceva ia immagini vive le vetuste tradizioni della patria, pareva rivestito d'un carattere venerando, simile al magistrato
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che governava la repubblica e al guerriero che la difen- deva col senno e colla spada. Dedicare tutta la vita all'arte sua, mostrarsi sulla scena in ispettacolo al po- polo non derogava all'onore di cittadino libero, non era impedimento ad essere insignito de' pili alti ulTici dello Slato. La rappresentazione d'un nuovo spettacolo tea- trale, dove i più illustri poeti concorrevano, quasi combattenti, per contendersi vicendevolmente la coro- na; dove 1 più opulenti e venerabili cittadini, presen- tavano quegli splendidi cori, messi insieme, vestiti e ammaestrati a spese loro, era un fatto che poneva in commovimento tutto Atene, e quasi lo intero popolo greco, che a torme vi accorreva da ogni luogo. La cit- tadinanza dividevasi in fazioni che si accapigliavano col furore delle parti politiche; nel trionfo del poeta ono- ravasi 1' arte; il gusto del popolo si purificava, s' ingen- tiliva, si universalizzava talmente da diventare facoltà istintiva. Lo ingegno vedevasi nella necessità non di sol- lazzare una rozza ciurmaglia con buffonesche scene, ma di compiacere a un popolo che era una congrega di giudici educati a gustare le più soavi e impercettibili bellezze dell' arte, e discernere i meno parventi difetti. Fra il proscenio e la platea, fra il poeta e gli spettatori era perfetta armonia di sentire; il poeta respirava l' aura dell'arte, e spaziava con libero volo per gl'immensi campi di quella: il genio, insomma, poteva tutta quanta esplicare la propria potenza.
Invano simiglianti condizioni si cercherebbero in Roma. Oltre a quello che sopra notammo, cioè che l'esservi stata l'arte travasata come pianta, già nata, cresciuta e giunta a piena maturità, e perfino volta a decadimento in altro paese, diede alla drammatica latina una vita fittizia, le condizioni morali e politiche che essa trovò in Roma le erano poco seconde , le letterarie
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avversissime. Imperocché se v' è specie di componi- mento che richieda universalià di gusto, cioè cultura nel popolo, 0, se vuoisi, educazione atta a farglielo gu- stare primo fra tutti è il drammatico. Coi nostri co- stumi, con le usanze dell' odierno teatro, possiamo sup- porre che una tragedia, la quale sarebbe spettacolo poco intelligibile alla plebe , sia intesa e pregiala da un udi- torio che, generalmente parlando, è gente eletta, e corre al teatro perchè ne ricava diletto. Ma come im- maginare che un popolo privo dei precipui requisiti per sentire le vere bellezze d' un dramma, lo voglia applau- dire, e possa incoraggiare il poeta a far meglio? E tale per lo appunto era la condizione del pubblico in Roma. S'immagini un immenso edifizio dentro il quale siede- vano schierati attorno tutti i cittadini romani dai con- soli, dai pontefici, dai capitani, dalle vestali, dalle ma- trone fino al misero artigiano, e tutti con lo intento non di godere dei diletti della poesia, ma desiderosi di svagarsi ad ogni modo, e noi troveremo il poeta dram- matico in Roma fra mezzo a condizioni contrarie a quelle in cui egli era in Alene; e quindi il suo uflicio snatu- rato, e quindi 1' arte sviata dal vero suo scopo, e quindi libero lo ingegno di violare le leggi estetiche , e di ado- prare ogni mezzo, anche riprovevole, purché riuscisse gradito agli spettatori. 11 poeta non poteva amare l'arte sua come scala che menasse agli alti onori dello Stalo; egli doveva considerarsi com.e pertinente ad un ordine di gran lunga inferiore a quello degli uomini che chia- mavan.si buoni non solo, ma ai sempiici ciltadini liberi esercenti più prohcui mestieri.
È questa, dopo la non esistenza del genio, la pre- cipua ragione per la quale l'arte drammatica, e in ispe- cie la tragedia, non potè in Roma giungere all' allezza della greca, e né anche sostenere il confronto della
CAPITOLO SECONDO. 89
Slessa commedia latina. Se in qualciic modo sembra vera la ragione che la inferiorità di questa debba attri- buirsi all' indole della lingua così lontana dalla maravi- gliosa pieghevolezza della greca favella; ciò. non po- trebbe dirsi della tragedia. Imperocché lo eloquio dei vincitori del mondo, per forza, evidenza, maestà era forse superiore; e di certo la tragedia avrebbe potuto sublimemente parlare con la lingua e lo stile, che nelle storie di Tacilo dipinse, anzi scolpi di tutto rilievo, le truci immagini di quelle tigri insanguinate che chia- mavansi Cesari.
XIII.
Ma la non esistenza del genio tragico, la dottrina della imitazione, e il poco onore in che si tenevano i poeti, potevano non avere impedito nei susseguenti tempi che la tragedia poggiasse più in alto se non vi fosse stala altra cagione, che la rese pressoché impos- sibile. La tragedia, quando anche spazii fra mezzo alle fantasie della favola, e dipinga costumi vetustissmii, e presenti uomini grandemente dissimili dagli ascoltatori, è componimento solenne che commuove l'animo ad alti sensi, che pone in tumulto le passioni, che suscita la virtù, che spira libertà, che della libertà fa il suo principio vitale. Quindi la sua esistenza diventa impos- sibile nei tempi in cui la libertà manca. Quando i La- tini in tutte le arti letterarie parvero voler uguagliare i greci esemplari, quando Roma poteva vantare oratori, storici , poeti da non vergognare dinanzi alle elleniche glorie, la libertà tentennava convulsa per cadere poco di poi e non rialzarsi mai più nella immensa sua mole. La tragedia perciò non poteva essere tollerata dalla na- scente tirannide, e se era stata negli anteriori tempi
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pubblicamente rappresentata, cioè se era siala uno spettacolo consueto e frequente come tutti gli altri ludi scenici, divenne poscia una esercitazione letteraria, una forma di poesia scritta per leggersi , un componi- mento morto, perocché tale deve considerarsi il dram- ma non fatto per la rappresentazione.
E colali di fatti si vuole che fossero le dieci trage- die attribuite a Seneca, misere reliquie della letteratura tragica latina, delle quali adesso ragioneremo. Innanzi tutto è mestieri notare che la questione se le siano opera di Lucio Anneo Seneca il filosofo o d'altri, è fuori del nostro proposito in questi rapidi cenni del Tea- tro antico. Noi seguiremo la tradizione che le ascrive al famoso maestro e cortigiano di Nerone; e consi- derando come tutte siano composte secondo un medesi- mo sistema estetico, possiamo discorrerne senza peri- colo di riescire alle assurde conclusioni. Prima di prof- ferire un giudizio , si consideri quali nel primo secolo dell' èra nostra erano le condizioni morali e letterarie in Roma. Poiché la tirannide si fu consolidata sopra un trono intriso di sangue e collocato sui cadaveri degli ultimi virtuosi Romani, spargendo lo spavento per tutto lo impero e massime nella metropoli, aveva ingranditi e moltiplicati quegli affetti che erano cominciati a ma- nifestarsi negli ultimi tempestosi anni della repubblica: voglio dire tutta quella turpe famiglia di vizi che si comprendono sotto il vocabolo corruzione, aveva invasa la società. Il principe, circondato di satelliti piij tristi di lui, regnava tenendo in continuo terrore i cittadini. Costoro, privi di affetto verso il prossimo, amanti di se stessi, sospettosi di ciascuno, inviliti nell'animo, sordi alla coscienza, fangosi nelle passioni, obbedivano vegetando da belve più presto che vivendo da creature ragionevoli.^ Spenta in tulli (juclla sublime frenesia che
CAPITOLO SECONDO. 91
1 popoli chiamano eroismo, e che è principio e inci- tamento alle cose grandi e talvolta superiori alla natura mortale; spento ogni affetto per la virtù; i virtuosi considerali come dementi, e scherniti quante volte la tirannide non gli reputava pericolosi; norma alle azioni umane era questa, mirare a un Une, e quando anche la via fosse lorda di fango e di sangue percorrerla corag- giosi e giungere a quello. Pure o perchè la tirannide con lo spargere troppo spesso e a fiumi il sangue citta- dino, avesse privato del suo naturale orrore la morte, 0 per altra inesplicabile stranezza, lo spregio della morte era venuto in voga. Non è memoria nelle storie che gli uomini uscissero di vita con maggior noncuranza, anzi con una tal quale ostentata voluttà, e sovente con uno apparato scenico, al pari di quello che facessero i Romani flagellati dalla sferza imperiale. Gli uomini avrebbero reputato non lieve sciagura se la legge gli avesse privati della voluttà del suicidio. Le dottrine della scuola stoica che parevano già dover cedere a quelle d'una filosofia piìi mite ed alquanto sensuale, agl'insegnamenti dell'Accademia, agli aforismi di Epi- curo, dopo il cupo e sanguinoso regno di Tiberio ri- sorsero e portentosamente si sparsero. I filosofi , co- mecché fossero i meno corrivi a metterle in pratica, le predicavano nelle scuole; i più cospicui cittadini che con ogni iniquità accumulavano tesori, martoriavano con r usura e le rapine la plebe, e non abborrivano da azioni scelleratissime, sapevano, non trovando via a uscire di pericolo , morire da forti come colui che più non abbia ragioni di vivere, E mentre cotesti fatti che segui- vano quotidianamente danno agli uomini immersi in tanto immane fogna di vizi, aspetto di una generazione di eroi, considerati più addentro altro non erano che esagerazioni di una virtù divenuta mera appariscenza e
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turpe effetto d' ineluttabile necessità. Pervertite le dolci passioni umanitarie che rendono meno tristo lo umano consorzio; nullo il dovere del giusto; viziato il senso del buono: tempi malaugurati in cui la civiltà, mo- strando un immenso ma infecondo moto, o, per dir meglio, una violenta convulsione, si apparecchia a dis- solversi,
E a cosiffatto movimento morale rispondeva il let- terario. I Romani adesso come non erano più sobrii cit- tadini, così non erano i poco fervidi cultori degli studi dei tempi della repubblica. Le lettere da ogni parte del mondo incivilito confluivano a Roma divenuta centro a tutto l'universo, Roma era ormai una città cosmopolita; gli accorrenti dalle longinque regioni non vi convi- vevano come i fabri della torre di Babele, ma assue- facevansi al nuovo vivere civile ed abbracciavano i costumi prevalenti nella metropoli dello impero. Im- menso il campo del sapere; portentosamente varie le sue regioni; libero V ingegno di spaziare per ogni dove e osare tutto; aperte innumerevoli scuole dove i gio- vani imparavano a discorrere strenuamente su tutto lo scibile umano e divino; non più la mente tenevasi con- tenta dello studio d'un' arte sola, non si educava con gelosa cura, ma sfiorava più cose; e quasi volessero emulare quei cittadini che non istimavansi e non osa- vano chiamarsi ricchi se non potessero mantenere un esercito e non possedessero immense turbe di schiavi, gli ingegni aspiravano a mostrarsi enciclopedici, non approfondivano nulla e ciarlavano audacemente d' ogni cosa, ciarlataneria che era scala alla fama, alle ricchez- ze, agli onori. Quindi le invenzioni dei metodi, e il loro avvicendarsi e prevalere con lo arrivo di nuovi insegnatori in Roma; quindi le ricette rettoriche per ogni specie di componimento. Per bene riuscire in uno
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Studio non era mestieri il genio; l' invitta Minerva d'Ora- zio non era impedimento alle aspirazioni dello studio- so; per ogni componimento vi erano regole certe, ba- stava impararle e farsi esperto nel modo di adoperarle, per essere sicuro di un prospero esito. E però il retore insegnava l'arte di scrivere drammi come cosa ordina- ria; e la tragedia di quella età era come ogni altra spe- cie di poetica scrittura il frutto di precetti imparati nelle scuole, ovvero di un processo quasi meccanico che, bene eseguito, non poteva non condurre ad un ri- sultato sicuro.
XIV.
Ma perchè le ricette reltoriche non precorrono mai i sommi monumenti dell' arte, i retori ricavando dal teatro greco le regole loro, inculcavano la riproduzione dei soggetti di quello; quindi i drammatici romani ri- presentarono gii eroi della scena ellenica. Ma che pote- vano signiiìcarc in Roma le gesto d'Edipo, di Ercole, di Teseo, degli Alridi ? Erano simboli muli, subbietli archeologici, buoni ad appagare l'altrui curiosità, non mai a infiammare le passioni popolari, telai comodi per tesservi sopra artificiosi versi. E veramente tali sono le tragedie di Seneca : tutte si aggirano sopra i vecchi subietti della greca scena, tranne la Ottavia che è ro- mana e viene considerala inferiore a tutte e attribuita a qualche poco esperto declamatore de' tempi posteriori a quelli del filosofo. Ma se pacatamente si considerino quei drammi , raffrontandoli alle fonti dalle quali fu- rono desunti, si vedrà di leggieri Seneca avere esage- rato, trasfigurato e quasi sempre imbruttilo disegni, caratteri, situazioni, passioni, contrasti, stile, ed ogni cosa.
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Gli uomini in lui sono tutti stoici, vaghi di senten- ze, di antitesi, di epifonemi; come se avessero in cuore inaridita la fonte d' ogni passione, ragionano della morte quasi si trattasse d' un giuoco. Nelle più ardue situazio- ni, sempre che loro si offra il destro di descrivere, de- scrivono declamando lunghe tirate di versi, nei quali tu perdi d'occhio il personaggio che parla, per ve- dervi il retore in cattedra o il giovine dalla scranna che legge per farsi applaudire quanto all' arte d' avere bene adoperate le regole, non per is vegliare una pas- sione nel cuore altrui. E non solo gli uomini sono sen- tenziosi e declamatori, ma anche i fanciulli. Aslianatte nella Troade sdegna di nascondersi dentro la tomba pa- terna e, non che tremi di ricadere nelle mani di Ulisse, spontaneamente dall' alto della torre si precipita sulla città di Priamo. Ora rammentando la divina dipintura omerica nella quale fanciullo leggiadro come una stella è rappresentato con tutte le grazie dell'età sua, non ti pare egli che Seneca dandogli carattere di stoico abbia fatto come quei pittori, che, pervertito il naturale in- gegno nelle pastoie dell'accademia, danno ai corpi dei fanciulli le forme anatomiche dell' uomo adulto , e ciò soltanto per boria di mostrare ciò che essi chiamano scienza di disegno ?
Né queste esagerazioni di carattere tu le trovi ne'soU uomini, nei quali talvolta sarebbero sopporta- bili: Seneca fece stoiche, rigide, inflessibih, spassio- nate, meglio, depravate nelle passioni anco le donne. Più sopra dicevamo che le condizioni della donna nella società greca erano tali che per quanti sforzi facessero i poeti a idealizzare e incarnare in tipi di fantasia quel morale sviluppo desiderato dai filosofi, 1' arte loro non giunse a darci quasi mai un carattere femminile com- piutamente esplicato. NuUadimeno nei loro sembianti
CAPITOLO SECONDO. 05
trovi impressa 1" anima con tutte le sue fervide o miti facoltà, le loro azioni muovono dalla vera indole della più bella delle opere di Dio. Se godono o piangono, se amano o odiano, non fanno mai oltraggio al pudore che ò la più soave delle molte virtù loro. Vero è che Euripide aveva incominciato a renderle più sfrontate; ma se gli Ateniesi tolleravano e corteggiavano le donne tralTicalrici della propria bellezza, che con le grazie della persona e la cultura dello spirito sapevano farsi perdonare dal pubblico la licenza del vivere, non vole- vano nel solenne spettacolo tragico vedere la donna priva di quello ideale che la rendeva degna di compassione e di riverenza. Ciò che in Euripide e ne' suoi successori fu come un breve cenno, in Seneca giunse allo eccesso. Le femmine di Seneca senza avere [' austerità digni- tosa delle matrone romane dei tempi della repubblica hanno una disamabilità, una ferocia che ributta, una saccenteria che stomaca e distrugge lo interesse che potrebbe nascere dalla vista o dal racconto delle loro sciagure. Vedasi qual difTerenza corre tra la Fedra, la Deianira, l'Antigone della greca tragedia e i medesimi caratteri copiati da Seneca. Egli non intendendo l' uso delle mezze tinte, delle sfumature, dei contrasti, ma badando solo alle grandi masse de' lumi e degli scuri ha esageralo e imbruttito ogni cosa. E se le greche donne ti svegliano in petto la compassione e ti richia- mano sugli occhi le lacrime, le donne di Seneca pare che aspirino a morire da forti a somiglianza dei gladia- tori col riso sulle labbra e senza contorsioni fra lo ac- clamante popolo che da quel cruento spettacolo tornava a casa per avvinazzarsi e rendersi degno di più vilmente servire. Le passioni, secondo l'uso delle scuole, avevano determinate regole: ognuno «;enza averle sentile, senza averle neanco vedute in altri poteva esprimerle da mae-
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Siro purché si fosse attenuto agli ammaestramenti rice- vuti nelle scuole. Così nei tempi andati i pittori avevano tipi con certe particolari attitudini del volto e della per- sona per esprimere l'amore, l'odio, la invidia, l'orgoglio, e tutte non solo le grandi passioni , ma portino le loro sfumature, le più impercettibili affezioni dell'anima: tipi che avrebbero mosso a riso, non che i sommi , i più modesti artefici dei secoli decimoquarto e decimo- quinto. Ciò posto, non ci vuole grande acume di mente per accorgersi che in tutte le tragedie di Seneca, le passioni, generalmente parlando , sono lavorate secondo il sopraddetto metodo. I suoi caratteri, se fossero falsi rispetto al tempo loro, cioè se ad esse mancassero le tinte locali, potrebbero escusarsi, imperciocché ci con- soleremmo nel vederli ideali cioè universali, come non di rado è seguito a taluni poeti o pittori, i quali, po- nendo da parte questa non lieve menda, se non meri- tano il nome d'artisti compili, sono degnissimi di es- rere annoverali fra' grandi. Ma i caratteri di Seneca non sono di nessun tempo ne di nessun popolo ; ove non riescano prette assurdità, sono manifeste esagerazioni: sono retori che senza avere studiato gli uomini li descri- vono intrepidamente declamando, vaghi di sciorinare ar- guzie, sentenze, epiteti nuovi, immagini stranissime.
E davvero cotesto declamazioni, in forma o di de- scrizione 0 di predica morale, o di racconto, riem- piono quattro quinti delle tragedie di Seneca. Azione ve n' è poca; sovente a svolgere il fallo tragico sarebbe troppo anche un solo degli atti. I quali hanno a essere cinque perchè così richiedono le regole. Fra l' uno e r altro è il coro, già ridotto ad un semplice intermezzo, a una sinfonia , spesso estranea al subietto e adoperala per dare allo scrittore tempo di pigliar fiato e appa- recchiaisi a continuare la interrotta declamazione.
CAPITOLO SFXONDO. 97
XV.
Come il coro, che è forma esteriore del dramma non ha signihcato , cosi non ne ha nemmeno il fato che ò forma interiore ovvero spirito di quello. Nel dramma greco esso era mirabile espediente per attenuare I' orrore dei casi tragici; senza snaturare il vero lo spogliava del deforme e lo predisponeva acconciamente all' ar- te. In Seneca il fato non è piìi la legge suprema dell' universo, la giustizia assoluta, immutabile, eterna; ma 0 e il cieco caso, o si confonde con la tirannica on- nipotenza dei mimi degeneri. Quindi dove esso inter- viene ogni sentimento di religione, d'ammirazione, di forza d' animo sparisce , e gli eventi ci sono presentati nelle loro schifose e ributtanti forme, in tutta l'orri- dezza della colpa. Seneca ricorse al fato non per elezio- ne, ma per necessità, imperocché come lo avrebbe po- tuto egli evitare desumendo i subietti dal greco teatro ?
Possiamo dunque conchiudere che la tragedia di Seneca, priva d'ogni elTetto scenico, è irreparabil- mente difettosa quanto all' idea, ai caratteri, alla testu- ra, allo siile. Lo scopo morale, se ne togli le sentenze, le massime comunemente insegnate nelle scuole, e seb- bene divulgale, non sempre messe in pratica, è nullo; dico lo scopo che risulta dallo insieme d' un fatto ordi- nato in forma drammatica. A sincerai»sene sarebbe evi- dentissimo argomento raffrontare le tragedie greche con le imitazioni e i travestimenti fatti dal verseggiatore latino. La Medea d'Euripide, che notevolmente dege- nera dal vero concetto tragico de' suoi predecessori, è un modello di bellezza in paragone di quella di Seneca che dai critici è reputata il suo capolavoro , ed è piena
Giudici. — St. del Teatro in Italia. 9
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di esagerazioni, di contorsioni e di altre storture di pensieri e di stile , e che in ciò cede il luogo solamente al Tieste, vero macello la cui rappresentazione non si sarebbe potuta patire né anco dai Romani. I quali, seb- bene fossero assuefatti ai cruenti spettacoli, potevano con gran diletto contemplare un gladiatore che intrepi- damente spirava suU' arena insanguinata , ma non avreb- bero sostenuto la vista di un fratello che sgozza e fa in brano i miseri e innocenti fanciulli , li cuoce, e con infernale perfidia li fa divorare al genitore come squi- sita vivanda. E non per tanto cotesto è nulla in con- fronto dello strazio eh' egli fece di un subietto , nel trat- tare il quale 1' arte di Sofocle s' era mostrata maravi- gliosissima.
Io parlo dell' Edipo. Qual concetto profondo nel greco ! Quale equilibrio di parti, qual gradazione nello sviluppare tanta catena di casi con andamento nuovo ed insieme naturale ! Queir arte di mostrare la umana creatura, dalle poderose braccia del fato che la cir- conda di delitti e di sciagure svincolarsi infelicissima ma monda d' ogni colpa e quindi grande sempre e de- gna della universale commiserazione; quei quadri che tengono in continuo terrore ed ansia gli spettatori; quel concentramento di tutte le emozioni in una sola ga- gliarda ed immensa alla fine del dramma, squisitissime bellezze d'arte, che sono mai diventate nelle mani di Seneca? Un fatto schifoso senza morale significanza; un cumulo di lordure e di scelleraggini che non ti muo- vono né ad ira ne a compassione, ma ti stomacano; una serie di scene ricucite insieme senza ragione; un pretesto a descrivere, a sentenziare, a sottilizzare, a tronlìare; un così detto dramma che potrebbe essere qualsiasi altra specie di componimento se l'autore non lo avesse fatto in dialogo e partito in alti e scene.
CAPITOLO SECONDO, 99
XVI.
Ma ò egli poi rigorosamente vero che le tragedie di Seneca sono così mostruose come la maggior parte dei critici le giudicano ? Non ha egU dunque nessun pregio di concetto o di forma ? Ingannavansi tutti coloro che le hanno predicate con magniliche parole? Andiamo a rilento per profferire un equo giudizio. A tali dimande è mestieri partitamente rispondere. Innanzi tutto io prego i lettori a tenere sempre in mente che giudicando del pregio d' uno scrittore il quale si sia provato in una forma che da' suoi antecessori è stata condotta a qualche perfezione, non si può tener conto dei tempi e delle altre condizioni come è necessario fare rispetto ai monumenti dell' arte incipiente, i quali non vanno pre- giati secondo le norme assolute dell' estetica. In quello debbono riprendersi come riprovevoli errori quei di- fetti che r arte bambina non può evitare; da lui se non richiediamo originalità, vogliamo tulli i pregi che si ottengono con la cura, lo artifizio, il gusto, con lo in- gegno, insomma, guidato dalla critica. In tal guisa io ho giudicata la tragedia di Seneca paragonandola a quella di Sofocle e d'Euripide, ed ho creduto con tutta onestà di coscienza farvi sopra quelle considerazioni, le quali a chi si lasci sopraffare dal nome dell' autore o da quello de' suoi ammiratori, parranno troppo severe. Fatto questo avvertimento, rispondo alle sopra esposte di- mande.
Chi con mente pacala e con insigne pazienza svolge le tragedie di Seneca, e in ispecie quelle che gli eruditi stimano le migUori fra le dieci, si sente fra il perpetuo tronfio dello stile colpire da certi tratti vera-
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mente ammirevoli. Ti accorgi clie lo scrittore, sebbene fosse privo di gusto, perche travolto nella universale corruzione delle lettere, o, se vuoisi, sebbene non me- riti il prestantissimo nome di poeta, è uomo d' ingegno non comune. Si vede il maestro inculcatore di quei se- veri aforismi ed assiomi morali, nel ripetere i quali vanno in estasi i filoso ti di tutti i secoli. Certe sentenze, concentrate in brevissime parole hanno una sublimità morale sì stupenda da scuotere improvvisamente tutte le libre. Alcune volte, ancorché l'autore sciupi una si- tuazione fehcemente trovata, il dialogo serrato, rapi- do, incalzante e non per tanto lucido trascina i lettori, la cui maraviglia non cessa se non quando sopraggiunge improvvisa una lunga descrizione che con la strana pompa delle immagini raffredda le passioni, dalla ener- gia del precedente dialogo già messe in moto. E perchè neir arte è difficile conoscere le infinite gradazioni del colorito, quel tono lugubre di Seneca, comecché sia spesso vizioso, piace perchè fluisce dirittamente dalla tragica severità, sebbene viziosamente esagerata. Onde coloro, ai quali la natura largiva vero ingegno con- giunto a squisito giudizio, spesso non isdegnarono di togliere da Seneca qualche tratto, che da essi poi ve- niva riprodotto con quella giustezza di forma in che sta sempre il vero bello dell' arie. E però non è da mara- vigliare che Corneille, Piacine, Metastasio, Alfieri ed altri insigni leggessero le tragedie del latino filosofo, e se ne giovassero sì apertamente che ai critici non tor- nava malagevole additare i luoghi imitati. Nei tempi in cui la poesia è arte imparala nelle scuole anzi che inse- gnata dalla natura, né il popolo è universalmente dispo- sto a sentirne i diletti, perché il senso non è in quella delicata disposizione che basti un leggiero accenno per toccarlo, e a guisa di corda che metta capo nel cuore
cArnoLO SECONDO. lui
farlo piacevolmente risonare, in cui lo arlisla ha biso- gno del grottesco delle immagini, del caustico delio stile per aprirsi a forza la via all'anima del popolo, lo esageralo diventa forma ordinaria e inevitabile dell' arte. Per la qual cosa, quante volte dopo il risorgimento delie moderne nazioni ricorsero epoche silTattc, la orridezza di Seneca fu preferita alla gelida imitazione delle delicate bellezze dei veramente grandi poeti. Vuoisi nondimeno attribuire ad altra cagione la prevalenza di Seneca nel medio-evo, alla quale cagione forse più presto che al caso deve ascriversi il non essersi perdute le sue tra- gedie. La fama di Seneca nei lacrimosi tempi imperiali che ognora si resero più tristi fu immensa. I dottori cristiani citavano spesso le più belle sentenze morali di lui. Come il senso dell'artistica venustà si andava per- dendo per la sempre crescente corruzione del gusto, rimaneva il valore della idea. I libri si pregiavano più per questa che per quella, e il loro stile, comunque ine- legante, diventava esempio alla imitazione. Per questa ragione vediamo dagli scrittori, al risorgere delle lette- re, additati come maestri certi autori che dovrebbero dal sano gusto essere riprovali; vediamo eziandio taluni autori avere nominanza non da quello in che furono maggiormente eccellenti, ma da quello che più poteva essere sentilo dagli uomini aventi quella tale cul- tura. Orazio dai critici latini fu predicato sommo dei li- rici, e come tale aveva nell'età sua ottenuto univer- sale reputazione; e nondimeno Dante, che viveva in tempi nei quali lo studio della lingua latina, infan- gata nello inelegante gergo delle scuole, non concedeva che si gustassero le bellezze liriche del Venosino, gli dà lode aiitonomaslica per la Salirà, nella quale di certo i Latini contemporanei di lui o di Persio e di Giovenale non gli avevano conceduta la palma. E però
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lO'i STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
tanto pel nome di Seneca, quanto pei'chè gì' ingegni , che andavansi disvihippando dalla caligine della barbarie, tenevano fisso lo sguardo alle reliquie della romana let- teratura per costruire la nuova, vedendo altamente onorate le tragedie di Seneca, in esse sole specchia- ronsi allorché vollero anch' essi calzare il coturno. Onde è che innanzi che si scrivessero veri componimenti drammatici nelle hngue volgari si videro imitazioni di quelle dieci tragedie. Di queste imitazioni, come fuor d'opera del nostro subietto, dovremo ragionare dopo che avremo indicato le vicissitudini che subì lo spetta- colo drammatico per diventare, nel morale, politico e letterario scompiglio delle età di mezzo, ciò che in tutta Europa fu chiamato Mistero, e in Italia ebbe il nome di Sacra Rappresentazione.
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CAPITOLO TERZO.
Cagioni della rovina della drammatica. — Il principato intollerante del dramma e in ispecie del tragico. — I giuochi pantomimici. — Ultimi vestigli del dramma scritto e forse rappresentato in Roma. — Si compie l'estinzione del dramma antico. — Primordii del nuovo. — Hrosvita. — Il Ludus Pascalis. — Confusione di tutti gli elementi di'amm.iUci.
Sebbene dalle considerazioni da noi fatte sopra le tragedie di Seneca si possa manifestamente dedurre che il teatro fino da quei tempi era volto a rovina, nul- ladimeno, essendo ormai giunti al luogo convenevole per dimostrare in che guisa il dramma antico si tramutasse nel moderno, come 1' arte pagana divenisse cristiana, è mestieri, con diligenza cercare e indicare le precipue cagioni di tale trasmutamento.
Nello antecedente capitolo si disse come alla caduta della repubblica, quei mali che, essa vivente, esistevano, si accrescessero e rompessero ogni confine. In essi adunque dobbiamo primamente trovare le cagioni della rovina dell' arte drammatica.
Non era per anco manifesta la lotta, che successe sanguinosissima ed esiziale dappoi, fra la idea cristiana e la pagana, allorché all' arte che a questa si era gloriosamente informata, e costituiva 1' èra piìi celebre della civiltà antica, cominciava a mancare il naturale alimento. Con lo indebolirsi della fede nella vetuste credenze infirmavasi anche il sentimento. I filosofi, e
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generalmente gli uomini che non erano volgo, irridevano alle tradizioni religiose che sono esca alle schiette ■ ispirazioni degl' ingegni. Il culto dell' arte come cosa sacra andava spegnendosi. Quando per lo imperio esteso fino alle pili longinque regioni della terra , il quale sembrava più che mai florido e fermo, i Romani avevano preso il pendìo della decadenza; i primi vestigi della seconda barbarie , cioè di quella che accompagna il disciogliersi della civiltà, epoca in che i fenomeni della umanità bambina si riproducono, ma con diverse tendenze, nella umanità rimbambita , mostravansi da per tutto.
E per parlare più propriamente del nostro subietto, quei ludi materiali indigeni o stranieri che avevano sollazzato i cittadini dei primi secoli della repubblica, e che anche ai tempi di Plauto e di Terenzio erano dalla plebe preferiti al vero spettacolo scenico, ritornarono in voga tino a diventare sfrenatissima passione. I Romani più non si stavano contenti ai soli giuochi antichi, ma dagl' innumerevoli paesi conquistati trasportavano le costumanze a Roma, e in ispecie dalla Grecia, che, siccome sopra dicemmo, da quando diventò provincia romana, venne considerata come esempio allo elegante vivere delle classi agiate. Quindi dalla presa di Corinto in poi , e più anche sotto gf imperatori , segue un ricambio di giuochi pubblici fra' due paesi, così che le buone arti anco in Grecia, dove, comechè già fossero cadute dallo antico splendore, duravano tuttavia, si lasciano travolgere nell'ampia tìumana della corruzione per cedere alla barbarie che minaccia la intera civiltà pagana.
Per amore del vero e' bisogna affermare che nella ellenica terra non poterono mettere salde radici ed universalizzarsi come nella italica; imperciocché il preva- lere d' una costumanza o d' una istituzione qualsiasi •suppone anzi tutto una predisposizione d' indole nel
CAPITOLO TERZO. lOo
popolo. Così mentre i Romani con frenetici applausi e con indicibile diletto accorrevano a quelle orrende carnificine che cliiamavansi giuochi dei gladiatori, gli Ateniesi alla eloquente voce di Demonace che gridava loro: Cittadini, innanzi di accogliere i gladiatori è mestieri che allorriate l'ara della Misericordia — o una seconda volta alle tonanti parole di Apollonio Tianeò non patirono che quei feroci accoltellanti profanassero la loro città e molto meno il teatro di Bacco, dove pretendevano dare i loro cruenti spettacoli, quel luogo slesso che era stato reso sacro dalle rappresentazioni della diva Melpomene. Come gì' imperatori ebbero imparata l' arte dei Cesari, condotta a profonda scienza da Tiberio, il più esperto mastro della tirannide , promossero i ludi già esistenti e ne istituirono di nuovi, offrendo se stessi spettacolo alla plebe ; e' parevano genii maligni della ironia bramosi di avvilire quei popoli che lasciavansi domare e sgozzare da loro. Vero è che mentre nessun cittadino poteva tenersi sicuro della vita, mentre, mute le leggi, ciascuno ad ogni istante era in pericolo di vedersi com- parire dinanzi uno sgherro che a nome del principe gli recasse il comando d' uccidersi, i Romani dei tempi impe- riali passavano quasi tutta la loro vita ne' giuochi pub- blici. Domiziano difalli ordinò che le corse dei cavaUi nei giuochi secolari durassero cento giorni. Oggimai non parrebbe credibile la esistenza di certi principi che, posto giù ogni pudore d' uomo, si lasciavano in preda alle più sconce e buffonesche azioni. Questi ignudo slìda in mezzo all'arena i lottatori, che, pena la vita, devono lasciarsi vincere, e s'inebbria dei vili applausi del popolo; quegli travestito alla foggia d' Ercole doma un leone ammaestrato e lo vince; l' uno in sembianza d'Apollo dal suo seggio nell'aniìtcalro trucida a colpi di strale certi uomini mostruosamente vestiti da giganti; l'altro fre-
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netico pei giuochi delie corse, odia e punisce di morie i fautori della fazione avversa a quella per la quale egli parteggia ; e nel medesimo tempo per amore verso un suo cavallo commette sconcezze cui non trascorse mai in tempi barbari nessun buffone o uomo demente. La vigilia del dì in che la diletta bestia cesarea deve correre nel circo affincTiò la possa ristorarsi con un placido sonno, egli manda attorno soldati per imporre silenzio a tutto il vicinato. L'animale riposa in una stalla ovvero ma- gnifico appartamento, dove è una mangiatoia di marmo, una greppia d' avorio , arnesi di porpora, collane di perle, masserizie di gran lusso per ricevervi i visitanti. Si attende la prima vacanza perchè lo augusto quadrupede sia inalzato alla dignità di console; e intanto avendo l'imperiale padrone assunto l'ufficio di pontefice massimo vuole lo amato cavallo collega nel sacerdozio. E parrebbero sogni di cervello infermo o satire sanguinosissime e incredibili se non ci fossero con fede d' onesto .storico , raccontate da spettabili scrittori che quelle cose videro con gli occhi proprii. Ai quali scrittori io rimando il lettore per apprendere quali e quanti fossero i giuochi pubblici di Roma, che si potrebbero giudicare come aventi relazione con le vicissitudini del Teatro, mentre mi terrò più da presso a quelli coi quali è strettamente connesso, cioè ai ludi scenici.
IL
Senza darci pensiero dei varii spettacoli che s'infra- mettevano alla rappresentazione drammatica, come le maravigliose apparizioni, le prodezze dei funamboli, uomini 0 bestie, le naumachie, le cacce e simili, parleremo di quella specie di spettacolo che da principio s'introdusse
CAPITOLO TERZO. 107
sul teatro come parte simbolica, poi come pretto orna- mento della rappresentazione drammatica: io dico del- l'arte di esprimere un pensiero, un'azione per mezzo della danza e del gesto, arte che dicevasi pantomima, e che poi giunse a far cadere in disuso il vero dramma, e bandirlo quasi onninamente dalla scena.
Di questa prevalenza della pantomima gli uomini dotti hanno variamente opinato. Alcuni affermano essere stata invenzione richiesta dalla vastità dei teatri, dacché la voce degli attori non poteva giungere intelligibile e chiara alle estremità della cavea (che cosi i Romani chiamavano ciò che oggi da noi dicesi platea). Ma tale ragione, qualora non fosse manifestamente priva di fondamento, è smentita dagli esperimenti falli sulle rovine degli antichi teatri. La ragione per che la pantomima venne in voga, è semplicemente politica, e il favore con che i principi la promossero, ha somiglianza con le fortune dell'opera in musica, come da noi sarà dimostrato a suo luogo. Primo a destare la passione pei ludi pantomimici fu GiuUo Cesare, il quale, macchinando di spegnere la repubblica, bene accorgevasi essere bisogno di accrescere prima- mente e da per tutto spandere quella corruzione che già si era in quel tempo manifestata; e quindi potentissimo espediente d'abbrutimento gli parve lo appagare le voglie della plebe che nelle pubbliche commozioni con feroci clamori domandava pane e giuochi. Gli storici imperiali raccontano come egli a sollazzo delle diverse e innumere genti che brulicavano nella metropoli del mondo chiamasse commedianti da parecchie nazioni perchè eseguissero rappresentanze drammatiche in tutte le lingue. La favilla, che non era lieve, ai lempi di Augusto suo successore diventò gran fiamma; il popolo irreparabilmente tra- lignalo, e istupidito ncir anima, poteva calpestare il sacro cadavere della repubblica per inchinarsi dinanzi al trono
108 STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
del novello signore. La via segnata dal primo Cesare era sì comoda e feconda che Augusto reputò necessario se^ guirla. E per lo appunto erano dianzi giunti a Roma i pantomimi, ed appena egli vide i loro giuochi, conobbe la immensa utilità che potevano recargli; e sopra tutti i pub- bhci spettacoli apertamente li predilesse. Chi dai nostri co- stumi volesse giudicare la società dei primi tempi dello impero male intenderebbe il perchè lo spettacolo dramma- tico riuscisse molesto al principato. Il principato d'allora non era in nulla simile a quello dell' età nostra; il tiranno era un rappresentante temporaneo della tirannide — non era per anco inventata e posta fra le dottrine del diritto pubblico la legittimità della dinastia — e quindi, sebbene ei si sfrenasse ad ogni scelleratezza, viveva in perpetuo terro- re; aveva satelliti ma non un partilo, cioè una numerosa parte di sudditi che, anche lui non amando, si mante- nessero devoti al principato e pronti a propugnarlo con lavila egli averi. Il trono sorgeva come sur un terreno non solido; tentennava minaccioso ad ogni commo- vimento: e però continua, intensissima doveva essere la cura del principe a sostenervisi e a poco a poco ammas- sicciarlo. Non è potenza umana che valga a trasmutare repentinamente le vecchie costumanze dei popoli; la trasformazione morale succede a gradi piti o meno lenti, ma sempre nel comune sentire rimangono vestigi che nei degeneri nepoti mostrano ciò che erano già stati gli avi. Non dico Augusto, ma Tiberio e Nerone, sebbene dispoticamente regnassero e spargessero a torrenti il sangue, non poterono abolire le forme esteriori dello antico ordinamento politico della repubblica. Quindi i più audaci e caparbii di quegl' immani tiranni dovevano consentire ciò che in cuor loro morlalmentc detestavano.
CAPITOLO TERZO. 109
III.
Benché in Roma agli allori drammalici non fosse mai stata concessa la libertà della parola, come nella vecchia commedia attica, nulladimeno basiava un'allu- sione per mettere in subuglio la numerosa assemblea degli spettatori; e i Romani, difalti, quando loro lu tolta ogni via di far giungere la loro voce al senato o al principe, solevano alla minima occasione nel teatro o nel circo levarsi a tumulto, che poscia diventava politico commovimento. E per quanto intorpidite e depravate si vogliano supporre le loro menti, non potevano non sentirsi scuotere e infiammare dal soffio divino di libertà ed eroismo che spirava dalla tragedia. Il teatro dunque era obietto di gravissimo momento; e parve somma ventura al principe il potere far cessare la parola sulla scena per sostituirvi il gesto, la danza, la musica.
E pur allora , cioè sotto il regno d' Augusto, mena- vano gran rumore in Roma dove erano di fresco arrivati, Pilade di Cilicia espertissimo nella danza grave e pas- sionata, e Balillo d'Alessandria nella comica e briosa. La pantomima, la quale era un perfezionamento del- l'antica danza cheandava commista alle rappresentazioni drammatiche, separatasi atfatto da queste, divenne una vera arte che pretese non solo di gareggiare, ma di vincere le altre arti rappresentative. Senza essere affatto priva di parole, era accompagnala dalla musica e da un cantico che esprimeva il subbietto.
Era sommo il favore che i pantomimi godevano in Roma e in tutto lo impero: famigliari nelle case dei magnali, prediletti dai pi'incipi, innalzali a cospicue dignità, arricchiti, onorati di statue e di triontì: solite vergogne che ricorrono in tutte le civiltà decrepite e
Giudici. — Si. del Teatro in Italia. 10
no STORIA. DEL TEATRO IN ITALIA.
cadenti. Ma sono incredibili le lodi che gli scrittori di quei tempi versavano a piene mani sopra quegl' idoli del gusto universalmente depravato. Gii chiamavano c//«roso/? epnnfoni, cioè uomini dalie mani sapienti e che possono esprimere ogni cosa. Più tardi gli elogi furono tali che mal sapresti dire se in essi sia maggiore la esagerazione 0 la barbarie: nondimeno le storture del dire fanno testimonianza della corruzione del senso estetico. Cas- siodoro , il sapientissimo segretario di Teodorico , a signi- lìcare la maravigliosa eloquenza dei pantomimi dice: loquacisnmce manus, linguosi digiti, silentium claniosum, expositio tacita. E certo perizia somma ad esprimere coi gesti i concetti della mente dovevano avere, imperciocché Luciano racconta come il cinico Demetrio tenendo in ispregio la pantomima, affermasse lo effetto maraviglioso che produceva nelle moltitudini doversi attribuire princi- palmente alla bellezza della voce dello attore che voca- lizzava il cantico, all'armonia dei cori, allo splendore delle vestimenta, alla decorazione scenica, ed agli altri espedienti accessori! dei quali lo attore si giovava per rappresentare al vivo il soggetto. Un pantomimo, udito ciò, sfldò il cinico invitandolo a vederlo agire: e quindi, imposto silenzio agii strumenti, senza altri ingegni, senza il soccorso d' una minima paiola, incominciò a rappresentare la favola degU amori di Venere e Marte. Mostrò il subbietto in tutti i suoi principali aspetti , o come oggidì si direbbe, in tanti quadri: il convegno degli amanti, Apollo geloso che li accusa a Vulcano; Vulcano che li prende alla rete; gli Dei accorsi allo spettacolo; la vergogna di Venere che pietosamente prega lo amante perchè la salvi: ed ogni cosa rappresentò egli con tanta naturalezza, e vita, e passione che Demetrio si dette per vinto dicendo che lo attore aveva eloquentemente parlato con le sne mani.
CAPITOLO TEftZO. Ili
Chi prendesse l'odierno spettacolo panlomimico ad argomento per ispiegare di che natura fosse lo antico dei Romani, s' ingannerebbe. La panlomima primamente era rappresentata da un solo attore, il quale esprimendo un l'atto storico 0 citologico, e per lo più riproducendo i più celebri drammi dei migliori poeti , era tenuto a rappresentare da se solo tutti i caratteri necessari al dramma, travestendosi, secondo il bisogno, in tutte quelle maniere che richiedesse la favola — e in ciò stava la eccellenza dell'arte sua. Intanto eh' egli eseguiva coi gesti cosiffatte cose, un altro attore cantava immobile, al suono degli strumenti, un componimento detto cantico che esponeva il soggetto. In progresso di tempo, espli- candosi r arte e giovandosi d' altri sussidii, le pantomi- me erano eseguite da diversi attori; i quali, a quanto taluni scrittori raccontano, talvolta sentivano profonda- mente il carattere da essi rappresentalo. Lo stesso Lu- ciano afferma che uno di loro rappresentando l' Ajace furioso dette in tale eccesso di vera frenesia che quasi spaccò la testa a colui che faceva la parte d'Ulisse. Coleste scene spesso erano premeditate, e mentre adesso non si potrebbero immaginare senza sentirne ribrezzo, da quei principi macellatori, da quei patrizii sozza- mente corrotti, e da quella plebe assuefatta agli spet- tacoli del circo, erano accolte con immensi applausi. Raccontano che Domiziano, non so in che rappresen- tazione pantomimica, comandò che. invece d'un fan- toccio come richiedeva lo spettacolo, un uomo vivo fosse messo in croce e divorato da un orso. Similmente per rappiesentare la parte di Muzio Scevola, un uomo, già daiuiato a morte, fu costretto a lasciarsi ardere la mano nella viva fiamma al cospetto degli acclamanti spettatori, e un altro a bruciare nella propria tunica come Ercole. iNonoslante tutto questo ributtante reali-
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smo, e' bisogna confessare che la pantomima fra' ro- mani spettacoli fu quella die giunse a perfezione quale non ebbe mai fra gli altri popoli; perlochè proletla dai principi ed accettissima al popolo, subordinò a se e quasi spense ogni vestigio di vera rappresentazione dram- matica. Nulladimeno e' pare che coloro, i quali avevana inteso farsene strumento ad imbesliare il popolo disim- pacciandosi del dramma, non ne sperimentassero tutta la innocuità che se ne erano aspettata. Cominciando da Augusto varii imperatori repressero la pantomima e cacciarono via da Roma gl'istrioni, dicendo le fazioni nate da chi parteggiava per questo o per quello sturbare la pubblica quiete; soggiungevano anco le rappresentazioni essere disonestissime e oltraggiare la morale pubblica. Che accanissero le fazioni era vero pur troppo; ma ciò non poteva essere cagione di tanta severità, che anzi rispondeva alle arcane intenzioni del principato; come ad Augusto, che un di rimpro- verava a Pilade i tumulli onde era cagione la rivalità fra lui ed Ila, il celebre e prediletto istrione rispose: — Tu sei bene ingrato, dacché dovresti aver caro che il popolo si occupi di noi, e non pensi a quel che tu fai. — Qanto alia oscenità, non può negarsi che i pantomimi rappresentassero con l'azione quelle laidezze, la cui sola lettura chiamerebbe il rossore sul viso del più im- pudente uomo. Ma era questa ragionevole scusa a cac- ciare da Roma coloro che per privilegio del mestiere e della condizione eseguivano fintamente sulla scena quelle turpitudini che uomini come Nerone, Caligola, Domizia- no, Eliogabalo e cento altri augusti facevano veramente al cospetto del pubblico ?
La vera ragione adunque dello infrenamento degl'istrioni era tutta politica, cioè che sovente essi erano strumento dell' altrui privata vendetta o della
CAPITOLO TEnzO. 113
pubblica; e più spesso anche con un mollo, con un ac- cenno, con un gesto concitavano la plebe, il cui gigan- tesco commuoversi faceva impallidire sul trono il suo tormentalore: la repressione era temporanea, ma per principio i giuochi pantomimici da tutti gì' imperatori furono considerati come strumento di regno. Sotto Co- stanzo, cioè dopoché la faccia dello imperio era cangia- la, temendosi la fame, si fecero uscire da Roma tutti i cultori delle arti liberali, come genie inutile, e si ritennero seimila pantomimi. Tanto è vero che il tea- tro, come non degenerando dalla sua idea primordiale, fu sempre potentissima scuola di civiltà, cosi degene- rando può esserlo di corruzione e di barbarie; e però coloro che seggono al timone degli Stali Io vollero sem- pre governato da severe leggi, e aspirarono a farne monopolio.
IV.
Ma durante questa predominanza dell' arte pantomi- mica quali divennero veramente le condizioni del dram- ma recitato o scritto in Italia? A dimostrarlo chiara- mente sarebbe mestieri rifarmi dal vero principio, e ripetere ciò che dissi altrove,^ cioè descrivere la lotta tra la idea pagana e la cristiana. Imperciocché il cristia- nesimo, come, facendosi anima e vita ad un nuovo in- civilimento, trasformava tutte le istituzioni del mondo antico, cosi non poteva non dare novello aspetto allo spettacolo teatrale. Anzi le vicissitudini alle quali que- sto sottostava erano piìi gravi e complicate, sentendo più rigorosamente gli effetti dell' universale trasmuta- zione, come quello che, sebbene degenerato, serbava
' Storia della Lelleraiura Ualiana.
i14 STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
pur sempre le memorie della sua origine e seguilava ad essere una lai quale ceremonia religiosa, uno spet- tacolo che accompagnava le feste in onoranza dei numi, e quindi era segno speciale agli assalti degli animosi propugnatori della fede. Alla drammatica erano già ve- nuti meno lutti i precipui elementi che ne formavano la sostanza; resi quasi inintelligibili i simboli dei ve- tusti miti, non più coro, non più popolo, non Dei, non Fato nella loro filosofica significanza. Il dramma era pretto esercizio letterario.
Dal che non senza ragione parecchi solenni critici sono stali indotti a supporre che non più si rappresen- tasse in pubblico, siccome di sopra notammo, ma si scrivesse per servire alla letiura nei particolari conve- gni, al pari d' ogni altra specie di componimento. Se non che gravissimi e numerosi testimonii ci danno manifesto indizio che la tragedia e la commedia nei primi secoli dopo quello d'Augusto seguitassero ad es- sere rappresentate con la necessaria pompa. La perse- cuzione aperta, pertinace, accanila contro il tealro co- minciò più lardi, cioè quando per la conversione del capo dello impero, la credenza cristiana divenne in al- cun modo ciò che oggidì si chiamerebbe religione di Stato. Per innanzi fra mezzo alle sanguinose carnilìcine dei proseliti della nuova fede, i Padri, con quel coraggio che sllda i persecutori e spregia la morte, con quella eloquenza, che erompe impetuosa dal cuore caldo di carità e dallo intelletto pieno della luce del vero, non potendo provocare l' autorità della legge che inibisse gli spettacoli, tuonavano contro essi, ne svelavano le turpitudini, scongiurando i cristiani d' astenersene. Ed avevano ragione: imperocché come avrebbero quei sapienti e santi dottori potuto sperare che il popolo serbasse incoi rotta nel cuore quella religione fondata
CAPITOLO TERZO. 115
sulla giiislizia, sulla benevolenza, sulla castità, sulla ve- recondia, senza divezzarlo da quegli spettacoli che ol- traggiavano i più sacri sentimenti della natura? Come avrebbero potuto augurarsi clie il principio cristiano, gettato qual seme fecondo nelle viscere della società di- ventasse arbore immenso, o producesse quei frutti, quei beneiìci elTelti pei quali era stalo istituito, ovvero rigenerasse moralmente la umanità senza avviarla a più sobrio e irreprensibile vivere? Ma il mondo — ri- peto — non si trasforma a un tratto. È vero che la idea nuova ingrandivasi, che il cristianesimo dal sangue dei suoi martiri sparso sulle rovine del mondo pagano s'innalzava più vasto e rigoglioso di forze: ma i no- velli convertili, mentre abbominavano le pagane isti- tuzioni, non che abborrire dai teatri, vi accorrevano numerosissimi lasciando deserte le basiliche nelle quali i sacerdoti offrivano la rappresentazione dei sublimi misteri della fede rivelata. Per la qual cosa i Padri della Chiesa spesse volte ne muovevano lamento, e ad in- fiammare le fantasie sitibonde d'immagini, facevano raffronti fra i misteri pagani e i cristiani. Di ciò, per tacere di moltissimi, negli scritti dei quali rispigo- lando si troverebbero non pochi argomenti, informino le virulente invettive dei santi Crisostomo e Cipriano, di Lattanzio, e in ispecie di Tertulliano che sugli spettacoli dettava un intiero libro. Da quel eh' essi affermano si vedrebbe come la idea rigeneratrice con sano accorgimento si studiasse di sostituire i piaceri di un' arte nuova a quelli della vecchia che si volevano distruggere. Ma ciò non si poteva con atto unico e re- pentino eseguire; la giovine società aveva mestieri di costituirsi e consohdarsi, ed allora appena aveva get- tate le proprie fondamenta: lo edilìcio non era per anco innalzato, e l'arte drammatica non poteva mostrarsi
416 STORIA DEL TEATRO IN ITALIA.
coi sembianti richiesti dalla nascente società se non nello impulso simullarieo che più tardi ebbe l' ingegno in tulle le sue possibili manifestazioni. Ad ogni modo sebbene la maggior parte dei cristiani si mostrassero sordi allo incalzante inveire dei loro dottori, i principi, poiché era fallito ogni loro sforzo di restaurare le pa- gane istituzioni, si dettero con rigorosi decreti a fre- nare la sbrigliata passione dei profani spettacoli. Uno gì' inibiva nei giorni consacrati alle maggiori solennità della cristiana religione; un altro studiavasi di purifi- carli delle laidezze e del sangue; questi decretando la demolizione dei templi pagani e promuovendo la ere- zione delle chiese cristiane, ordinava che si restauras- sero i teatri e non si abolissero al tutto gli spettacoli per non coprire di troppa tristezza la faccia dello impe- ro; quegli vietava l'uso dei giuochi istrionici nelle case degli opulenti magnati, dopo che per distruggere i misteri aveva fatto atterrare i luoghi nei quali cele- bravansi. NuUadimeno gli spettacoli, comecché fossero monchi, o imbastarditi, o caduti dal pristino splendore, seguitarono a sussistere finché non sopraggiunsero i barbari a sconvolgere ogni cosa, e rimescolare i riti dell' antica con quei della novella religione : donde nacque quel grottesco si strano, universale e lungo, dal quale l'arte nuova, alcuni secoli dopo, sviluppa vasi con sembianza affatto trasfigurata, per mettere le ali, get- tarsi nello aperto, e prendendo il luogo dell'antica, pre- dominare in tutta la cristianità.
E sono idee generali da porgere argomento a de- scrivere ampiamente questo conflitto e trasformarsi del- l'umanità e che volentieri distenderei, se non temessi dilungarmi troppo dal mio subiello.
CAPITOLO TERZO. HI
V.
Al quale ritornando dico come da quel che scri- vono i Padri della Chiesa , non che dagli accenni degli scrittori profani , e in ispecie dei poeti lusingatori dei principi, si raccolga che per fino sotto il regno dei Goti la commedia e la tragedia seguilassero a<i essere di quando in quando rappresentate. Senza starmi ad accumulare aride cilazioni, ci gioverà singolarmente fare un rapido esame d' una commedia del quarto secolo dell' èra cri- stiana. È intitolala Quceroliis, che si potrebbe con som- ma proprietà tradurre col toscano vocabolo il Piagnone. So che da taluni è stata attribuita a Guilda monaco in- glese del sesto secolo, o a Vitale Bloicense scrittore del secolo duodecimo, e da altri a Plauto innanzi che fosse scoperta la sua famosa Aulularia. Ma lasciando da parte lo siile, che sebbene sia vivacissimo è nondimeno im- prontato dei vizii della cadente letteratura latina , ba- sta leggerne il prologo per vedere come l'autore in- tendesse imitare la commedia del gran poeta di Sarsina non nella forma e nel concetto antico, ma rifatta se- condo i tempi nuovi e con nuovo disegno e nuovissi- mo scopo. E davvero la idea generale della plautina Aulularia è difTerentissima da quella del Querulo: ed un moderno erudito' non si è dovuto molto alTaticare per toglierla a Plauto e ridarla ad altro scrittore del quale non si conosce il nome, e al quarto secolo del- l'èra volgare. È scritta in prosa,- ma fino dalle prime parole del prologo il poeta, volgendo la parola agli spet-
' Carlo Magnin, il quale nella Revue desDeux Mondes ne pub- blicò un elaboratissirao articolo. Quanto al testo del Qucpvolus ho fatto uso di quello stampalo nella edizione delle Commedie di Plauto fatta nel 1619 da Filippo Pareo.
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talori, dice: pacem quietemqiie noster sermo poeticus rogat, giti Grcecor^iim disciplinas ore narrai barbaro, et Latinorum vetusta veslro recolit tempore.
Dal che si deduce che l'autore pretendeva scrivere in prosa poetica, che imitava i Latini e si atteneva alle regole dell'arte greca. Ma sebbene di queste cose egli serbasse studiosamente le forme esteriori, nella so- stanza il componimento è tale da mostrare che 1' arte, anche corrompendosi, ha acquistate nuove capacilà, e riflette manifestamente i tempi dello scrittore. La qual cosa sempre fu inevitabile allo umano ingegno, il qua- le, sia quanto si voglia grande la cura che adoperi, non saprà mai sottrarsi a quelle idee e a quelle forme fra le quali si è esplicato ed è giunto a maturità. Dante, per modo d' esempio, non intendeva imitare Virgilio? E vi è egli scrittore in Italia che al pari del poeta della Grande Commedia si diversifichi tanto dal cantore (Ìq\- \ Eneide pel modo d" immaginare, di sentire e d'espri- mersi? La cosa medesima avviene del Querulo rispetto a Plauto e asU altri scrittori latini o greci.
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I personaggi che svolgono l'azione sono il Dio Lare, Querulo tìglio d' Euclione — e qui si badi che questo dei personaggi della piantina commedia è il solo nome che nella nuova commedia si trova serbato, ovvero so- lamente accennato, perocché era divenuto antonoma- stico degli avari — Mandrogero mago finto e parassito vero; Sardanapalo, Sicofante compagni di Mandrogero; Arbitro amico di Querulo. Il subielto è questo: Euclione — vado traducendo quasi le stesse parole dell' au- tore — dovendo partirsi da casa sua per andare in
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paese straniero, mise i suoi tesori dentro un' urna funeraria, e sopra vi appose una epigrafe per indicare che la conteneva le ceneri di suo padre. Di ciò non fece motto ad alcuno. Ora standosi lontano dalla patria e sentendosi vicino alla morte nominò Mandrogero coe- rede insieme col tìglio Querulo a patto che gli rive- lasse fedelmente il luogo dove era nascosto il tesoro. Man- drogero, senza porre tempo fra mezzo, s'imbarca e si presenta a Querulo recandogli la nuova della morte del padre, ma non fa parola del testamento, e del te- soro che egli spera acquistare intero per sé solo. E co- me colui che era stalo famigliare di Euclione, sa i più intimi segreli della vita di Querulo, il quale rimanendo attonito a quelle tali rivelazioni ciecamente gli si affida credendolo veramente mago, matematico e indovino co- me egli si spaccia. Mandrogero sotto pretesto di purificare la casa di Querulo, vi s' introduce, riconosce il luogo del tesoro, ma resta amaramente deluso trovandovi un' urna funeraria. Dopo avere imprecato al vecchio avaro che ha saputo con si crudele astuzia ingannarlo, per vendicare sul figliuolo la ribalderia del padre, mentre la famiglia di Querulo è ragunata, getta per la finestra dentro la casa la creduta urna sepolcrale, la quale ca- dendo si rompe e sparge sul pavimento il tesoro a som- ma soddisfazione e gioja di Querulo, che si riputava rimasto piìi povero per la morte del padre. Il parassito a fine di riparare al proprio fallo si presenta a Queru- lo, e mostrandogli il testamento paterno, chiede la sua parte del tesoro. Querulo legge, e vuole che gli si mo- stri fedelmente il luogo dove quello è riposto, condi- zione imposta dal vecchio perchè si mandi ad ese- cuzione il testamento. Mmdrogero riferisce il fatto dell'urna. Querulo minaccia d'accusarlo per ladro e profanatore dei sepolcri, delitto contro il quale re-
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centi leggi comminavano gravissime pene. Il parassito si rassegna alla propria sorte, lo ingannatore rimane vit- tima del proprio inganno, e ciascuno è rimeritato se- condo giustizia.
È questo il subielto della commedia, raccontato brevemente, secondo la usanza, dal poeta stesso nel prologo. Allo aprirsi della scena si vede il nume tute- lare della casa. Egli descrive l'indole di Querulo né buona né cattiva; è un burbero, brontola d'ogni cosa, si la- menta degli uomini e degli Dei, è sempre pronto ad andare in collera: e però il nume è deliberalo di farlo rinsavire ed ajutarlo adesso che corre pericolo d'essere truffato della eredità paterna.
Querulo arriva mormorando e maledicendo sé e gli altri, il Destino e ogni cosa. Il Lare gli si appressa e lo tenta. Il dialogo è vivace e serrato; è una requisito- ria che il nume fa contro Querulo, strappandogli a viva forza dalle labbra la confessione delle sue imperfezioni onde provargli ingiusti i lamenti eh' egli fa contro il De- stino e guarirlo della misantropia. Il modo ha qualche cosa di quella scherma dialettica che la nuova filosofia aveva messa in voga nelle dispule di grave argomento. Gli domanda quale opinione abbia di se stesso, se abbia accumulato pecunia a danno altrui, se rubato, com- messo adulterio, cagionalo o desiderato la morte ad al- cuno, e simiglianti cose. Querulo mastica qualche scu- sa. Confessa di essere caduto nei sopraddetti falli, ma non si repula colpevole perocché tutti fanno così, ed ove le non fossero cose lecite nessuno sarebbe inno- cente. Il Lare con le norme assolute e immutabili della virtù edella giustizia naturale discioglie in fumo tutti gli argomenti di Querulo. E in ciò sembra trasfusa tutta la morale dei ferventi dottori del cristianesimo, i quali senza riguardi ad umane debolezze ed a vetuste coslu-
CAPITOLO TEnZO, "l'il
manze assalivano i vizii e con maggior severità flagel- lavano la ipocrisia e la coscienza elastica, clie con sot- tilissime reti di sofismi gabbava la buona fede indulgendo impunemente a tutte le turpitudini della deprava- zione.
Querulo, slrinlo dalla terribile dialettica del nume che col metodo della levatrice, non blando e facile co- me quelle di Socrate, primo dei sapienti a usare questa immagine, ma con le tanaglie dell'ostetrico che estragga dall'utero materno il parto diftìcile, gli strappa ogni confessione, Querulo interrogato se avesse mai spergiu- ralo, e rispondendo averlo fatto per giuoco — distin- zione che viene rifiutata dal nume — finalmente è co- stretto adire: Juravi scepe, fateor, quod cum starei rerbis, non starei fide. È la famosa dottrina della restrizione mentale. — Dunque — conclude il nume — quando anche tu fossi veramente infelice, lo saresti perchè meriti, perchè non sei stato virtuoso. 0 dimmi un poco: di qual cosa tu ti lamenti ?
— Primo degli amici.
— Si principia bene! e che dirà egli de' nemici? Che ti hanno eglino fatto di male gli amici ?
— Nessuno mi reca tanta molestia quanto i fami- gliari; nessuno mi è meno noioso di quelli che cono- sco poco.
— Che meraviglia se chi ti conosce ti spregi, e chi non ti conosce ti stimi ?
— Grazie del complimento, o Lare famigliare, tu sempre mi accomodi per le feste.
— Già intendo ciò che desideri; vorresti in quat- tro e quattr' otto porvi rimedio.
— Magari Dio !
— Bene ! fa' così: non concedere l'amicizia e fidu- cia tua allo stolto, imperciocché facilmente si fa fronte
Giudici. — St. ilei Tenlio in Ilalia. 1 1
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all'odio degli ignoranti e degl' improbi; con lo ingegno tu comandi gli stolli. • — In che modo?
— Non vuo' tu non essere ingannalo''
— Non desidero altro.
— Non credere dunque a nessuno. Se sta in le non essere ingannato, perchè dunque tu dici male dei perfidi? Vuoi che ti si renda onore? Vivi fra' poveri.
— Tu avresti a dir bene, guarda !
— Non ti accomoda essere gabbato, massime da tuoi?
— Lo vorrei, se fosse possibile.
— Ti ripeterò ciò che dianzi dicevo, o Querulo, non avere stretta dimestichezza con nessuno. L'uomo è individuo; tende ad amare se solo, e quasi non sa pa- tire gli uguali.—
E di questo tono vanno innanzi per lutto il primo allo, che può meritamente chiamarsi una disquisizione d' alta e morale filosofia. L' umore tristo di Querulo dà luogo ad una certa affabilità; ei si piega alla ragione; si spassiona col nume benefico, gli chiede consigli; in lui la parte buona dell'indole prevale alla cattiva: egli di- venta alcun che di simile al burbero benefico, quale lo creava Carlo Goldoni : ed è guarigione maravigliosa- mente rapida per un misantropo. Querulo, incoraggia- lo, o, per dir meglio, istigato dal Lare, comincia la lunga lilania delle proprie sciagure: il padre gli è mor- to; quel servo è incorreggibile; quel debitore non vuol pagare; il vicino gli reca fastidio; e mille altre simili molestie che lo rendono sempre uggioso e lo muovono a maledire il Destino.
Il nuuie con la solita logica ribatte ad uno ad uno lutti gli argomenti di Querulo; gli dimosira lui non es- sere infelice, e coloro ch'egli invidia come tali, vi-
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vore più (ribolafi di lui. Finalmente gli annuncia che la forliina gli farà trovare un tesoro in casa, e favella con tali parole misteriose onde adombrare ma non rivelare chiaramente il l'atto, che Querulo, al quale gli ammo- nimenti del nume avevano ridala la pace dell'anima a segno da induilo quasi a riconciliarsi con la umana famiglia, in un trailo si lui'ha e si sente come sbat- lulo in nn mari; di mille pensieri senza poterne ca- vare costruito; la parte malvagia dell'indole in lui pre- vale di nuovo alla buona; teme che il nume si sia vo- luro sollazzare a sue spese; sospetta di qualche imminente malanno, e per prevenirlo, rienira in casa dove, poco fa, era entrato anch'esso il dio Lare.
La scena è assai lunga, ma la vivacità del dialogo e la profondità dei pensieri fanno sì che si arrivi sino in fondo senza provarne fastidio.
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L' atto secondo si apre con Mandrogero e i suoi onesti colleghi Sardanapalo e Sicofante. Mandrogero ai segni riconosce la casa di Querulo, e studia i mezzi di rubargli il tesoro lasciato da Euclione. Intanto Que- rulo uscendo fuori di casa pieno di gravi sospetti s'im- batte nei compagni di Mandrogero, i quali discorronodi astrologia; tende gli orecchi, e gli nasce il pensiero di farsi dichiarare da un astrologo le inintelligibili parole profferite da colui che gli si era appresentato sotto i sembianti del nume tutelare della casa. Li scongiura quindi di condurgli cotesto loro mago o matematico del quale dianzi avevano ragmnato Mandrogero giunge co- me per caso. Segue un colloquio, in cui con tinissima e coperta ironia si pongono in ischerno le cerimonie
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praticale a quei tempi dagli astrologi. Nonostante Querulo si lascia persuadere dal furbo a fare nella sua casa certe cerimonie per purificarla e cacciarne via i genii del male; ed ambidue vanno dentro.
L' azione fin qui è povera d' intreccio , ma procede regolarmente. Neil' atto terzo è notevole un lungo mo- nologo dello schiavo Pantomalo, nel quale è personifi- cata la condizione de' servi in casa dei ricchi cittadini; egli è una generalilà della classe, è lo avvocato di tutti i suoi confratelli, dei quali espone i vizii onde sono in- fetti e le angherie che patiscono: tratto importantissimo nella storia della civiltà, imperciocché le parole di Pan- tomalo versano copiosa e limpidissima luce sui costu- mi domestici, sulle relazioni tra padrone e schiavo, sul sentimento che in questo comincia a nascere della pro- bria libertà e della dignità d' uomo.
< E' si sa bene — dice Pantomalo — che tutti i pa- droni sono ribaldi, ma non si creda che ve ne sia al- cuno più scellerato del mio. Non dico eh' egli mi faccia paura, ma è sempre uggioso e facile ad entrare in be- stia. Se si ruba qualche tjazzecola in casa, eccolo lì a vomitare un monte di maledizioni come se fosse un gran delitto. Se alcuno di noi getta nel fuoco qualche seg- giola marcia, qualche tavola, qualche lettuccio, ci carica di contumelie: ed è sempre la slessa canzone. Se casca una gocciola da' tetti, se gli usci sono serrali male, e' mette sossopra la famiglia, e vuole vedere tutto da se. Giu- raddio ! 1' è cosa da non potersi patire. Fa da sé la nota delle spese. Dei danari vuole sempre il resto. Se viaggia è sgarbalo e brulale che bisogna vedere. Dovendoci le- vare avanti giorno, prima si beve e poi si dorme: e lui monta in furia. Poi tra lo svegliarsi e la libazione della sera, eccoli mille altri motivi di rimprovero: la folla spaventata, la requisizione delle bestie da soma.
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la fuga dei coiulullori, i mali spareccliiali , gli arnesi posti alla rovescia, il mulalliere sversato: tutte cose da farlo borbottare, e gettare sopra le nostre spalle la colpa d' ogni cosa. Ad ogni modo bisogna soprattutto avere un po' di pazienza: il tempo rimedia ogni cosa. Querulo invece in ogni lite trova cagione a litigare dell' altro. Ad ogni rimprovero appicca un rimprovero nuovo. Il cocchio è cattivo, la bestia è