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\òz-bLly^^ RAFFAELLO BARBIERA
Nella città deiramore
Passioni illustri a Venezia
(1816-1861)
Con lettere inedite di GIORGIO S.1A7); con altri nuovi documenti ed illustrazioni.
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MILANO
Fratelli Treves, Editori
1 923
Quarto migliaio.
Digitized by the Internet Archive
in 2009 with funding from
University of Toronto
http://www.archive.org/details/nellacittdellaOObarb
NELLA CITTÀ DELL'AMORE.
OPEfiE DI RAFFAELLO BARBIERA (Edizioni Trevesi.
Il Salotto della Contessa Maffei. (8° migliaio del- l'edizione Treves) L. 3 50
Ricordi delle Terre dolorose. Drammi e figure della Venezia, del Trentino e dell'Istria. 32 ili. fS.^erf.j. 7 50
Voci e volti del passato (1800-1900), da archivi segreti di Stato e da altre fonti, f.?.'' ediz.) . . . .10 —
Figure e figurine del secolo XIX. (Bozzetti storici.) Da archivii segreti di Stato. 6° migliaio . .9 —
La Principessa Belgiojoso, i suoi amici, i suoi nemici, il suo tempo. (Da memorie mondane e da archivii segreti di Stato, - con documenti inediti, ritratti e fac-simiU.) Nuova edizione riveduta (la 7. ) . .10 —
Passioni del Risorgimento. Bozzetti storici da archivii segreti di Stato, con scritti inediti della Principessa Belgiojoso, Berchet, Lamartine, Prati, ecc., con cari- cature di Alfredo De Musset, ecc., e documenti ine- diti anche in fac-simile. 4.^ edizione . . . .7 —
I Poeti italiani dee secolo XTX. Nuova edizione. In-16, di 1400 pagine, diviso in quattro parti, con
23 ritratti 12 —
Legato in tela e oro, in due volumi, con astuccio . 20 —
I FRATELLI BANDIERA, dramma storico in 4 atti (in col- laborazione di Carlo Bertolazzi), con Proemio storico da documenti inediti 5 —
Vittorio Emanuele, ricordi. (Per incarico della Giunta Municipale di Milano che ne distribuì 20,000 copie alle scuole.) (Esaurito.)
Verso l'Ideale. Profili biografici con scritti inediti di illustri. (Esaurito.)
Venezia nell'arte e nella vita. (Numero di Natale e Capo d'Anno àeìV Illustrazione Italiana, anno 1910.) Con numerose illustrazioni. (Esaurito.)
Nella città dell'amore. Passioni illustri a Venezia (1816-1861). Con lettere inedite di Giorgio Sand; con altri nuovi documenti ed illustrazioni . .18 —
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RAFFAELLO BARRIERA
Nella città delFamore
Passioni illustri a Venezia
(1816-1861)
Con lettere inedite di GIORGIO SAND; con altri nuovi documenti ed illustrazioni.
MILANO
Fratelli Treves, Editori
1923
Quarto miglialo.
PROPRIETÀ LETTERARIA ED ARTISTICA.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
Milano, Tip. Treves.
VENEZIA
SACRARIO DELLE MEMORIE
QUESTI STUDII DI VITE
QUESTE PAGINE D'UN FIGLIO
PREFAZIONE.
" Amate l Non c'è altro di buono nella vita!,, diceva Giorgio Sand, una delle ardenti figure di questo libro.
E cosi sembra esortare la città di Bianca Cappello: Venezia. All'ombra de' suoi monumenti, passioni e pas- sioni si successero come le onde che baciano il piede di quei monumenti. Quale città più celebre nella storia del- l'amore? E qual poeta rappresentò mai la donna venezia- na, dolcemente appassionata, al pari dello Shakespeare? Desdemona è creazione veneziana così vera del Sommo, che la intuì col genio divinatore! Intuì; poiché egli non venne mai a Venezia: Venezia andò a lui.
Questo libro raccoglie in un ciclo, passioni, che, du- rante il secolo XIX, si svolsero in pieno chiaror di luna del Romanticismo; nell'asilo prediletto dei romantici, de- gli amanti. Nessuna città al mondo fu meglio creata per ospitarli e proteggerli ne' suoi misteriosi silenzii.
Eccelsi nomi del secolo passato sfilano in questo vo- lume; nomi imperituri nella storia dell'arte, della poesia, delle anime.
Questo libro è un contributo alla storia del costume del secolo XIX; e anche alla storia della vita di Venezia negli anni successivi alla caduta della Repubblica.
Sinora, non venne inai riprodotto (direbbe un maestro, il TaineJ l'ambiente veneziano nel tempo in cui le illustri passioni qui descritte fiammeggiarono ; e qui ho tentato di delinearlo. Né furono narrati mai alcuni particolari di quell'ambiente suggestivo, suadente, di quelle vite sin-
vili —
golarii e qui, quei particolari scorrono, derivati da diarii, da indagini d'archivii, da memorie. Nell'appendice, si leg- geranno lettere inedite della Sand; pagine infiammate di passione, e, in mezzo al volume, il diario del rivale di Alfredo de Musset. Quelle pagine meste d'un giovane de- luso porgono grave insegnamento ai giovani inesperti, che si lasciano affascinare dalle avventuriere dell'amore, stra- niere 0 no, celebri o no.
Cerco di studiare l'influsso, che sul genio dei grandi artisti, di cui parlo, esercitò V Italia, specialmente Vene- zia; e anche questo aggiunge una nota elevata alla nar- razione di follie fatta sinora. Italia! Italia! il benedetto tuo nome sempre trasvola, echeggia sempre! Lord Byron non ammira soltanto i tuoi fulgori: freme al tuo ser- vaggio e t'invoca la liberazione. E la invocano lo Shelley, Giorgio Sand, Riccardo Wagner, altre eminenti figure di questo libro.
Tornerà consolante l'osservare come e follie e pas- sioni salgano dalle bassure sensuali alle idealità; salgano sino alle creazioni dell'arte, sino al sacrificio della vita. Lo stesso Alfredo de Musset, trascinato nell'orgia dei sensi, anela alla redenzione, alla purezza....
Venezia, al pari di Roma, è città mondiale; ma per gli spiriti, che hanno sete di bellezza e di riposo, è " la patria nella patria „. Quando Paolo Veronese dipinse II trionfo di Venezia, quella gloria sfolgorante di bellezze imperiose e beate, voleva esaltare Venezia potente a' suoi giorni fastosi; ma, senza volerlo, esprimeva un simbolo: il trionfo di Venezia nelle anime umane, che si esaltano ìlei suo incanto d'amore.
Venezia, maggio 1922.
Raffaello Barbiera.
PRIMA PARTE.
Due grandi poeti inglesi a Venezia: Byron e Slielley. - Loro avventure. - Donne e amori.
BiRBiEnA. Nella citti dell'amore.
l.
SI Noi dobbiamo salutare in Giorgio Byron uno dei ma- gnanimi precursori del nostro Risorgimento.
Al pari di Dante, d'Ugo Foscolo e d'altri poeti nostri, egli uni la poesia all'azione: odiò i despoti d'ogni parte; mirò alla liberazione d'Italia, dove senti innalzare la propria vita.
Egli voleva farsi "dramma vivente,, e fu. Chi personificò meglio del Byron l'^eroe romantico,,? Il Romanticismo, che, per mezzo secolo, in forme molteplici non ancora tutte stu- diate, fu la vita di gran parte d'Europa, voleva dire ribel- lione; ribellione che i popoli sentivano; e che in alcune ma- gnifiche figure assunse aspetto di numi immortali. Quale eroe più romantico del "cavaliere dell'umanità,, Garibaldi? Quale apostolo più romantico, nelle sue idee grandiose d'umanità, di Giuseppe Mazzini? Camillo Cavour, mente calcolatrice, fu l'opposto dell'uno e dell'altro; ma il sogno d'un'Italia libera, non fu un sogno del suo cuore ? il sogno di tutti i cospiratori ch'erano romantici?
Giorgio Byron, pur sitibondo d'amori, volse i baleni delle sue pupille al dolore del mondo ; ne fu il poeta, non quanto il Leopardi divino, per l'angosciosa patita profondità, ma più efficace; poiché della desolata sua poesia imbevve la let- teratura d'Europa del suo tempo. Il fuoco melanconico del Byron lampeggia nella prosa del Mazzini. Il Guerrazzi che
4 DITE aaANDI POETI INGLESI A VENEZIA: BTRON E SHELLEY
scriveva lugubri roventi romanzi, " per non combattere una battaglia,,, è schietto byroniano. Lo stesso Leopardi (che pur trova falso il Byron) è byroniano nel Consaloo. Taccio dei Puskin e Lermontov; del Mickiewic e Slowacki; del Lenau, di Alfredo de Musset, del Lamartine, del Baude- laire, dell'Espronceda.... E taccio dei minori.^)
La poesia del bardo britannico è la funerea poesia delle rovine e degli addii. Anche per questo, gU tornava cara Ve- nezia; l'antica dominatrice dei mari scoronata; la possente d'un di caduta in rovina; colei che aveva detto addio alle grandi sue glorie.
Venezia pareva, nel sogno gentile degli stranieri che l'amavano, Giulietta morta nel suo sepolcro d'amore, ma che dovea risorgere; e Venezia risorse nel 1848, cinta la fronte d'alloro eroico; ammirata dal mondo; eppure, intanto, s'udiva il rullo del tamburo austriaco che insultava le sue ancor rosee aurore; e quel rullo faceva fremere d'ira lord Byron nella formidabile Ode a Venejsia. Altri eccelsi poeti inglesi, lo Slielley, fratello d'anima a lord Byron e i due conjugi Browning e il mazziniano Swinburne, sacrarono gemme di canti a Venezia, all'Italia; ma spetta la bardo britannico, al cantore del Pellegrinaggio del giovane Aroldo (cli'era lui) e d'altri carmi sovrani caldi d'italianità, il pri- mato nel battagliero insonne amore per l'incantevole schiava: Venezia — l'Italia. Il vate diceva all'Itaha:
" Persino fra le lue devastazioni, che cosa può mai pa- ragonarsi a tei... Le tue stesse rovine sono illeggiadrite d'un intatto incanto {immaculate c/iarm). Nulla potrà mutarlo,,. 2)
Spesso lord Byron chiama la nostra patria con dolci
i)Per il giudizio severo del Leopardi sul Byron, v. Zibaldone, voi. I, p. 324. 2) Cliilde Harold's Pilgrimage ; canto IV, ultimi cinque versi della nona XXVf, la quale comincia:
The commonicealth of kinga, the vien of Romei And even since, and now, fair Italy!
L'amore del Byron per l'Italia - Goethe e Byron 6
nomi; sì direbbe ch'egli nacque in Italia; ma, se nacque fra le nebbie d'Inghilterra, ch'egli detestava; se morì fra le agitate bandiere dell'insurrezione in Grecia, alla quale ac- corse; qui, in Italia, grandeggiò con la implacata cospira- zione contro i despoti, coi canti più risplendenti; e qui, dopo torbidi amori, veramente amò, altamente amò; qui ebbe il cuore. Per l'Italia egh avrebbe combattuto, giovane e bel- lissimo eroe, in campo aperto, se gì' Italiani fossero insorti, uniti in quella concordia, ch'egli auspicava, nella profetica Profezia di Dante, che deve contare, nella corona dei più solenni canti patrii, fra le civili canzoni del Petrarca e del Leopardi, e accanto al famoso sonetto del Filicaja sull'Italia; sonetto che il Byron tradusse, facendolo suo, in due none del primo canto, slanciato come un'ondata dell'oceano, del Childe-Harold.
Il Goethe, nella seconda parte del Faust (che egh stesso si compiacque di raffrontare col Manfredo, poema dramma- tico del Byron, da lui ammirato) ^), fa apparire Elena greca a Faust Dall'unione di lei, che rappresenta la bellezza antica, con Faust che rappresenta la scienza moderna, nasce una strana creatura, che il Goethe chiama Euphorion. Do- tato d'immenso genio e tormentato da aspirazioni subUmi, costui si slancia alle cime delle roccie più elevate con ter- rore di coloro che gli hanno data la vita; ma ripiomba a terra, fulminato dal fuoco del cielo. Euphorion, secondo il pensiero del Goethe, è Giorgio Byron; l'eterno tormentatore di se stesso.
E, infatti, il bardo si slancia a audacie temerarie. Cade nel fango della via e della vita, ma si rialza con atti ma- gnanimi; animoso, tende alla conquista d'ogni bellezza della vita umana. La stessa sua passione per il nuoto più ardi- mentoso, pei cavalli più indocili, pel tiro più arduo della pistola, per le lotte a corpo a corpo, non sono che espres-
1 Lettera dei Byron all'editore Murray (26 maggio 1822).
6 DUE GKANDI POETI INGLESI A VENEZIA: BYEON E SHELLEY
sioni di quella insaziabile bramosia di compiuta bellezza della vita virile, che agita il suo spinto superbo.
Ed egli è tutto nelle sue opere. Il Byron stesso lo con- fessava nel Diario: "Il ritrarre me stesso da me stesso (oh dannata personalità!) è stato il mio solo, il mio intero, 11 mio sincero motivo per cui ho scritto. „
Nella storia, cosi torbida da un lato e cosi luminosa dall'altro, del soggiorno di lord Giorgio Byron a Venezia (soggiorno che durò dalla metà del novembre 1816 al 1819) si separino, una buona volta, i bassi capricci d'una infre- nabile eretomania, dal sentimento di libertà umana, e dalla passione elevata, e ispiratrice, che lo infiammò per una fra le più belle e gentili e colte donne d'Italia: la contessa Guic- cioli! Bisogna separare il sultano dell'arem di casa Segati e del palazzo Mocenigo, e il bevitore notturno d'alcoolici, dal cospiratore di Ravenna, dall'implacabile nemico degli oppressori d'Italia; infine dall'inesauribile benefattore degli sventurati, dei poveri; dal genio immortale.
Lucifero di bellezza, d'orgoglio, di sfide, di stile, flagel- latore dei tiranni come il conte repubblicano Vittorio Alfieri, ch'egli ammirava, e al quale rassomigliava pur tanto nella vita errabonda, nella quasi idolatria per i cavalli, nel lusso, nelle collere, nelle passioni erotiche: ecco lord Byron. Ma in mezzo alle stravaganze e prepotenze nobilesche, e in mezzo alle sue colpe, quali pensieri sul dolore, quali scrii concetti di dignità, e, fra le tempeste subitanee del tempe- ramento, quanta dolcezza nella conversazione semplice: onde, co' suol " modi i più modesti e amabili „ incatena d'affetto corrisposto Silvio Pellico ! ^)
Un compagno di carattere e di passione a Giorgio Byron fu Ugo Foscolo. Nella Lettera apologetica del poeta dei Se- polcri, scritta nell'esilio da quell'Inghilterra, dalla quale Giorgio Byron " irato ai patrii numi „ era fuggito, e venuta
i)Così diceva Silvio Pellico. V. il libro di I. Rinieki (voi. I, p. 210).
Carattere di lord Byron - Ugo Foscolo e Byron 7
in luce soltanto dopo la morte del Foscolo, — la cui gloria,' al contrario degli acri presagi del Tommaseo, crebbe sem- pre più — leggiamo un passo, che allude al Byron e ai censori di lui, moralisti e politici d'Inghilterra: — politici perchè il maggiore dei poeti Inglesi sorti dopo lo Shake- speare, si gettò anche nella vita politica, sedendo alla Ca- mera alta, nei banchi dell'opposizione; ma se ne ritrasse presto con un'illusione di meno e un disgusto di più.
Nobili sono le parole del Foscolo ; di questo nostro grande, che atrocemente fu morso anch'egli dai detrattori; morso persino nello squallore della miseria, negli affanni dell'in- fermità mortale, nelle fatiche del lavoro letterario, accanito, e straziato da editori ladri, là nell'esilio amarissimo finito con la morte liberatrice di tante pene e ingiustizie, ripen- sando alle quali occorre alla mente quello che il dolce poeta che abbiamo ricordato, Silvio Pellico, scriveva al fratello Luigi: "I vili, di cui il mondo abbonda, non perdoneranno mai al Foscolo d'aver tutti I difetti umani, fuorché la viltà „. ^)
Ma ascoltiamo che cosa diceva Ugo Foscolo del Byron:
"Imparai il suo nome per la prima volta, or sono un- dici anni, dalla contessa d'Albany, che me ne scrisse at- tonita come di demonio divino e infernale, e diceva né più né meno quanto le nuove zingare oceanine^) stavano dottoreggiando alle donne in Firenze. Il cuore veramente del genio era in lui infierito dalla codarda maldicenza de- gli uomini; ed ei vendicavasi, affaccendandoli di meravi- glia e di paura, ma non parca creato per disprezzarli. 5)
" La duchessa di Broglio in risposta a una mia osserva- zione sugli errori degh uomini grandi, (notava lord Byron nel Diario) mi disse che essi non erano peggiori degli altri; ma che, essendo più in vista, venivano più scanda-
^) Silvio Pellico, del p. I. Rinieei (Torino, 1898, voi. I, p. 176).
2) Leggi: viaggiatrici inglesi.
') Foscolo. Froae politiche (Firenze, 1850. p. 602 j.
DUE GRANDI POETI INGLESI A VENEZIA : BYRON E SHELLEY
gliati, specialmente in quello che poteva abbassarli sino al livello degli altri, o sollevar gli altri sino a loro. Ella mi diede questa risposta nel 1816,,.
IL
Ma quali erano le colpe di lord Byron ; colpo, la cui tor- bida fama arrivò a inquietarlo " nella terra d'ogni dolcezza „ com'egli si compiaceva di definire, con lo Shakespeare, Venezia?
Nacque il 22 gennaio 1788, a Londra, dal secondo matri- monio dell'avvenente ma viziosissimo scialacquatore Gian Byron 11 pazzo (come lo chiamavano) e dalla violenta, rab- biosa, ricchissima Caterina Gordon, scozzese, che vantavasi di discendere, per parte femminile, dagli Stuardi.
Chi più soave delle nostre madri?... La madre del Byron lo maltratta, lo maledice; lo schernisce, per l'irreparabile sventura, con la quale ella lo ha procreato: un piede de- forme. "Maledetto zoppo!,, ella gli urla. The deformed transformed, dramma in versi, originò dalle crudeli beffe materne? Egli voleva farsi amputare quel piede: 1 chirur- ghi di Londra non vollero.
Dal padre, il giovanetto non riceveva migliori trattamenti. Colui, diviso dalla moglie, mori in Francia, senza riconci* liarsi con lei.
Come mai da quei genitori poteva nascere uno spirito di tranquille virtù?
Tranne quel difetto, che gli bruciava il cuore, e ch'egli cer- cava di dissimulare con calzoni larghi, o cavalcando o in gon- dola (a Venezia, scriveva la Teotochi Albrizzi ne' suoi Ritraiti,
(jot. AliiHui)
Lord BYRON
ritratto del pittore Vinctiuo Camiiccim nella Galleria deirAccademia di San Luca a Roma.
Ritratto del Byron - Procellosa gioventù sua 9
non si fece mai vedere a passeggiare in piazza San Marco); lord Byron rìsplendeva d'una strana bellezza affascinante. Gli sguardi grigio-azzurri dominavano chi li fissava, e lam- peggiavano secondo i sentimenti dell'animo. Quali di statua Oreca, eran purissime le linee del volto pallido; folti i capelli castani arruffati in riccioli ribelli: le labbra parevano due rime elette; snella, agile la persona; signorile il gesto della piccola mano bianca. La moda recava che il collo fosse scoperto: Ugo Foscolo nell'auto-ritratto diceva bello il suo collo: quello del Byron era benissimo.
Crebbe iracondo. Negli accessi dì collera, spezzava un piatto di porcellana coi denti. Dante Ahghieri s'innamorò a nove anni; Giorgio Byron a otto. La sua Beatrice si chia- mava Maria Duft. "Ciò ch'io sentivo, era amore senza dubbio „ scrisse più tardi. S'innamorò poi d'una cugina, Margherita Parker, che fu la sua prima Musa; e poi ancora d'una signorina Maria Chaworth, ch'egh cantò in teneri versi, idoleggiandola come perfetto tipo femminile. Sin qui, erano puri i suoi ideali femminili, che gli arrisero durante ì primi anni nella Scozia dove crebbe. Ma, appena entrato libero nella tumultuosa Università di Cambridge, addio ri- tegni! Faceva passare per proprio fratello, una amante travestita da uomo. Giuoco, combattimenti dei galli, bagordi notturni si alternavano a destrezze mirabolanti di nuoto, del tiro di pistola; e gare d'equitazione disperate, e gare di oorsa, di pugilato, di scherma. Lottava con un orso dalla museruola d'argento, e non Io lasciava se non lo aveva stancato. Beveva vino di Borgogna in un cranio. Desinava In una ta vernaccia, e i suoi commensali erano scavezza- colli al pari di lui, ch'egli batteva quando si lasciavano bat- tere da giovinastri più prepotenti di lui e di loro.
Carlotta Lamb, nuora di lady Melbourne, assedia d'as- salti erotici il bellissimo Giorgio; ma lady Melbourne, ses- santenne, interviene, lo difende, e s'impadronisce di lui. Sostituiva ella, nella vita di Giorgio, la madre malvagia?
10 DUE GRANDI POETI INGLESI A VENEZIA: BTBON E SHELLEY
0 non era piuttosto di ben altra natura il suo affetto senile per il giovane già vizioso? Quelle tenerezze, quella mutua intima confidenza levarono scandalo nella società aristo- cratica londinese.
Byron allora pensò a " giuste nozze „ con una damigella, che non amava, e che non lo amava, Anna Milbank, figlia, come lui, d'un pari d'Inghilterra, ricca a milioni, eulta in scienze (era matematica) e di rigide quaUtà morali, fredda, taciturna. Byron la sposò per puntigho, avendo avuto da lei prima un rifiuto, quando saliva i talami delle spose altrui.
Quattro giorni dopo le nozze (7 gennaio 1815) scrive a lady Melbourne: "Mi son preso una moglie e un raffred- dore lo stesso giorno,,.
Passato un anno appena, Anna volle dividersi dal ma- rito, benché fosse nata una bambina, Ada. Ma che cos'era avvenuto 1 Perchè quella separazione?... Altro scandalo, altri clamori nell'alta società londinese.
Giorgio Byron prima di sposarsi era stato l'amante (cosi l'accusa insistente) della propria sorellastra, Augusta, nata dal primo matrimonio del padre; e dall'incesto, era nata una bambina, alla quale il poeta impose il nome d'uno de' suoi romantici personaggi: Medora. La colpevole unione durò (a quanto si afferma pur oggi) anche dopo le nozze del Byron. La sorellastra Augusta, maggiore di parecchi anni di Giorgio, era maritata da più tempo col colonnello Leigh, scialacquatore anch' egh, come il padre di Giorgio, e gau- dente; e ne aveva avuti più figli.
Augusta Leigh era gaia, spensierata, cinica. Ella negò sino agli ultimi suoi giorni la colpa, che le si scagliava. Imperterrita negò; negò sempre. Negò persino davanti a un ecclesiastico, ch'ella volle chiamare, giurando sulla Bibbia.
Per iscolparsi meglio, ripeteva che avea favoreggiate le nozze di lord Byron con Anna. Era vero : se n'era mostrata lietissima con tutti.
Lord Byron accusato d'incesto - Sue nozze 11
Ma si narrò pur questo : il giorno delle nozze, lord By- ron era cupo, e tremava. Alla sposa mormorò : " Oggi, voi avete sposato un demonio,,. Anna gli rispose: "Voi non siete cosi cattivo come credete,,.
In Parisina, storia d'un altro amore incestuoso fra la moglie di Nicolò III di Ferrara e il figlio naturale di lui, Byron esprime il rimorso di clii commette opere malvagie:
.... Oppressi Da quel brivido arcano e pien d'angoscia, Che sempre alle malvagie opre è seguace, Si allontanare. ')
Il poeta provava questo stato d'animo?
La moglie col suo acuto, incessante spirito investJgativo, arrivò a sospettare la propria sciagura; scopri o credette di scoprire il mistero. Ma seppe tenerlo, sin che le fu pos- sibile, rigidamente nascosto. Per una separazione legale, bastava già la vita licenziosa, che il poeta teneva come al tempo dell'università. Eppure, mentre una parte della so- cietà inveiva contro il Byron, altra accusava Anna di non aver compreso quel genio.
La moglie, forse allo scopo di scusarlo, fece passare Giorgio per pazzo, mentr'egli piangeva (in una lettera a Tommaso Moore) i suoi " penati infranti „. Ma si vendicò.
Nel personaggio di Ines dell'amaro poema Don Juan, egli allude alla moglie e a quel tiro della dichiarata pazzia. Per più ottave del primo canto, la metto in burla. La di- pinge dottissima e pedante: perfetta d'una perfezione noiosa; gonfia di sé. La raffigura fefice se può cogliere in fallo il marito. La chiama calcolo ambulante {walking calculaiion). Ma nello stesso poema non getta forse il ridicolo sullo stato matrimoniale, precedendo il Balzac, la Sand, e tutta la scuola avversa al matrimonio? Amaro, aspro poema
^) Traduzione di Andrea Maffei.
12 DUE GRANDI POETI INGLESI A VENEZIA: BYROS E SHELLEY
Don Juan: un riso ferale ne sfiora i canti come l'anima del poeta, tranne alcuni passi gentili che mostrano di quali delicatezze egli era capace, specialmente allora che la dolce, bellissima Guiccioli lo dominava (la sola sua dominatrice) col sorriso celestiale.
Un nobile biografo del Byron, il bresciano Giuseppe Ni- colini (una delle vittime infelici degli accaniti persecutori austriaci che gli tolsero persino il pane) a* suoi giorni non poteva conoscere il fosco dietroscena coniugale del bardo; perciò discorre candidamente di quella "diletta ed ottima sorella Augusta Maria Leigh, che fu delle pochissime persone, che non lo abbandonarono in quelle sue traversie : le consolazioni di lei lo seguirono nell'esiho, a cui stava apprestandosi; e il nome di lei, nel suo morire, suonò sulle sue labbra con quello della figlia Ada „. ^)
L'epistola in versi che il poeta inviò ad Augusta e che comincia col grido: Mia sorella! mia dolce sorella! {My sisterl my sweet sister!) e le Stan^as, che la precedono, riboccano di ammirazione. Egli le diceva:
" Io sono il bersaglio di mille angoscie ; ma il mondo può opprimermi, non avvilirmi; può straziarmi, non sottomettermi. Io penso a te. A' miei ne- mici non penso. Benché umana creatura, tu non m'ingannasti; benché donna, non mi fosti infedele; benché amata, non ti compiacesti d'afflig- germi; benché calunniata, non fosti abbattuta giammai. Io ti confidai le mie pene e tu le ascoltasti. Tu mi lasciasti, ma non per fuggirmi. Tu mi vigilasti, ma non per infamarmi. Tu tacesti, ma non tacesti alle menzogne del mondo.... „
E ancora ancora canta su questo metro.
Dopo appresi tali sentimenti, commisti a pensieri affan- nosi e alteri, noi vediamo che anco la passione più ripro- vevole può essere ammantata di magia poetica. Ci doman-
1) Vita di Giorgio lord Byron, narrata da Giuseppe Nicouni. (Mi- lano, 1865, p. 82).
Ada, Medoro e Allegra bambine di Byron - Triste fine d^ Allegra 13
diamo, se quella passione sia tanto nefanda, se può ac- compagnarsi a tanta adorazione e tenerezza.
Giorgio Byron aveva allora vent'anni. E abbandonò la moglie e la bambina Ada; abbandonò l'Inghilterra per sempre.
Ma quella bambina sarà il suo perenne sospiro. La madre non gliela lascierà veder mai; e la suocera, nel testamento, proibirà ch'ella veda il ritratto del padre. ^) Solo, più tardi, lady Byron gli manderà una ciocca de' capelli di Ada; " mor- bidi, belli, bruni capelli „ com'egli scriverà a lei, aggiun- gendo: "Entrambi dolorosamente c'ingannammo.,,
Lord Byron, oltre Ada e Medora, fu padre d'un'altra fi- gliola: la povera Allegra, nata presso Ginevra da fugaci amori con una signorina inglese, Jane Clermont.
Allegra! Ironia del nomo! La bambina fu affidata dal padre a un educandato monacale di Bagnacavallo presso Ravenna, e ivi la povera piccina sì spense, per febbri, a cinque anni. Il padre fece imbalsamare il misero corpicino, e lo mandò in Inghilterra, dove volle fosse sepolto nella tomba di famiglia. Egh aveva voluto che fosse battezzata. La religione cattohca ei la riguardava "la migliore delle religioni „ poiché la " più antica del Cristianesimo „. ^) Si può credere che la preferisse pe' suoi riti pittoreschi e so- lenni, che toccano al vìvo l'immaginazione. Già leggeva i profeti. La sua poesia se ne risente.
È certo che il romanticismo aUmentò il sentimento reli- gioso, servi la religione. Lo Chateaubriand col Genio del Cristianesimo, il Lamartine con le Meditazioni poetiche, accesero il sentimento religioso, la pietà. In Germania, tutta una coorte di poeti si prostrò dinanzi a Cristo, ce- lebrandone il sangue e le piaghe ; mentre altri, opponen- dosi agU schernì degli atei, inneggiavano alla religione.
^ Lettera del Byron al Mnrray, da Montenero (Livorno), 26 maggio 1822. 2 Lettere del Byron a Hopyuer, da Kavenna, 3 febbraio 1821.
14 UVE GRANDI POETI INGLESI A VENEZIA: BYEON E SHELLEY
Lord Byron cominciò ad appartenere alla scuola atea; nes- suna comunicazione con Dio; ma come rimanesse com- mosso a qualche scena patetica del Cattolicismo, prova VAue Maria nel Don Juan, preghiera sublime che ogni credente può recitare. ^)
IH.
In lord Byron, continuava lo spirito errabondo, avventu- riero di certi nobili del secolo decimottavo. Sette anni prima di scendere in Italia, egli compi viaggi in Ispagna, Albania,
1) Riguardo al mistero del Byron (supposto incesto) si scrisse assai.
Cominciò l'autrice della Capanna de.y,o Zio Tom, la Beecher Stowe, a sollevare la scandalosa questione con la pubblicazione The true story of lady Byron's life, apparsa nel " Macmillan's Magazine „ del 1869,
L'altra pubblicazione, pur clamorosa di lei, Lady Byron vendicated, ribadiva le accuse contro il Byron, pur non nominando, neppur allora, la creduta complice.
Lady Blessington, nata Margherita Power, difese il poeta (che la vez- zeggiava) nel suo diario di conversazioni con lord Byron; e lo difese Louis Blanc nelle Lettres de Londres (1869) confutando la Beecher Stowe.
Lord Lovelace, nel 1905, pubblicò in difesa della moglie del Byron, Astarte, edizione limitata a 200 copie. La difesa è sorretta da intime let- tere inedite. Nel 1921, lady Lovelace la ripubblicò in maggior numero di copie con nuove lettere: alcuna scritta dal poeta a Venezia. Vedi anche Rtvue des Deux Mondes, 15 gennaio 1912: articolo di Augusto Filon.
Sul matrimonio del Byron e sul torbido interno domestico del poeta, veggasi: Memoir of the Rev. Francis Hodgson, B. D. with ntunerous letters front lord Byron and others, by his son, the Rev. T. P. Hodgson, M. A. (London; Macmillan, 1879).
La corrispondenza di lord Byron con lady Melbourne, con Hobhouse, con Douglas Kinnaird e con Percy Bysshe Shelley, pubblicata a Londra nel 1922, mentre conferma i dati biografici che riassumiamo, non distrugge il " mistero Byron „. Vedi anche: Lord Byron^s Correspondence (London, Murray, 1922); nonché E. P. Hevitt, nella Fortnightly Review (novem- bre 1922).
n cattoUcismo del Byron - Suoi viaggi - Shelley 15
Turchia, Grecia, Asia Minore. Le antiche memorie elleniche lo inebbriarono, accendendo in lui, sin da allora, quella pas- sione per la terra di Pericle, che doveva condurlo a im- molare la vita per lei.
Egli volle visitare la pianura di Waterloo, dalla quale raccolse una sperduta croce della Legion d'onore, portata poi con sé a Venezia come ricordo di Napoleone, che seve- ramente giudicò in un'ode veemente e superba.
Nel ceruleo lago di Ginevra, caro ai meditabondi, lord Byron visitò quel romito leggendario castello di Chillon, che gì' inspirò il magnifico carme, si commovente, consa- crato a Francesco de Bonnivard (14931570), assertore di li- bertà, martire per la patria. L'ombra di quel grande, gloria di Ginevra, parla allo spirito hbero del bardo.
„ Presso quel castello (scrive lord Byron in una nota al suo carme) Rousseau fa succedere la catastrofe della sua Eloisa, quando Giulia salva dal lago uno de' suoi figli, e la malattia causata dallo spavento e dall'immersione la trae a morte „.
Rousseau! Trovava ben aperto in quello spirito il varco alle ardite sue leggi ! E lord Byron lo lesse, o rilesse, avi- damente.
Passando il lago, il poeta visitava spesso a Coppet ma- dame de Stàel, che reggeva ancor lo scettro di regina del pensiero in Europa; ma ella non lo ammahò. Udiremo più avanti ciò ch'egh acremente diceva di lei, parlando della cosi detta Stàel veneziana, Isabella Teotochi Albrìzzi. A Cop- pet, l'illustre viaggiatore strinse amicizia con Lodovico de Bréme, uno dei più intimi amici di Silvio Pellico. Ma, a Dio- dati, ecco, s'incontra in un pallido, ispirato vagabondo, d'a- spetto gentile, quasi femmìneo, profugo anch'egli dalla na- tiva Inghilterra, che lo ha maledetto: un poeta meravi- glioso: Shelley.
Incontro memorando quello. Incontro di due anime so- relle, audaci nei sogni di rinnovamento della società umana ;
16 DUE GRANDI POSTI INGLESI A VENEZIA: BYBON E SHELLEY
sublimi Jnei canti. Quelle anime restarono avvinte per sem- pre, nella vita, e oltre la vita.
Entrambi ecco pensano all' Italia, che arrìde alle loro poetiche fantasie nelle memorie stupende e negl'incanti. Risolvono di visitarla.
Lord Byron elegge, da quest'ora, in Italia il proprio sog- giorno sino al viaggio fatale verso la Grecia insorta, e non so se l'Italia doni più a lui, od egli all'Italia.
Giunge a Milano, e riceve lietissime accoglienze dai let- terati ; specialmente dai liberali del Conciliatore. Egli carbo- naro, entra come fratello nel cenacolo dei Carbonari lom- bardi, il cui programma è questo: sostituirsi al malgoverno austriaco nelle svariate iniziative civili, col mezzo di quel pe- riodico, celeberrimo nella storia del Risorgimento, composto in casa del fastoso, ricco, illuminato, liberale conte Luigi Porro.
II Byron si sente a suo agio fra quegli uomini, che hanno la maestà d'un concetto rigeneratore italiano. Più che altri, egli ama un giovane pallido, dagU occhi cerulei, protetti da lenti, di sottili labbra sorridenti, Silvio Pellico, l'amico ap- punto di Lodovico de Brème; al quale loda assai la tragfr dia Francesca da Rimini, acclamatissima allora e che pro- mette di tradurre in inglese, poiché gU piace per la sua semplicità. ^) Va a Brera : lo ferma un quadro del Guercino, Àbramo che scaccia Agar e Ismaele. Va all'Ambrosiana, t medita " su una ciocca „ dei biondi capeUi di Lucrezia Bor- gia, ivi custodita.
Lord Byron viaggiava in un carrozzone copiato da altre eguale di Napoleone. Vi era un letto da campo, una libreria, un forziere per l'argenteria da tavola. Mastini, scimmie, gazze e servi insieme seguivano milord in altra carrozza.
i)V. Lettere di Silvio Pellico al fratello Luigi, nell'opera di L Ri- NiERi (voi. I, p. 205), dove è detto che, anzi, la tragedia del Pellico era bell'e tradotta tutta, tra il B. e lord Hobhonse. Ma dove è andata? Non s! trova. Nelle opere del Byron, leggiamo solo la versione ch'egli fece in ter- zine del racconto di Francesca da Rimini dal V canto dell' Jn^crno di Dante.
Arrivo di lord Byron a Venezia - I Veneziani 17
L'illustre viaggiatore visitò Verona, attratto dalla favo- leggiata tomba di Giulietta dalla quale involò un pezzo di granito per offrirlo un giorno alla figlia Ada.
Nel 17 novembre 1816, all'intimo amico Tommaso Moore, il poeta irlandese dalle molli visioni orientali e dagli accenti eccitatori di libertà degni di Tirteo e del Riga, scrivea che la gondola lo attendeva. Egli era, dunque arrivato a Vene- zia, neir " isola più verde della sua immaginazione.... „
A Venezia arrivò precisamente l'il novembre di quel- l'anno, con l'intenzione di passarvi l'inverno.
I mesti silenzii della decaduta Sultana del mari; la luna, che illuminava fiocamente, fra le brume autunnali, un do- minio scomparso; le gondole simili a bare scivolanti sulle acque livide e quasi immote, e tutta una folla di ombre eroiche sorgenti dai cupi canali.... ecco quale visione si sarà spiegata dinanzi all'esule britanno, nelle prime veglie veneziane. Nacquero i lugubri versi sul Ponte dei sospiri, e tutte le pagine del poema Childe Harold, dove geme il rimpianto d'un passato grandioso.
Da soli diciannove anni, Napoleone Bonaparte aveva bru- talmente distrutta la Repubblica, gettando, con la violenza, un popolo storico fra le braccia d'uno straniero, dell'Austria; onde, per liberarci, dovemmo sacrificare in guerre e guerre tante primavere di vite!
Smarriti dal profondo sconvolgimento politico, non tutti ì patrizii se ne ricordavano abbastanza per deplorarlo. A poco a poco, si acconciarono con il rigido monarca di Vienna, che, volendoli avvinti al proprio trono, apri loro le aule festose, distribuì seggi di magistrati, conferì nuovi titoli di nobiltà. Eppure non pochi popolani, i più vecchi, rim- piangevano il Bucintoro, simbolo dell'antica Repubblica che i francesi invasori avevano nel 1797 bruciato per colarne l'oro; rimpiangevano il paterno dominio, antichissima isti- tuzione di famiglia. Ma altri s'abbandonavano spensierati alla deriva degli eventi, vivacchiando giorno per giorno,
Bàbbissa. Nella città dell'amore. 2
18 DUE GRANDI POETI INGLESI A VENEZIA: BYRON E SHEtLEY
pronti alla celia, e non senza punta amara. Conoscevano il proprio destino ; ma si sfogavano nei carnevali, nelle se- renate armoniose sotto il ponte di Rialto. In una rozza in- cisione del 1814 (e, perchè rozza, indicava l'origine popo- lare) si vedeva Napoleone, con le parole : Mi vado ; — l'im- peratore d'Austria Francesco, con le parole: Mivegno, — e un gondoliere aggiungeva: E mi, floi de cani, ve mantegno.
Veramente, in luogo di cani, leggevasi un vocabolo più vivace.... che corrispondeva al più acerbo disprezzo.
Incontravi per le calli, sui ponti, davanti alle chiese, ottua- genarii curvati sotto il peso dell'età e delle privazioni, memori dell'amato San Marco. Si vedevano rizzarsi alteri nell'udir rammentare la festa del Bucintoro e gli ultimi giorni della Repubblica. Taluno di quei vecchi divampava d'impeto gio- vanile, e osava propositi di riscatto, nel rimirare il Leone di San Marco con l'ali invano aperte. Il Quarantotto comin- ciava in quei cuori.
Dopo la distruzione della Repubblica, la città era caduta nello squallore. Il quadro che ne presenta il Gicognara, al- lora a Venezia, è storia esatta:
"Duecento ottantotto pubblici edifìcii,. opera di lunghi se- coli, eretti al culto, contavansi in Venezia, e sue adiacenze, avanti il cadere della Repubblica; dei quaU, in pochi anni, centosettantasei vennero chiusi o demoliti. E, fra questi, moltissimi erano sacri non solo per l'oggetto della pietà e del pubblico culto; ma lo erano ancor doppiamente per le memorie patrie ed isteriche, e per le arti, che li avevano, dal loro risorgere sino ai nostri giorni, arricchiti cogli sforzi maggiori, che l'uomo avesse fatto nel corso di venti generazioni. Piansero gli artisti e gli amanti della patria gloria sulla dispersione dei monumenti; e i magistrati che avevano in tutela questi santuarii, o non vennero consul- tati, o una mano di ferro chiuse loro la bocca. Si fece mer- cato con pubblica impudenza di bronzi, marmi, incisioni, pitture e di ogni altra preziosità; e i porfidi, e i graniti, i
Venezia spogliata da Napoleone Ì&
serpentini, i basalti orientali clie coprivano le urne dei ve- nerandi padri della patria e are del santuario, ornano i ga- binetti dei nuovi ricchi: lavori preziosissimi d'antica orefi- ceria e di smalto stati venduti a vii peso di metallo; delle quali non solo del Medio evo, ma dei bassi tempi persino e delle bizantine officine, era Venezia sommamente ricca,,. ^)
Tanto scempio era stato incominciato da Napoleone; da colui ch'era pur figlio della Francia dei " diritti dell'uomo „ e che trasformò, appena gli fu possibile, da Francia libera e repubblicana in un impero militare assoluto.
Sotto il Regno italico, civili utili innovazioni non manca- rono; ma i guasti erano troppi, e larghe le ferite. Il primo, che fra gli stranieri additò al mondo la sventura di Venezia venduta e rivenduta all'Austria fu lord Byron. In una nota alla tragedia Marin Fallerò, dove nomina valorosi veneziani che onoravano ancora la patria, il bardo getta sull'Austria dominatrice queste saette:
"Poche persone possono concepire, e nessuno può de- scrivere lo stato, in cui la più infernale tirannia dell'Au- stria (the more than infernal tyranny of Austria) ridusse questa sventurata città,,.
Quella parola 'infernale,, può sembrare esagerata; non erano state ancora pronunciate lo nefande condanne di il- libati pensatori fra le catene nelle tane orride dello Spielberg; ma non tardarono.
Nel Childe-Harold, il poeta innalza a sovrana poesia il rimpianto per lo scomparso splendor di Venezia e il suo odio per lo straniero insieme. Leggiamolo nell'armoniosa traduzione d'Andrea Mafi'ei:
Simili a statue di fragile vetro Le numerose immagini de' Dogi Polve ora son; ma l'ampia e maestosa
i)CicoaNABA, Storia della scultura, (v. II, p. 166),
20 DUE GRASDI POETI ISQLESI A VENEZIA: BTBON E SHELLEY
Reggia ch'essi abitar del loro antico
Splendor ci parla. Infranto or v'è lo scettro,
La spada dalla ruggine corrosa,
Sta sotto il pie del vandalo straniero.
Gli edifici deserti e le deserte
Piazze, e quei ceffi che non han l'impronta
Dell'italico sangue, e che ti fanno
Sempre, o Vinegia, rammentar le tue
Vili catena e i tuoi vili oppressori,
Coprono d'un funereo lenzuolo
La tua cara beltà.
Ma nel Beppo, storia veneziana satireggiante i costumi di Ve- nezia (ch'erano poi quelli di quasi tutte le città italiane d'al- lora) lord Byron prova a consolarsi, pensando che, per creare la bellezza, rifulgeva ancora il genio d'Antonio Canova. ^)
IV.
Lord Byron, arrivando a Venezia, sdegnò di alloggiare in uno degli alberghi dove i suoi odiati conterranei l'avreb- bero malignamente spiato in ogni passo. Trovò dimora in una casa privata, signorile, in Piscina della Fre^seria, a san Moisè, vivendo in una specie d'incognito, che potè man- tenere solo per breve tempo. L'alto nome straniero, la fama, l'aspetto e le consuetudini non comuni non tardarono, in- fatti, a rivelarlo alla curiosità dei Veneziani.
La casa, che aveva approdo sul canale, apparteneva a certo Pietro Segati, mercante di stoffe nell'attigua FrezAieria.
^)Bej>po, A Venetian Story, ottaya XLVI.
Il poeta TOMMASO MOORE confidente e biografo di Giorgio Bvron.
Amore per la bellissima Marianna Segati-Dolci 21
Il Byron, memore dello Shakespeare, lo chiama per celia il "mercante di Venezia,,.
Sior Piero aveva moglie, non figli. La moglie risplendeva di rara avvenenza orientale. Poteva il giovane poeta far ta- cere la propria ammirazione e il proprio sangue? In una* lettera del 17 novembre 1817, all'amico Tommaso Moore, egli decanta quella bellezza. Il cantico dei cantici.
"È mia intenzione di rimanere a Venezia durante IMn- " verno, forse perchè Venezia è stata, dopo l'Oriente, l'isola " più presente alla mia immaginazione. ^) La sua vista cor- " rispose a quello che io ne fantasticavo; benché la sua evi- " dente decadenza ne avesse potuto diminuire l'effetto per " altri. Ma io fui famigliare troppo a lungo con le rovine, "perchè mi potessero dispiacere le desolazioni. „
E racconta che si è innamorato:
" Io mi sono innamorato.... Io ho preso un ottimo appar- tamento nella casa d'un "mercante di Venezia,,, il quale ha molti affari che lo tengono occupato ed una moglie di ventidue anni. Marianna (si chiama cosi) somiglia a una gazzella. Ha gli occhi grandi, neri, orientali.... I lineamenti sono regolari, la bocca piccola, la pelle morbida e bianca con un velo color di rosa; la fronte spaziosa e pura. I suoi capelU neri, lucidi e inanellati. La persona è snella e gra- ziosa. È una famosa dilettante di canto. La sua voce natu- rale è dolcissima. E la naìceié del dialetto veneziano è sem- pre piacevole in bocca di una donna.,,
Il cognome nativo della dea era Dolci : Marianna Dolci. Il marito andava superbo di ospitare un nobile di alta sfera, un lord; e chiudeva gli occhi sulle altre sfere, tanto più che il poeta deponeva sulle nere chiome di Marianna non le ' rose effimere d'Anacreonte, ma le gemme delle Procuratie. Un amore Ubero e libertino; che doveva finire in una "com-
J)B. riparla di " isola „ (v. p. 17). Allora Venezia era un'isola, Il ponto ferioyiario, che la congiunge alla terraferma, fu cominciato nel 1841.
22 DDB QKASDI POETI INGLESI A VENEZIA: BYRON E SHELLEY
media tutta da ridere,, come si leggeva spesso sui cartel- loni dei teatri veneziani.
Una sera, mentre Marianna era a una "conversazione„ in casa d'amici, e milord era solo, entra una giovane si- gnora, che voleva trovarsi a tu per tu col bellissimo stra- , niero bramato. Gli aveva dato segreto appuntamento là, e milord la aspettava, proprio là nella casa di Marianna, ch'era la cognata dell'audace signora.
Ma ecco, nel più vivo del dialogo, si spalanca l'uscio, e irrompe nella stanza un'altra signora: Marianna. Lei! Il gon- doliere, che aveva portato a milord il biglietto della bella bramosa, era corso ad avvertire Marianna del tradimento; Marianna avea troncato lì perii la "conversazione,, ed era piombata come un fulmine in mezzo alla coppia beata.
Ella, con un sorriso sulle labbra, fa un inchino profondo a milord e un altro alla cognata; poi, senza dir parola, si scaglia contro costei, l'afferra pei capelli e la schiaffeggia. Urli, strilli della percossa, che si divincola per liberarsi dalle strette e alla fine vi riesce, e fugge a precipizio per le scale; ma Marianna, ancor più inferocita, guizza e fa per inseguirla. Milord la tien ferma per i polsi, ed ella casca, come un cencio, svenuta, fra le saldo braccia di lui, che cerca - di calmarla con blande parole. Quand'ecco, altra scena: entra il marito. Costui vede la moglie sul sofà, fra le braccia del- l'ospite; scorge un cappello dì donna sul pavimento.... Stu- pefazione del mal arrivato.
Ci par di sentire il "mercanto di Venezia,,:
— Cossa xe natoì
— Nulla, — risponde milord. — Spiegherò dopo. Ciò che adesso preme è aiutare la signora a riavere ì sensi.
E Marianna, quando vuole, li ricupera, ma prorompe in singhiozzi.
— Cossa Dol dir tata sia roba?... — osa insistere il ma- rito, sempre più trasognato.
— Nulla, nulla, signor Segati 1 — rincalza milord. —
Scena comica di gelosia in casa Segati - Studii nell'isola degli Armeni 23
Saprà tutto domani mattina. Tutto verrà in chiaro.... In- tanto, andiamo tutti a letto.
E tutti andarono a letto. Che cosa Marianna abbia rac- contato al buon marito, a letto, nessuno seppe mai. Il mer- cante fece a tutti orecchie da mercante, e scordò tutto.
Ma restava da spiegare a Marianna il garbuglio. AI poeta non mancarono parole per rassicurarla.
Al domani, anche i colombi della Piazza San Marco sa- pevano della scena goldoniana. La bella percossa si sfogò col raccontarla a mezza Venezia; 1 domestici la racconta- rono all'altra metà, — narrava milord a Tommaso Moore. ^)
Il "mercante di Venezia,, teneva la sua bottega all'in- segna del Cervo. Da quel momento, i Veneziani la cambia- rono: all'insegna del Corno inglese.
Ma, ahimè! Marianna ne fece una ben grossa. Non ebbe scrupolo di vendere un diadema, che il suo amico le aveva regalato; e quello stesso diadema venne offerto da un ignaro a milord perchè lo comperasse. Milord lo ricomperò e lo ridonò alla poco delicata venditrice; ma da quel mo- mento, il gelo successe agli ardori. Il capriccio fini.
Milord abbandonò la casa Segati per sempre; ma, prima, volle compiere uno de' suoi gesti generosi. Salvò con la sua borsa il Segati dal fallimento.
Prese allora alloggio in uno dei tre palazzi Mocenigo sul Canal Grande e si diede a imparare la lingua armena.
Ogni giorno, remando egli stesso , nella sua gondola, con Tiia l'erculeo gondoliere, andava in una delle poetiche isole della laguna: a quella dei padri Armeni, a San Laz- zaro. Volle imparare il loro idioma, col paziente aiuto del più dotto di quei monaci mekitaristi , Pasquale Aucker.
Tradusse in inglese, dall'armeno, due epistole apocrife:
') Tutta questa scena fu narrata dal Byron al suo editore Murray con lettera del 2 gennajo 1817. La ripotè il Nicoijni nella Vita di G. Byron E restò per molti anni tradizionale a Venezia. Vedi anch.e Lord Byrona Correspondence (London, Murray, 1922).
24 DTJB GRANDI POETI INGLESI A VENEZIA: BYBON E SHELLEY
una dei Corinti a San Paolo, l'altra di San Paolo ai Corinti. E compose una grammatica armeno-inglese. Così, nei rigori filologici, il Grande cercava di espiare le licenze della vita.
"Io avevo bisogno di qualche cosa, che concentrasse la mia mente; e questa lingua mi viene a taglio „ — confes- sava al Moore. ^)
E poetava. Cominciò a Venezia il capolavoro dell'ironia, Don Juan: lo continuò nel Palazzo Mocenigo fra nuovi igno- bili amori. Egli, che aveva divisato di soggiornare a Ve- nezia un solo inverno, vi protrasse, invece, il soggiorno due anni. Accarezzava persino il desiderio di passarvi tutta la vita ed esservi sepolto.
" La città decade ogni giorno (scrive al banchiere e poeta Samuele Rogers, autore d'una Italy) ; la città decade e de- cresce la popolazione. Tuttavia, io la preferisco a ogni altra città d'Italia, e qui ho piantato il mio bastone, e qui mi pro- pongo di risiedere pel restante della mia vita, salvo che gli eventi e gh affari non mi costringano a ritornare in Inghil- terra. „
Ma senza cavalli, un Byron poteva vivere? Si fece ve- nire dall'Inghilterra quattro cavalli superbi e li portò al Lido. Ogni mattina, occultamente spiato da qualche coppia inglese viaggiatrice o da oziosi signori veneziani che volevano ve- dere in sella el bel ^oueneto ingrese, come il popolo lo chia- mava, lord Byron cavalcava lungo la spiaggia deserta, anche con tempo burrascoso; anzi preferiva le burrasche; se ne inebbriava. E galoppava galoppava lontano; poi ritornava al cimitero degli Ebrei, donde era partito, solitario.
Desolato cimitero. Le grosse lapidi dalle iscrizioni ebrai- che, chinate dai turbini e mezzo sepolte nella sabbia, raffi- guravano un popolo oppresso. Oggi, il cimitero israelitico è riordinato e abbellito. Oggi, il Lido è trasformato in un
') Lettera del 3 marzo 1818. (Th. Moore, Life, ecc., of Lord Byron: London, Murray, 1906.
Byron al Lido - Là vuol essere sepolto - Nuovo capriccio erotico 25
eden di vita mondana: una nuova città mezzo veneziana e mezzo esotica, dalle graziose architetture archi-acute e da orribili caravanserragU slavi, teutonici, magiari, e fra improvvisati ameni giardini. Ma, al tempo del Byron, e per mezzo secolo dopo, il Lido altro non era che una melan- conica landa deserta. Qua e là, alcune viti sparute, 'e can- neti e putridi stagni, dai miasmi febbriferi: e tutto intorno silenzio.
Nell'estate ardente, non si udiva che qualche cicala che pareva dar la baia a coppie d'amanti stranieri che cercavano la sohtudine. Qualche cadenzata voce di pescatore, sper- duta sulla laguna, chiamava un compagno lontano; qualche povera barca dalle vele gialle e rosse sdruscite, approdava a Santa Maria Ehsabettà del Lido e qualche vecchia gondola.
Al suo editore devotissimo Murray di Londra, che tal- volta ei trattava come un servitore, lord Byron comunicava questi suoi sentimenti: "Sul Lido, io intendo di essere sot- terrato; perchè le mie ossa non avrebbero pace in Inghil- terra, né la mia argilla si mescolerebbe alla creta di quel paese, lo credo che impazzirei sul mio letto di morte, se potessi immaginare che qualcuno de' miei amici fosse tanto vile da voler trasportare la mia salma nel vostro suolo. Io non vogUo alimentare neppure i vostri vermi, se lo posso. SI, come lo Shakespeare dice di Mowbray l'espulso duca di Norkfold, che "dopo aver combattuto Pagani e Turchi, si ritirò in ItaUa, e a Venezia, a quella terra d'ogni dolcezza, diede il suo cadavere, e la pura sua anima al Duce Cristo, sotto i cui vessiUi aveva tanto combattuto „. È in Venezia ch'io voglio giacere ! „ ')
Vedremo che questo suo desiderio non venne soddi- sfatto. Ma, intanto, lo smaniante conquistatore di bellezze femminili, fu preso da un nuovo capriccio. " Capriccio, roba mia!„ — confida all'amico Hobhouse.
') Lettera del 7 giugno 1819 (da Bologna),
26 DUE GRANDI POETI INGLESI A VENEZIA: BYEON E SHELLEY
Si trattava d'una florida signora maritata, amante d' un colonnello austriaco, con la quale il Don Giovanni inglese doveva trovarsi alla mezzanotte, presso la compiacente mo- dista di lei.
"— È la più bella Baccante del mondo! — esclama mi- lord, — che incorona così, in una tiepida mezzanotte di maggio, un marito e un amante insieme.
V.
Appena lasciata la casa dei beati coniugi Segati, il bardo andò, adunque, ad abitare in uno dei palazzi Mocenigo, sul Canal Grande; precisamente in quello attiguo al palazzo, dove Giovanni Mocenigo consegnò, il 22 maggio 1592, agli sgherri della Repubblica (che lo ricercavano per conto del Sant' Uffizio di Roma) lo sventurato Giordano Bruno. E dire che il Mocenigo stesso io aveva accolto ospite sotto il pro- prio tetto!
Quel palazzo Mocenigo, abitato dal Byron, continuava le tradizioni di ospiti inglesi famosi. Nel 1622, vi dimorò una dama di fiero carattere, Anna di Shrewsbury, moglie al conte Tommaso d'Arundel, grande maresciallo d'Inghilterra. Poiché il patrizio Antonio Foscarini frequentava la casa di lei, dove convenivano ministri esteri, fu accusato di propa- lare i segreti della Repubbhca. Creduto reo, il Foscarini fu strangolato, di notte, in carcere, e, cadavere, venne pubbli- camente appeso alla forca, con un piede in su. Ma venne scoperta l'infamia dei calunniatori. Costoro furono giusti- ziati; l'innocenza dell'infeUce patrizio fu proclamata dalla Re- pubblica a tutto il Dominio veneto, a tutte le potenze d'Eu- ropa; e fu eretto allo sventurato un monumento.
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L'harem del palazzo Mocenigo 27
Lord Byron, nella vita trascorsa in quelle sale, pensò mai al nobile conterraneo e al martire veneziano? Quale soggetto per chi trattava, come lui, Marin Fallerò ! Lo trattò in una tragedia Giambattista Niccolini; ma falsando la storia.
Lady Morgan, la celebre viaggiatrice e scrittrice liberale che amò l'Italia, e il poeta Moore dimorarono pure nello stesso palazzo. Il poeta irlandese, ospite dell'amico Giorgio, dovette assistervi a scene alle quali non era avvezzo. Lord Byron non vi teneva soltanto una quantità di cani, dì gazze e altre bestie libere per le stanze; vi alimentava un mutevo- lissimo, vociferante harem di belle ragazze del popolo. Vi accorrevano le gioconde canareggiote e castellane, allettate dai ricchi doni. Ma un giorno, v'irruppe un'altra popolana; una terribile giovane bellissima, che doveva scacciare tutte quante e dominare tiranna.
Chi era costei, che lasciò orma nella vita del bardo 1
Alla Mira, sul fiume Brenta, antico luogo di villeggiatura dei patrizii veneziani, lord Byron aveva preso in affitto una villa : precisamente quella ch'era stata abitata dalla famiglia dell'infeUce Antonio Foscarini.
Una sera d'agosto, mentre milord cavalcava alla Mira, come il solito, una giovane popolana, che aveva a fianco una tacita, connivente compagna, ebbe l'audacia di fermare per le briglie il cavallo, e disse, nel suo dialetto al poeta: — Egelenza, Eia, che fa tanto del ben a tanti poareti, par- cassa no la fa gnenie per ste do povare cratare, che la vede qua?
— Gara (le rispose Byron in itaUano): sei troppo bella per aver bisogno di me.
— Oh se Eia vedesse la mia casa e quel che magno, no la dirla cussi!
Qualche sera dopo, il poeta incontrò di bel nuovo la procace popolana. Con un risolino, che mostrava i suoi denti di perla, ella gli disse:
28 DUB GRANDI POETI INGLESI A VENEZIA : BYRON E SHELLEY
— Dunque? Noi erede, signor, che la mia casa la sia un oror? El vegna a vedarlal^)
Lord Byron vi andò. Quella donna, certa Margherita Co- gni, era una stupenda giovane, di ventidue anni, alta, dai capelli nerissimi, maritata a un fornaio, certo Andrea Ma- gnaretto, ch'ella crudelmente scherniva per la tisi che lo struggeva a poco a poco.
Dal mestiere di quell'infelice marito, ella veniva chiamata la fornarina, come la bella di Raffaello Sanzio. Nata al Dolo presso Venezia, possedeva delle popolane veneziane la pa- rola ora carezzevole, ora insolente, l'incesso maestoso, la buffonata salace, l'ardimento manesco, gl'impeti fieri.
A lord Byron piacquero quella bellezza e quel feroce ca- rattere; la volle.
Al Moore la ritraeva cosi:
"Vi auguro la buona notte, con una benedizione vene- ziana: Benedeto ti e la tera che ti farà! Non è gentile ? Più gentile vi parrebbe se l'aveste sentita, com'io due ore fa, dalle labbra di una giovane veneta dì splendidi occhi. Ella ha il carattere di Medea, il volto di Faustina e la persona di Giunone. Con gli sguardi scintillanti, eli' è d'una bellezza tragica, quando si dirizza, coi lunghi capelli ondeggianti, al chiaror di luna. Una di quelle donne, delle quali si può far tutto. Io sono sicuro che, se le mettessi un pugnale in mano, ella lo immergerebbe dove volessi io, e anche in me, se io la offendessi. Io amo questa specie di animali, e sono sicuro ch'io avrei preferito Medea a tutte le altre donne „. ^)
La fornarina lasciò la Mira e, incitata dal poeta, venne ad abitare a Venezia. Andava a trovare lord Byron in una casetta, ch'egU aveva preso in affitto a Santa Maria Zobenìgo
1) Questo dialogo caratteristico si logge nella Byron's Life, pubblicato da Tommaso Moore (London, Murray ed.) p. 383 e seguenti. Al Moore fu narrato dallo stesso Byron. Vedi anche: Vita del Byron di G. Nicolini citata (pp. 107, 108), E rimase tradizionale a Venezia.
2) Lettera del 19 settembre 1818.
La terribile Margherita Cogni 2&
(Santa Maria del Giglio), perch'ella non s'incontrasse con le ragazze dell'harem, che teneva in palazzo Mocenigo ; ma ella, un bel giorno, gli comparve nel palazzo e, sfoggiando arie e comandi da padrona, cacciò via le spaventate odalische lagunari, e saettò ordini a dritta e a manca, persino a Tita, il fido gondoliere, un pezzo di giovanotto arditissimo, ca- pace di tutto; e si piantò irremovibile in casa, come in un regno tutto suo, e perpetuo.
Se in palazzo osava sahre qualche donna, che a lei non piacesse, la gettava a terra con un pugno. Furiosamente gelosa del suo signore, gli apriva le lettere, come la polizia austriaca, né più né meno. Non sapeva né leggere né scri- vere, ma imparò alla meglio, o alla peggio, in furia, l'alfa- beto, per conoscere almeno se si trattava di lettere d'uomini 0 di donne. Byron che amava le bestie, si divertiva alle mosse di quella bella bestia, ed anche al linguaggio che ri- peteva, scrivendone scherzosamente a Hobhouse. Gemme del trivio. ^)
Un giorno, milord infuriato le lanciò un insulto atroce. E Margherita Cogni, facendogli un inchino di scherno, ghelo rimandò.
I carnevali veneziani si svolgevano allegrissimi. Da tutta Europa, i forestieri accorrevano per goderli. Nelle sale del Ridotto, dove, negli ultimi anni della Repubblica, si perde- vano nel giuoco, in una notte, interi patrimonii, e patrizi], prima illibati, si disonoravano barando, e dame e pedine, mascherate, intrecciavano intrighi capricciosi; là, in quelle sale, le maschere alla mezzanotte si affollavano fitte, clamo- rose, e ballavano fino oltre l'alba, e motteggiavano, alterca- vano, cenavano, in allegre audaci compagnie di cavalieri, baciavano.... Tutto era lecito.
Una notte, Margherila Cogni, assillata dal sospetto, pe-
^)Lord Byron's Correspondence (London, 1922), voi. II, lettera da Venezia, 26 gennaio 1819.
So DUB GRANDI POSTI INGLESI A VBKEZIA : BTBON S BHBLLEt
netrò senza maschera in quella baraonda; si piantò davanti a una signora masclierata, cli'era al braccio di lord Byron, e le strappò la maschera dal viso. Quella signora era una nobildonna rispettabile: la contessa Contarini.
A tale affronto, Byron perdette il lume degli occhi. Chie- dendo scusa alla gentildonna, l'assicurò che avrebbe scac- ciata quell'Erinni. Ma l'Erinni vantava un'altra patrizia, sua protettrice. Marina Querini-Benzon che, nel palazzo Mocenigo per incarico speciale del Byron dirigeva le conversazioni con gli ospiti illustri che arrivavano, ed esercitava sul poeta una influenza spesso decisiva. La protettrice esortò il poeta a perdonare l'eccesso. E il poeta perdonò.
Marina Benzon non era più tanto giovane, allora. Era ormai lontano il tempo quando era stata grazioso soggetto della popolarissima lasciva barcarola La biondina in gon- doleta; ma suppliva alle fuggenti attrattive del volto con audacie inaudite. Si narra ch'ella conquistasse lord Byron, apparendogh nella veste della Verità appena uscita dal pozzo.... Ma di lei riparleremo.
Intanto, dobbiamo sgombrare la scena dalla prepotente fornarina, che il Moore, nella Byron's Life definisce " vira- gine „ e delle cui buffonerie indigene fpantaloon humour) il Byron fini con essere sazio.
Margherita, per rimanere più avvinta al suo ricco e bel- lissimo amante, aveva abbandonato il marito fornaio; il quale, ricorse alla pohzia contro la moglie e contro milord, per ottenere giustizia sui propri diritti coniugali. ^)
Codesto nuovo fastidio pohziesco spinse ancora più il poeta a disfarsi nettamente della plebea che, da un anno, tiranneggiava tutti. Ma ella non voleva ritornare al fornaio, non voleva andarsene.
Milord, promettendole doni, la consigliava a ritornare al
^) Nell'Archivio di Stato di Venezia, y' è la denunzia del poyer'nomo contro lord Bjron. ^arte della polizia austriaca.
La Cagni espìitsa - Scenate 81
marito, che le avrebbe perdonato. Le consigliava il ri- torno, anche per ordine della polizia, la quale non voleva scandali clamorosi.
Il poeta non mancò di persuadere la polizia austriaca, infastidita dei sopraccapi ch'egli le dava, che non lui aveva chiamato Margherita, bensì Margherita era andata sponta- nea a lui; e non poteva buttarla dalla finestra.
— Ma io non tornerò da mio marito! Piuttosto dormirò su un ponte; ripeteva la Cogni.
Una sera burrascosa, milord ritardava dal ritorno dal Lido; e Margherita si piantò sui gradini della riva del pa- lazzo ad aspettarlo, pallida, con gli occhi sfolgoranti di ge- losia, d'ira e di lagrime. Ansava, si cacciava le mani tra i capelli, e quando alla fine, fra le raffiche e le tenebre del canale lo scorse di ritorno con la sua gondola e Tita bar- cajuolo che la conduceva, urlò:
— Ah, can de la Madona! xelo questo un tempo d'andar a Lio ? E mi ad aspetarte qua, che no go più, sangue ne le vene /... E ti (rivolgendosi a Tita) e ti, e quel altro fiol d'un can che mena el remo, no gavè visto che quatro righe de tempo catioo vegniva suf^)
E li mandava.... a una non stellata regione. E non vo- leva più moversi dalla riva sulla quale, intanto, s'era se- duta, in segno di protesta, coi pugni stretti sulle guancie.
Alla fine, una sera, Byron le intimò severamente di la- sciarlo per sempre. Le regalò una somma, e ordinò ai suoi gondoUeri che la riconducessero in gondola da suo marito. Ella, senza proferir parola, scese nella barca: ma, quando questa si allontanò dalla riva, si buttò nel Canal Grande. Non sapeva nuotare. Non fu difficile ai barcaiuoli di ripescarla incolume, e riportarla stillante acqua nelle sale, mentre Byron pranzava solo nella sua camera. EgU non si commosse. Mandò per un medico, e, appena ella fu
'^ Parole tradizionali a Venezia.
32 DUE GBANDI POETI INGLESI A VENEZIA: BTRON E SHELt.EY
in grado di rimettersi in viaggio, la fece accompagnare di nuovo dai gondolieri verso il luogo ch'egli aveva ordinato. Questa volta, comprendendo che non poteva più smuovere il volere di Byron, Margherita non s'abbandonò ad eccessi. Muta, rassegnata, lasciò per sempre il palazzo. I domestici assistevano attoniti alla sospirata partenza di colei, che li aveva fatti tremare. Byron la vide soltanto ancora una o due volte, a teatro. Poi, niente più.
Come fini quel demonio di popolana che anco alla Se- gati aveva fatto sulla strada scenaccie da trivio, e che tutti ormai abborrivano? Per quante indagini, io abbia fatte, in- sieme con premurosi impiegati del municipio di Vene/'a, mistero, solo mistero regna sulla fine della fornarina. 11 nome di lei e d'altri della famiglia non si trova su nessun registro. Nulla.
Nel 1837, dodici anni dopo la morte del grande poeta, un Gian Battista Cipro fece rappresentare a Venezia, e stampò, un dramma, Lord Byron a Venezia, eccellente.... per il buou umore. Margherita Cogni è presentata purissima come il giglio delle con valli; ma viene sedotta, poverina 1 dal poeta inglese, che si fa passare per un Beppo, commesso di vini navigati. D'improvviso, arriva la moglie legittima del com- messo, e per un accidente di gondola (si spezza un remo) ella s'imbatte nella rivale plebea. Tutto allora è svelato. Lord Byron non è più il sior Beppo, non è più il mercante di vini navigati. Si butta in ginocchio (lui !) davanti alla mo- glie; le chiede perdono. L'amante s'intenerisce a quella scena, e persuade milord a fare il buon marito e il buon padre di famiglia, a Londra, vivendo vicino alla moglie e alla fìgUa. Ma il diavolo non si fa eremita così presto ; milord non vuol saperne di focolare domestico e di padelle; tanto più che la Grecia insorta contro il Turco lo reclama. Offre alla moglie tutte le sue ricchezze, purché lo lasci andare in pace. Lady Byron accetta, e riparte, contenta, per Londra. La giovane sedotta è contenta anclie lei, perchè l'ex-amanle
Nel salotto d'Isabella Albrizzi 33
la provvede d'una dote rispettabile. C'è di mezzo un gondo- liere, che fa il predicatore e un corsaro gli fa eco.
È possibile che Margherita Cognì si sia vista in codesto Lord Byron a Vene:^ia. Come deve avere riso della Gogni ideata dal signor Cipro, ella la vera Cogni di palazzo Mo- cenigo l
VI.
"Il carnevale fu breve, ma allegro. Io non esco molto, tranne nelle ore delle maschere; ma c'è una o due con- versazioni, alle quali vado regolarmente per non perdere l'uso. Qualche volta vado anche dal Governatore, dove trovo sempre molte signore. Mi piace il loro dialetto e i loro modi. Esse hanno una spontaneità ammaliante, e il romanticismo della città accresce il prestigio. Il bel sangue però non si trova fra le signore, bensì sotto i fazioli, specie di zendado che da tempo immemorabile portano le popolane. „ ^)
Le " conversazioni „ cui l'autore del Don Juan parteci- pava erano due: quella d'Isabella Teotòchi Albrizzi, e quella di Marina Querini-Beuzoii, entrambe native di Corfù.
Il martello demolitore, per aprire una nuova via a San Moisè, distrusse la casa dove Isabella Teotòchi-Albrizzi tenne per mezzo secolo uno dei salotti letterarii più celebri di tutta Europa. Ella abitava in fondo alla calle Cicogna (i Cicogna si segnalarono nelle guerre contro i Turchi) e nelle sue sale primeggiava (capolavoro di cui tutti parlavano) il busto dH Elena, del Canova.
}) Lettera del 3 marzo 1818 a Samuele Rogers. Babuieba. Nella c^ttà dell'amore.
34 DUB GRANDI POETI INGLESI A VENEZIA: BTBON B SHELLET
Il glorioso innovatore della scultura, il cui genio infon- deva nei marmi ora squisite mollezze settecentesche e ora grandiosità classiche, romulee; lo statuario, del quale lo Stendhal diceva che " aveva inventato una nuova bellezza come avevano fatto i Greci „ — l'artefice deWErcole e Liea, àeWEbe, della Danzatrice, che infondeva il moto al marmo ; — colui ch'ebbe il coraggio di rimproverare Napoleone I per lo stato miserando, nel quale aveva ridotta Roma con l'in- vasione, con la prigionia di papa Pio VII, con la spogliazione dei capolavori antichi : l'uomo modesto nel trionfo, il pietoso che soccorreva di continuo i poveri, era cavalleresco verso la donna; e quale artista della bellezza, lo attraevano le belle, le bellissime, Paolina Bonaparte, GiuUa Récaraier, Isabella Albrizzi. Si, Isabella Albrizzi.... Si sa ch'egli ritrasse Paolina, la belUssima, folle sorella di Napoleone, nuda; ma il Canova, al pari degli antichi, considerava il nudo non un corpo spogliato dall'impaccio delle vesti, bensì l'idealità fi- sica, la forma umana perfetta.
A Isabella Albrizzi il Canova donò il busto di Elena, fi- gurazione, s'intende, tutta ideale, in segno di riconoscenza per le molte pagine da lei scritte a illustrazione delle sue statue; illustrazioni superficiali, ma simpatiche. E un dono da re.
Isabella Albrizzi amava dottoreggiare su tutto. Parlando spedita più lingue, poteva dire in ciascuna qualche ameno strafalcione, e molte amabiUtà, delle quali era maestra; spe- cialmente allora che doveva compensare gl'incensi, che sa- livano a lei dai mille adulatori. Ella fu la più corteggiata, la più adulata regina di salotti itahani. Per vivere indistur- bata nel suo regno, riceveva pochissime signore.
Isabella Albrizzi era nata Teotòchi nell'Isola di Gorfù, al- lora possesso della Repubblica veneta, e più tardi rifugio di liberali esuli nostri. Il padre, Stefano, uomo fiacco, lasciava il bastone del comando alla moglie, Nicoletta Veja; una ve- neziana sul tipo di Margherita Gogiii per inesorabile vo-
Prime nozze infelici d'Isabella 35
lontà, ma educata e di famiglia civile. Costei si struggeva dalla smania di diventar suocera d'un, patrizio veneziano. Costrinse perciò Isabella, non ancora quindicenne, a spo- sare Carlo Antonio Marin, uomo brutto, ma colto e.... patrizio veneto. La Repubblica lo aveva mandato a comandare una nave a Corfù, e ivi si celebrarono le nozze disuguali, che accesero d'immensa gioia il Marin innamorato della vezzo- sissima e istruita Isabella, ma che fecero piangere a calde lagrime la povera sposina, dolorante per la forzata unione con chi non poteva amare né allora, né dopo. Proprio al do- mani delle nozze, il Marin ricevette l'ordine di ritornare sulla sua nave a Venezia; ed ecco Isabella dice addio per sempre alla patria.
Una tempesta la colse nel tragitto, ma nella sua galera (era quella veramente una galera per lei) venne consolata da un simpatico giovanotto, Sebastiano Salimbenì, che co- minciò a leggerle Cornelio Tacito in latino, illudendosi, forse, di fare del marito un Cornelio tacito italiano....
Ma, poiché il Marin era stato nominato provveditore a Cefalonia, Isabella dichiarò di non volerlo seguire: anzi, chiese addirittura l'annullamento del matrimonio.
Non le fu accordato. Tuttavia, ella seppe così bene per- suadere prelati arrendevoh, ai quaU venne alla fine, dopo lunga attesa, affidata la delicata questione dal papa, che Isabella la spuntò. Si vide sciolta dal matrimonio, benché il vincolo sacramentale stretto con tutt'i riti e con tutte le regole a Corfù, durasse dalla bellezza di diciannove anni di convivenza, e ne fosse nato un bel bambino, che, al tempo dell'annullamento, contava diciassette anni, e studiava anch'egli Tacito.... ma in collegio. I giuristi ecclesiastici sen- tenziarono che le nozze col Marin erano state conchiuse per forza, e non per esplicita volontà della sposa minorenne; quindi, nulle. Un vescovo trovò altre ragioni attinte a quel diritto canonico, che Enrico Heine chiamava la Bibbia del diavolo.
86 DUE GRANDI POETI INGLESI A VENEZIA: BYKON E SHELLEY
Povero Marini Per confortarsi dell'infortunio sul lavoro, si diede con più viva passione agli studii. Compose la Storia cioile e politica del commercio dei Venej^iani; opera in otto volumi, che mette in sacco tutti gli scritti della 'profuga moglie, compresi quei Ritratti di lei, composti su modelli francesi del genere, e che sono più o meno indovinate figu- razioni ed esplorazioni del carattere dei frequentatori più cospicui del famoso suo salotto; Canova, Byron, Foscolo, Cesarotti, Pindemonte....
Ah! il buon Pindemonte! Il poeta àéW?!. Malinconia ebbe quella di cambiare il nome alla diva. Infatti, la Teotòchi, al fonte battesimale fu chiamata Elisabetta; e Ippolito Pin- demonte volle invece che si chiamasse Isabella, e le ag- giunse, per di più, l'aggettivo di saggia. Saggia? SI, forse con lui; non con tutti. Tuttavia, il nome quaUficativo di saggia Isabella le è rimasto.
Il Pindemonte e il Cesarotti potevano vantarsi d'essere i più fervidi osannanti di Isabella la saggia. Piccoli ambidue, si beavano del dolce sorriso di lei, sospirando per lei. Il Pindemonte aveva fama di libertino; e terminò la vita col rosario in mano. Il Cesarotti, con tutto il suo Ossian, non poteva lavarsi la fronte dal marchio d'abietta servilità, onde volle macchiarsi nel prostituire, anch'egU, la dignità ai piedi di Napoleone. Quale differenza col Foscolo ! Lord Byron de- ride il Pindemonte; chiama "uomo di genio,, il Foscolo.
Il poeta dei Sepolcri trattava col ta Isabella, sopranno- minata da lui celeste Temira. Qualcuno pretende ch'ella lo scaltrisse giovanetto nelle arti libertine; ma io non am- metto che Isabella fosse una corruttrice di minorenni, tanto più che il Foscolo doveva saperla ben lunga col suo temperamento ardentemente erotico, e col suo precoce sapere di classici, maestri di voluttà: Ovidio a capo. Certo Ugo Foscolo amò anche Isabella. Le scriveva col sohto fuoco: "Il mio cuore sta con mia madre e con voi.... Vorrei nutrire il mio cuore e il mio ingegno con voi.... E ti dirò che ti
ISABELLA TEOTÒCHI-ALBRIZZl
(da litopafia tratta dal ritratto di Madan,e Le Brun).
Adoratori d'Isabella - L'abatino Bertela 37
amo con tutta l'anima mia.... Il mio cuore è caldo ancora, e batte; batte anzi troppo „.^)
Egli le esprimeva tenerissime cose persino in greco. 2) Le confidava impressioni particolari; questa, per esempio, sulla contessa Albany, l'amica, ahimè, non sempre fedele di Vit- torio Alfieri; la quale, quando teneva conversazione, sedeva su un trono al modo d'una regina.
"È vero ch'ella alfiereggia alquanto nei modi; ed io vor- rei che le donne petrarcheggiassero ; ma è donna, nulladi- meno; onde il suo sangue, malgrado la severità esteriore, le corre per tutta la vita con certa soavità ch'io sento, pur troppo! raramente nel mio,,. ^)
Anche Vincenzo Monti arse per Isabella.*)
Ma perchè, o saggia Isabella, chinasti troppo il bel volto ridente, dai mille riccioli vaghissimi, verso l'abatino ex frate, ex soldato Aurelio Bertela? Egli, il concittadino di Fran- cesca da Rimini, incoronava tutti i mariti, nei quali s'in- contrava con la sua penna d'oca d'apologista In mano, e col lezioso inganno nel cuore malato. La letterata veronese, amica d'Isabella, contessa Silvia Curtoni-Verza, (autrice an- ch'essa di Ritratti) la contessa Paolina Sismondl-Suardi di Bergamo (la Lesbia Cidonia dell'invito del Mascheroni) ci cascarono anch'esse. E un'altra contessa, Elisabetta Mosconi nata Contarini di Verona. Le smanie di costei per il Ber- tela, al quale aperse e braccia e borsa, diventarono persino la favola dei muhni dell'Adige. Elisabetta faceva credere al- l'assonnato marito che si trattava d'una innocente corri- spondenza letteraria. Ma ella corrispondeva così letteraria- mente bene, che un bel giorno regalò al povero babbeo una bambina, da tutti salutata il più grazioso apologo dell'abate riminese.
^) Alcune lettere d'illustri Italiani a Isabella Teotòchi-Albrizzi,]^Vih- blicate da Nicolò Baeozzi (Firenze. La Monnier, 1856), p. 16. 2) Id. ivi. Da lettere del 1.3 luglio 1806 e del 8 Inglio 1809. 3)/rf. ivi. Da lettera del 15 ottobre 1812. <) Ivi.
38 DUE GRANDI POBTI INGLESI A VENEZIA: BYBON E SHELLEY
Ma è tempo di dire come la Teotòchi diventò contessa Albrizzì.
Isabella aveva conosciuto un bel giovane veneziano, Giu- seppìno Albrizzi, nobile, e ne divenne la moglie segreta. Quel Giuseppino che Isabella effigia nei Ritratti coi colori del- l'iride, era l'uomo più mite e più amabile; eppure copriva una carica dal terribile nome: era "inquisitore di Stato,,. Che cosa potesse inquisire quel graziosissimo mollusco, non so. Ugo Foscolo, non facile a lodare il sesso maschile, lo defini, forse in un momento di buon umore "uomo senza pari „. Il matrimonio segreto d'Isabella (più sereno di quello musicato dal Cimarosa) fu poi benedetto dal prete e pub- blicato ai quattro venti. Ne nacque un bimbo, che fu battez- zato anch'esso col nome di Giuseppino, per consohdarne la paternità. ^)
Lord Byron andò ai ricevimenti letterarii d'Isabella; ma molte volte vi si annoiava. La regina compiacevasi del titolo che il grande inglese le aveva dato, quello di " Staél veneziana „ ma non sapeva che cosa egli scrivesse nel suo Diario sulla Staél:
" Io ammiro il suo ingegno, ma la sua conversazione mi opprime: una valanga che vi seppelUsce in un Uquido abbagliante tutto neve e sofismi,,.
Forse Isabella bramava che il Byron la cantasse? Egli cantò, invece, in alcuni versi l' Elena, che il Canova le aveva donato, e contro le donne saccenti come lei, sprizzò inchio- stro corrosivo nel Don Juan.
Isabella lo ammirò ne' suoi Ritratti; lo ammirò come uomo avvenente; ma commise la grossolana leggerezza (non vorremmo dire cattiveria) di diffondersi sul difetto dello zoppicamento, che gli faceva sanguinare il cuore. Ella do- veva pur sapere che il Byron, per non far scorgere quel
1) V. Malamani: " Isabella Teotòchi Albrizzi „ {Nuova Rivista, di To- rino, 1882). Ne raccolgo varie notizie esatte, controllate.
Visitatori d'Isabella - Il salotto della Benier 39
penoso difetto, rimaneva fermo nel salotto ; e talvolta restava vicino all'uscio per non attraversarlo, quand'era affollato e tutti gli occhi si convergevano sopra di lui!
Sfilavano, come in un moderno cinematografo, celebrati stranieri davanti alla saggia. Ecco il marchese di Maisonfort, intimo di Luigi XVIII, commediografo, poeta, biografo, am- basciatore di Francia a Firenze. Ecco il barone d' Hancarville, dalla bionda parrucca, avventuriero elegante, soprannomi- nato il Casanova delle conversazioni. E quanti altri ! Si videro Chateaubriand e Walter Scott.... L'autore d'Jvanhoe, quando andò ad ossequiare Isabella nel maggio del 1832, pareva quasi ebete. Camminava barcollando, sorretto dal figUo. 1)
Nessun personaggio ragguardevole passava per Venezia, senza rendere omaggio alla diva adriatica. Mentre il salotto della candida, argutissima e patriotica Giustina Renier-Mi- chiel, discendente da dogi e autrice della classica opera Ori- gine delle feste veneziane, era un salotto veneziano, quello d' Isabella era un salotto cosmopohta. Il Benassù Montanari raccontò (in versi) che una sera nel salotto isabeUiano si udivano undici idiomi d'undici nazioni, la chinese com- presa. Ma forse, e senza forse, il verseggiatore esagerava. Fatto sta che metter piede nel salotto di san Moisè, valeva un diploma di celebrità internazionale. Lo stesso governa- tore austriaco a Venezia, conte Peter Goéss, si onorava d'onorare Isabella; tanto più che nel salotto di lei non si cospirava.
Il carattere del salotto cosmopolita d' Isabella era dato da un continuo, ma innocuo scambio d'idee. Non era, né po- teva diventare, dati i tempi e più coloro che lo frequenta- vano, un salotto d'azione, come alcuni salotti francesi del secolo XVIII, donde si moveva opposizione alla Corte; né come a Milano, il salotto della contessa CleUa del Grillo-Bor-
') Diario maaoscritto del Cicogna nel Museo Civico di Venezia (anno 1832).
40 DUB QRAKDI POETI INGLESI A VENEZIA: BYBON B SHELLEY
romeo, che complottava contro l' imperatrice Maria Teresa; né, come più tardi, pure a Milano, il salotto di Clara Maffei, che combattè il dominio austriaco.
Né tutti gl'illustri, che Isabella riceveva nel suo circolo riuscivano dilettosi. Ugo Foscolo disse che tutt'i letterati di quel circolo erano "bestie,, addirittura.
Isabella Teotòchi-Albrizzi mori di settantasei anni, il 27 settembre 1836, a Venezia. Al letto di morte, la visitò (poi- ché ell'era dama della Croce stellata, insigne onorificenza femminile austriaca) l'arciduchessa d'Austria, Elisabetta prin- cipessa di Savoja-Carignano, moglie dell'imbecille arciduca Ranieri vice-re, e zia di Vittorio Emanuele II.
Morte tutta visioni gioconde, quella d'Isabella. Morente, ella rivedeva, in beata fantasmagoria, i suoi affollati ricevi- menti: le sembrava di accogliere e di parlare con quei grandi, specialmente col Canova.
Byron era morto da dodici anni, ma viveva ancora colei ch'ebbe tanta parte nella sua vita; colei, ch'egli aveva ve- duta per la prima volta alle " conversazioni „ dell'Albrizzi, e per la quale non lasciò più l' Italia che per andare a mo- rire in Grecia: la contessa Teresa Guiccioli-Gamba, di Ra- venna. Rievochiamola codesta appassionata graziosissiraa figura, dalla voluttuosa scena di Venezia.
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La Contessa TERESA GUÌCCIOLI nata GAMBA con la sua firma autografa
(da un disegno «lei 181<I dal vero).
La contessa Teresa G-uìccioli e suo marito 41
VII.
Splendeva nelle sne sedici candide primavere la grazio sissinaa bionda giovanetta contessa Teresa Gamba, di nobile stirpe ravennate, quando usci dal convento, dove, secondo l'uso del tempo, venne educata con qualche finezza; e fu subito concessa in isposa al conte Ruggero Guìccioli, pure romagnolo, due volte vedovo, ricchissimo, sessantenne e in- chto libertino.
Discendente da famiglia antica, il conte GuiccioU, non ostante lo stemma avito, inclinava a idee democratiche. Forse per esse, sopra tutto per esse, le autorità legittimiste lo di- pingevano coi colori più neri.
Fra le carte della polizia austriaca nel Museo Correr di Venezia, leggo orrori di lui, in un rapporto mandato dal pro- legato pontificio di Ravenna, Lavinio de' Medici Spada, au- tore della libéralissima canzone Sulla pena di morie, eh' e- gli combatteva,.
Soltanto (se pur dobbiamo credere a ciò che un poliziotto, certo Carlo Lancetti, scriveva di lei al principe Colonna Sciarra, direttore della polizia di Bologna) la contessa sof- friva..,, alle gengive. Il poliziotto lo chiama scorbuto, addirit- tura; malattia diffusa a quel tempo; ma forse esagerava o inventava. Quel Lancetti, che si segnalò tristamente negli interrogatorii dei Carbonari del '21, era capace di tutto.
Il conte Guìccioli, dopo soli pochi mesi dalle nozze, con- dusse la sposa a Venezia, per farla guarire da un medico dì grido, ch'era anche letterato, come tanti medici d'allora e di poi: l'Aghetti.
La contessa Teresa Guìccioli, di breve statura, di corpo gracile ma squisitamente modellato, ammahava per la grazia
42 DUE GBAKDI POETI ISGLB3I A VENEZIA: BtEON E SHELLEY
ingenua e vivace, per la soave bellezza delicata. I suoi aurei capelli le formavano un diadema regale sulla nitida fronte, e cascavano, in riccioli lunghi, sulle guance di neve e di rosa. Lord Byron la diceva: charming; ma la diva era ben più che charming per lui. Egli l'adorò quale
cosa venTita
Di cielo in terra a miracol mostrare ;
e lo provò con intensa, continua devozione che mai si sarebbe immaginata in lui, chiamato l'Alcibiade britannico.
Il conte la presentò alla contessa Albrizzi ; tanto più che Teresa coltivava le belle lettere e verseggiava, avendo avuto per maestro il buon Paolo Costa, ravennate liberale, autore d'un Inno a Giove, ammirato dai classicisti.
Cultore di letteratura, e già amico dell'Alfieri, col quale intendeva istituire un teatro nazionale, il Guiccioli non era certo un pesce fuor d'acqua nel celebre salotto lagunare. Il Byron vide là, per la prima volta, la graziosissima sposa ravennate; ma la formale presentazione avvenne in un al- tro salotto veneziano: in quello della patrizia, a noi già nota, Marina-Benzon-Querini, e precisamente nell'aprile del 1819.
Immaginarsi se Marina, smaniosa di galanti avvicina- menti, non bramasse di mettere vicini la fiorente sposa d'un marito sessantenne e il giovane Don Giovanni inglese!
Tommaso Moore riferisce che la presentazione fu fatta contro la loro volontà; e che fu accordata alla Benzon per sola compiacenza.
La Guiccioli, di salute delicata e non avvezza alle lunghe veglie veneziane, si sentiva stanca; e lord Byron aveva già beli' e dicliiarato alla Benzon che non voleva saperne più di pericoli di nuove passioni. E lo avea detto nel I canto del Don Juan.
La Guiccioli si confidò al Moore con queste candide frasi :
" Quando la contessa Benzon pregò lord Byron di volersi far presentare a me, egli ricusò, e lo permise solo per com-
Lord Byron s'innamora della contessa Guìccioli 43_;
piacenza. Il nobile e bellissimo suo volto, l'accento della sua voce, le sue maniere, i mille suoi incanti lo rendevano un essere cosi diverso da tutti, cosi superiore a tutti coloro ch'io avevo conosciuto sino a quel momento, che non potei non ricevere l'impressione più profonda. Da quella sera in poi, in tutti i giorni, nei quali soggiornai a Venezia, ci siamo sempre veduti. „ ^)
Anche per Giorgio Byron fu un incantesimo. Lo rivelò all'amico Douglas Kinnaird: dipingendo la Guìccioli una "testa calda,, piena di "nobile disdegno della pubbUca opi- nione „ — e " sacrificata alla ricchezza dal dovere filiale „. — E chiude: "sono dannatamente innamorato „. 2)
Dalle lagune, il GuìccioU volle ricondurre la sposa a Ra- venna. I viaggi a quel tempo, lunghi e disagevoli, non gio- vavano certo alle fragih tempre. La contessa tornò a Ra- venna ammalata. Tossiva, aveva la febbre. Scrisse al Byron di andarla a trovare; ed egli vi andò co' suoi cavalU, divideva il tempo fra il letto di colei che adorava e le cavalcate nella dantesca Pineta, che, carteggiando col Murray, ricordava d'averla già conosciuta in una novella del Boccaccio messa in versi dal poeta Dryden. Che importava a lui, in quella febbre d'amore, dei monumenti medievali di Ravenna? Solo pensava a una tomba sacra nei secoU; alla tomba di Dante, che sorgeva vicina all'albergo di via di Porta Sisi, dove egli alloggiava, e che lo attraeva, gli parlava al cuore col fascino delle secolari grandezze.
Dante era l'esule mesto e irato come lord Byron; era il nume dell'italianità, del Risorgimento, che ai carbonari, ai cospiratori parlava solenne di libertà, più cara della vita:
Libertà va cercando, ch'è sì cara, Come sa chi per lei vita rifiuta.
^) MooRE, The life, lettera and journal of Lord Byron (London, Mur- ray), p. 393.
2) V. pel contrasto dei propositi Don Juan, e. I, ottave 213-216.
44 DUE GRANDI POETI INGLESI A VENEZIA: BVRON E SHELLEY
Ma Giorgio non si sentiva abbastanza vicino a Teresa. Come si legge in un rapporto della polizia di Ravenna a quella di Venezia, egli, esborsando al Guìccioli un lauto prezzo d'affìtto, riusci ad abitare nello stesso palazzo del conte. ^)
Continuava, intanto, a prestare assidua assistenza all'ado- rata inferma, che pareva presa da quello che chiamavano " mal sottile „. Fece venire da Venezia medicine e il medico Aglietti, non fidandosi dei farmacisti e dei medici ravennati. Egli stesso studiava sui libri di medicina, per debellare il morbo, che minacciava di distruggere lento la vita a lui più preziosa.
Come intanto Teresa Io amava! Ella si abbandonò a luì nello slancio ineluttabile del cuore, come Francesca, come Giulietta e Desdemona.
Tipo veramente italiano ell'era nella spontanea, dolce, spensierata passione, nei sospiri, nei baci, non curante dì leggi sociali, di biasimi mondani. Che le importava del mondo? Il suo mondo era tutto colui che, riamato, l'amava. Non la vanità d'essere la dea del più eccelso poeta, come lo chiamavano allora, del secolo; non la certezza d'essere lei la eletta fra mille dal più irresistibile dei conquistatori; no, il suo amore era voluto, liberamente voluto dal cuore. Egli ed ella stessi erano l'amore. Teresa non conosceva l'inglese; Giorgio parlottava un itahano un po' grottesco , pur cono- scendo bene la nostra letteratura; ma l'armoniosa intesa degli spiriti innamorati era perfetta: pareva decisa dal Destino.
E il marito?
Il conte Guìccioli considerava ormai l'ospite britanno come un vecchio amico di casa. I coniugi partirono per Bo- logna, e l'amico di casa li accompagnò. Rimasero tanto dolci i ricordi dì quel soggiorno bolognese, nel cuore del poeta, che partita lei, egli sì chiudeva nella stanza abbandonata
^) Vedi il documento nell' Appendice di questo libro.
Scene poetiche di passione 45
dove avevano passato insieme ore di cielo. Una sera, sceso nel giardino solitario, proruppe in pianto.
Un altro giorno nello stesso giardino, lesse il libro Co- rinna di madama di Staèl e, col lapis, vi scrisse in inglese queste parole:
" Teresa mìa. Ho letto questo libro nel tuo giardino. Tu eri lontana, amor mio.... altrimenti, non sarei rimasto a leg- gere. Questo è un libro prediletto da te, e scritto da una mia amica. Mi è doppiamente caro. Tu non capirai queste parole inglesi (ma anclie altri non le capirà, e perciò non le scrivo in italiano) ma tu riconoscerai la scrittura di chi appassiona- tamente ti ama, e indovinerai che sopra il tuo libro egli non poteva pensar che all'amore. In questa parola, bella in tu.te le lingue, ma più nella tua, o amor mio, è compresa tutta la mia vita presente e futura,,.
"Bisogna convenire (aggiunge Enrico Nencionì) che se Byron sapeva far bei versi, conosceva però Varie d'amare, per lo meno quanto Varie poetica. „ ^)
Si: egU non solo era convinto della propria grandezza, quale poeta; sapeva anche qual maestro d'amore egli fosse.
Non passò molto tempo, ed ecco milord e la bionda con- tessa viaggiano soli, volgendo agli ameni Colli Euganei. Ad Arquà, vanno in pio pellegrinaggio d'amore, quasi a scio- gliere un voto, presso la tomba del cantore di Laura: ne visitano la casetta romita, diroccata, che il conte Carlo Leoni strapperà più tardi alle profanazioni del volgo.
Sotto il limpido cielo veneto, la contessa respira meglio, si sente risanare. I due amanti si nascondono alla Mira, presso Venezia, nella villa Foscarini. Teresa non aveva fatto credere al marito che soltanto la mite aria veneta poteva guarirla per sempre?
O amene rive, o verdeggianti dintorni del Brenta! Teresa
1) MedagliuiA, Firenze, p. 154.
46 DOB GRANDI POETI INGLÉSI A VENEZIA: EYHON E SHELLEY
non potrà più dimenticarvi! Un giorno (nel 1841), per una festa nuziale, ella consacrerà alla sposa, Camilla Guerrieri- Gonzaga, terzine affettuose, che appunto ricordano il fiume di quei giorni beati, il Brenta:
Ove si specchiai! col bel ciel, si mite, De' Venezian patrizii quelle ville, Ch'erser ne' giorni di lor glorie avite. ^
Lord Byron brillava di gioja, quando alle sue versioni, vedeva scintillare i cari ocelli della sua Teresa. In quegli sguardi sorridenti, egli vedeva il più bel raggio dell'aureola della fama, com'egli ebbe ad esprimersi in versi lasciati alla Guiccioli.
Quanto sarà piaciuto all'innamoratali tenero episodio di Aidea nel Don Juan!
Com'era dolce il contemplarlo! e quanto
Della natura i doni e della vita
Con lei divisi avean più dolce incanto!
Com'era dolce a la carezza ardita
Di quella mano palpitare, e accanto
Sedersi, mentre immemore, assopita
Stendea la vaga, la gentil persona;
E attender quando il sonno l'abbandona! 2)
La Guiccioli aveva gusti raffinati. Il ghigno satanico che qua e là stride nel Don Juan poteva quindi piacerle? Ella espresse all'amante il desiderio che il poema non fosse con- tinuato. ^) Lord Byron rispondeva che Don Juan (questa cen- tesima trasfigurazione e varietà del " burlador „ di Siviglia) altro non era che una satira della società nelle sue condizioni
1) L. Rava, Teresa Gamba Guiccioli, poetessa "Cultura moderna-, mag- gio, 1918).
2) Don Juan, canto II, trad. di Vittorio Betteloni (Firenze, 1897). ^)LoED Bvbon's, Corresj}onde7ìce, voi. Il, p. 176. Lettera a Hobhouse.
n riso del " Don Juan ,, - T due amanti alla tomba di Dante 4?
presenti, non un elogio del vizio. ^) Ma nei canti VII e Vili il disprezzo per tutto il genere umano non è troppo palese?
"E s'io rido di tutte le cose mortali, lo faccio per non piangere; e se piango gli è che la nostra natura non può sempre ridursi all'apatia „ egli affermava, per giustificarsi. ^)
Don Juan rimase incompiuto. Tanto potè quella donna sul più irriducibile dei poeti!
Ma l'Italia deve a lei una creazione ben più salutare: Theprophecy of Dante ch'è il presagio d'Italia libera. Il Byron la creò dopo che la Guiccìoli lo condusse davanti alla tomba dell'Alighieri, incuorando l'amico a cantarlo.
La contessa era vestita di nero; lord Byron portava l'abito militare. Dopo la visita di Vittorio Alfieri a quella tomba — del- l'Alfieri che ne trasse ispirazione a un fierissimo sonetto — non s'erano vedute figure così singolari, raccolte in religioso silenzio, dinanzi all'urna di colui, che aveva cantato l'universo.
Le Alpi, che Natura "pose a schermo fra noi e la tede- sca rabbia „ come cantava il Petrarca, venivano dal Byron nella Prophecy of Dante invocate, perchè stritolassero fra le loro roccie gli stranieri, che avessero osato varcarle. Egli deplora le discordie degl'Italiani; discordie^ che non possono renderli liberi. " Che manca alla piena bellezza del- l'Italia? Chiudere i valichi delle Alpi. Questo noi, suoi figli, possiamo ottenere con un solo atto : Uniti. „ ^) — Si, questo ! Ma dovemmo arrivare con tante stragi, al 1918, prima di chiudere quei valichi! Pure, la profezia del grande poeta resta. Resta eterna.
^) CJonyersazione di Hannedy con lord Byron. Vedi il layoro di B. Larochb, sulle opere del poeta (Paris, 1840), voi. IV, p. 4.
^) " And if I langh at any mortai thing,
'T is that I may not weep; and if I weep, 'T is that our nature cannot always bring Itself to apathy. „
{Don Juan: canto IV, ottava 4.) ") Ultimi versi del II canto.
48 DITE GRANDI POETI INGLESI A VENEZIA: ETHOS E SHELLEY
Il conte Guiccioli che, sino allora, aveva dimostrato di non inquietarsi pei liberi andamenti della sposa, e che, a Ravenna, conduceva egli stesso Teresa e Giorgio a spasso insieme in una carrozza a sei cavalli, cambiò d'un tratto registro, atteggiandosi a marito oltraggiato, a Otello. Egli è che lo scossero dal suo compiacente letargo le spassosissime chiacchiere che specialmente la società veneziana andava promulgando : quella società pure avvezza ai cavalieri ser- venti e ai costumi troppo allegri.
Il conte, invece di chieder ragioni all'offensore con le armi dei gentiluomini, usate allora più di adesso, inveì con- tro la moglie; e costei accusò lui, vecchio, d'una vita ben più dissoluta della sua. Il conte ricondusse la contessa a Ravenna. Entrambi chiesero la separazione al papa che la accordò. Ma sorsero altre questioni irritanti: questioni d'in- teresse.
Alla contessa Maria Gritti nata Valmarana, di Venezia, Teresa confidava che il marito, in seguito a nuovo decreto del patriarca, le aveva ridotto a centocinquanta talleri l'as- segno mensile, e lo definiva " uomo instancabile nel male „. L'amara sua lettera finisce cosi: "Scrivetemi, cara amica, tutto quello che sapete di GuiccioU e del nobile suo harem. A Ravenna egli è detestato. ^)
Intanto, Teresa Guiccioli era tornata a vivere col padre, nel palazzo di Ravenna; e lord Byron vi prese stanza in un appartamento lussuoso, dove due scimmie, cinque gatti, otto cani scorrazzavano per le stanze in piena libertà come nel palazzo Mocenigo. Dieci cavalli scalpitavano nelle scuderie.
Giorgio Byron si strinse in amicizia fraterna e in fede carbonara col conte Pietro Gamba, fratello di Teresa, spi- rito nobilissimo di cospiratore atUvo ; e si gettò a capofitto nella rivolta romagnola pronto a ogni cimento. Il tentativo di
^) Lettera intercettata, nel 1827, dalla polizia anstriaca. Si legge fra i documenti austriaci del Civico Museo Correr di Venezia.
.MARINA QLERIM-BENZON (la «Biondina in gondoleta »)
(dal dipinto di Pietro Longìii, proprietà della signora l'adovan di \'fnczia).
La gaia Marina Benzon e il suo salotto 49
insurrezione cadde fallito. Il conte Pietro Gamba e il padre furono esiliati da Ravenna e passarono a Pisa dove li rag- giunse la contessa Guiccioli e dove costei fu poi raggiunta dal Byron, chea Tommaso Moore scriveva: "Terribil cosa è l'amore!,,
E noi ora torniamo a Venezia. Andiamo in casa di Marina Benzon.
Vili.
A Venezia, nel suo palazzo di San Benedetto, sul Canal Grande, Marina Querini Benzon, accoglieva Antonio Canova; lord Byron e gli amici di lui, l'inevitabile Ippolito Pindemonte, il poeta veneziano Luigi Carrèr, il patrizio Jacopo Foscarinì, dalla patriottica Musa vernacola, che tentava di difendere Marina da accuse atroci. Altri ancora entravano e folleggia- vano nel magico circolo di lei.
Marina, nei suoi bei giorni, fu infatti, una maga: scin- tillava per il brio tutto veneziano, accompagnato da grazia allattatrice, specialmente allora che ella voleva lanciarsi alla conquista di qualche nuovo amore. Gli occhi azzurri, furbeschi; la carne di latte, i capelli biondi, la leggiadra, sottile persona le davano malie, che il ritratto dipinto dal Longhi non rende a chi si fosse formata di lei una immagine più geniale.
La paterna prosapia, Querini, andò gloriosa: — due dogi, magistrati, prelati, guerrieri. Ma una suor Ginevra Querini, monaca nel convento di Santa Caterina, a Venezia (ora Liceo Marco Foscarini) sollevò scandalo per le tresche con un Giustinian. Si sarebbe detto che Marina avesse ere-
Barbikra. NeUa ei'tà dell amore. *
50 DUE GRANDI POETI INGLESI A VENEZIA: BYRON E SHELLEY
ditata da quella poco fedele sposa di Gesù la febbre del piacere. La famiglia del marito Benzon, originaria di Crema, aveva dato alla Ciiiesa due santi: san Venturino Benzon, martire, e san Benzone Benzon. E in quella casa di celesti, doveva entrare proprio la terrestre Marina!
La famosissima barcarola La biondina in gondoleta, del poeta vernacolo Antonio Lamberti, musicata in facile ritmo cadenzato da Simone Mayr, era proprio lei; tutta Venezia lo sapeva; e tutta Venezia cantava la birichina canzo- netta.
La deliziosa -"biondina,, è là, cullata dal molle dondolio della gondola, al lume incerto della luna, che si nasconde fra le nuvole. E, cullata così, la bella si addormenta, ap- poggiata al braccio dell'amico, ch'è con lei nella gondola. Per un po' costui rispetta il dolce, placido sonno: ma la se- duzione è troppa, è viva, e non manca la complicità d' un venticello, che smove il velo sul niveo seno della graziosa dormente. E qui parli l'amico audace:
M'ho stufa po', finalmente, De sto tanto so' dormir ; E g'ko fato da insolente, Né m'ho avudo da pentir;
Perchè, oh Dio, che bela cosse Che g'ho dito, e che g'ho fato!... No, mai più tanto beato Ai miei zorni no sou sta!
Era troppo. La Benzon andò sulle furie; e lanciò ad An- tonio Lamberti una pepatissima risposta in un'altra analoga canzonetta, ch'è nota pochissimo:
Canta, infame, le bravare,
Che ti ha dito, che ti ha fato....
Ma più tosto, canta il vero
" La biondina in gondoleta „ - 1 suoi autori - Atroci maldicenze 61
Della scliiaffa maledetta, Che da ti, stada costretta, Snl to muso go mola....
E po' canta finalmente Come, senza alcun costrnto, Ti è resta a muso suto. Perchè a terra ho desmontà!
Ma questi erano versi della Benzon?0 non furono piut- tosto suggeriti da lei a qualche altro poeta, strumento delle sue vendette?
La Biondina in gondoleta diventò una canzonetta euro- pea. Ne parla anche lady Morgan nella Italy. ^) Usci dalla laguna e girò per tutte le sale d'Europa. Anche oggi, dopo un secolo abbondante, conserva i suoi maliziosi sorrisi, e si ripete con piacere. Il buon musicista Mayr passò ai posteri per essere stato il maestro dì Gaetano Donizetti e per quella sola cantilena lagunare. Chi ricorda, infatti, più i sessantatre melodrammi di lui? Neppur la Medea, che passava per un capolavoro.
Esuberantissima vita, si palesò ben presto in Marina Benzon. Quando nel maggio 1797 Napoleone rovesciava la secolare Repubblica e Venezia era invasa dai demagoghi francesi, si piantò in piazza San Marco l'albero della Li- bertà ; e Marina Benzon, scarmigliata, discinta, con la legge- rissima veste aperta sulla coscia, bW ateniese, si slanciò an- ch'essa a ballare la Carmagnola intorno a quell'albero sormontato dal berretto frigio, trascinando nella ridda il giovane Ugo Foscolo, che doveva sembrare un fulvo de- monio.
Al Caffè Florian, focolare della maldicenza, si narravano orribili cose intorno a Marina. Si diceva che il figUo di lei Vettore Benzon, poeta, lo avea avuto dal fratello, e che il
i)Vol. n, p. 172.
62 DUE aBANOI POETI IN6LESI A VENBZIà: BTBON S SHELLEY
figlio stesso.... Ma è impossìbile finire la frase, che offende nel modo più nefando il santo nome di madre. Si aggiun- geva che Vettore fosse maritalmente stretto con la sorella, già sposa d'un nobiluomo, e che altri amori, cantati da poeti pagani, lo avvolgessero nel loro fango. Ma la calunnia im- perversava. Il poeta Luigi Carrèr, suo maestro e amico, si limitò a dire ch'egli amava le donne, alle quaU tornava caro per l'aspetto gentile (era pallido, biondo) e per l'ingegno poetico, e il porgere brioso. La virtuosissima Giustina Renier Michiel non lesinò elogi al Benzon. La testimonianza della Renier valeva sopra tutte. Nel vispo corpicciuolo di lei, vi- brava una forza di virtù, d'intelletto, di brio, che destava me- ravighe. Quando i demagoghi si gettavano furibondi al sac- cheggio della città, la Renier, scorgendo due giovani patrizii sbalorditi, inerti, gridò loro: Core a saloar la Cita, perchè no xe pia possibile saloar la Repubblica ! Quei giovani erano Tommaso Mocenigo-Soranzo e un parente, Bernardino Re- nier. A quel tocco di fuoco, si scossero e, con altri, ferma- rono le orde. La Renier ebbe il vanto di difendere Venezia dagU stolti disprezzi del visconte di Chateaubriand, che de- finiva Venezia "una città contro natura,,. Ella lo rimbeccò stampando: "Non è contro la natura; è sopra la natura „.... Quando, nel 1806, Napoleone arrivò a Venezia, cinto della duplice corona d' imperatore di Francia e di re d' Italia, do- mandò in tono sprezzante alla Renier:
— In che cosa siete famosa?
— Nell'amicizia, Maestà! — ella rispose, inchinandosi. Questa la donna che difendeva il figlio di Marina Benzon. Le continue generosità del Byron elargite fra gl'infelici,
fra i poveri, lo facevano amare: era diventato popolare in tutta Venezia. Un terribile incendio distrusse l'officina e la casa di un fipografo che rimase sul lastrico, ed ecco milord pronto a regalargli una somma cospicua. Tuttavia, era mai possibile che, in una Venezia, la maldicenza non andasse in giro con le sue forbici per tagliare anche il mantello del-
Vettore Benzon calunniatore - Nxiove glorie venete 53
l'illustre straniero? Possibile che il mordace Pietro Buratti, poeta vernacolo dì ricchissima vena, l'autore deìVElefanteide, potesse tacere?... A proposito: lo Stendhal afferma che il Don Juan serba non poche imitazioni da quel poema sati- rico; ed e-agera per Io meno.')
Ma nessuno a Venezia biasimò tanto lord Byron quanto Vettore Benzon. Costui, nel poemetto Nella (dove la prota- gonista sul più bello scompare) si mostra ingiusto verso il poeta che amò Venezia. Vettor Benzon osò dire che
.... traea Tema di scherno l'ospite britanno
dalle sventure di Venezia. All'ospite britanno non isfuggirono invece fulgidi tratti di nuovo ammirabile valore veneto. Nella battaglia, combattuta nelle acque dell'isola di Lissa il 13 marzo 1811, tra la flotta inglese e quella franco-italiana dell'Impero napoleonico, l'ammiraglio veneziano Nicolò Pa- squaligo, che comandava quest'ultima, emulò i suoi proavi, magnifici guerrieri contro i Turchi. Orribilmente ferito, inon- dato di sangue, Nicolò Pasqualigo si fece legare all'albero maestro della sua nave Corona, e continuò a combattere con due pistole nei pugni, mentre gl'inglesi venivano all'ar- rembaggio e due terzi dell'equipaggio, tutti itahani, cade- vano uccisi. Fu fatto prigioniero; ma il nemico, il commo- doro Guglielmo Roste, gli tributò gli onori dovuti ai valorosi.
Lord Byron ammirò il prode: in una nota alla tragedia Maria Faliero, scritta a Venezia, ne registrò la gloria:
"Io andai sulla squadra inglese che recava le prede di guerra del 1811; e mi ricordo d'aver udito Sir William Hoste e gli altri ufficiali, che si trovavano a quel glorioso conflitto, magnificare la condotta del PasquaUgo,,. ^)
^) Rome, Naples et Florence, pag-. 234 dell'edizioDe parigina del 1888. ^ Nota alla terza scena del V aUo, — Veggasi anche: W. James: The naval history of Great Britain (voi. V).
54 DUE GRANDI POETI INGLESI A VENEZIA: BYRON E SHELI^Y
Ma un altro, e più splendido eroe nostro poteva esser nominato dai Byron a titolo d'onore: Giuseppe Duodo, che a Lissa, in quel 13 maggio 1811, comandava la fregata ita- liana Bellona. Il Duodo, benché avesse tronche le gambe da una cannonata, si fece appoggiare anch'esso all'albero maestro, continuò a dirigere il combattimento, e con le pi- stole nei due pugni, impedì che la ciurma abbassasse la bandiera. Pochi momenti prima di cadere con le gambe sfra- cellate, aveva fatto apprestare alcuni barili di polvere sotto- coperta, per far saltare la nave. L'ufficiale inglese 0' Brien, balzato a bordo della Bellona, giunse in tempo a far togliere 1 barili, e ad inchinarsi all'agonia dell'eroe udinese. Il Duodo fu trasportato nell'isola di Lissa, dove spirò. Gl'inglesi gU celebrarono esequie solenni.
In quella nota alla tragedia Marin Faliero, lord Byron nomina anche, fra i veneziani egregi, il poeta Carrèr, bel- lissimo giovane, elegante ingegno, che abbiamo nominato.
In casa Benzon, il poeta Luigi Carrèr, veneziano, veniva festeggiato per la meravighosa facihtà d'improvvisare intere tragedie sopra argomenti proposti dagli astanti. Byron n'era ammirato; ma consigliò il giovane a coltivare la poesia me- ditata, per lasciare traccie durevoli. Luigi Carrèr lo ascoltò, e divenne col Berchet il creatore della ballata romantica fra noi. CapeUi inanellati cadenti in riccioh sulle spalle; grandi occhi volgenti al cielo; tipo sospiroso, idoleggiato dalle fan- ciulle romantiche. Luigi Carrèr passava ammirato sulle vie di Venezia. Nella società veneziana, tutti lo volevano a ve- glia, e al desco. Ma vennero giorni amarissirai: la tisi gh minava la vita.... E fu infelice come marito, per il matrimonio disuguale; e infelice come padre. L'unica figlia gU mori a vent'anni, consunta dalla sua stessa malattia. A lei consacrò sonetti, che strappano il pianto.
L'ultima parte della vita del poeta scorse consolata dalla pura amicizia di una gentildonna, ricca di amabile bontà, e di cultura: Adriana Zannini, nata Renier, nipote di Giustina
Il poeta LUIGI CARRKR di Venezia lodato da lord Byron per le sue improvvisazioni d'intere tragedie
(disegno di K. Romolo dal vero di F, Nocchi).
Il poeta Luigi Carrèr - Sita passione 55
Renier-Michiel che dobbiamo rivedere. Anch'ella teneva fio- rito salotto letterario. Arse per lei il Carrèr? Tutto lo fece credere. Egli adorava lei, pura, sotto il nome non puro di Neera:
Se oltre la tomba vivere Potesse quel desìo, Se quelle treccie d'ebano, Se quel riso d'amor, Se nel sepolcro mio Mi riardesse il cor!
Cosi, con tumulto byroniano, cantava il Carrèr; così ar- deva; ma non ardiva.
Nel suo soggiorno a Venezia, lo Stendhal fu ammesso anch'egli nel salotto della Benzon, e ne rimase incantato: "Les plus brillants salons de Paris son bien insipìdes, et bien secs, comparés à la société de Madame Benzon „. ^) Ma tutta la società veneziana gradiva al gaudente francese; il quale, benché in certe pagine sì mostri idolatra del Bona- parte, ha il coraggio almeno, parlando di Venezia, di escla- mare: "Que j'abhorre Bonaparte de l'avoir sacrifiée à l'Au- " triche ! „ ^^ E cosi dirà il Foscolo.
1) Rome, Xaphìf fi Florence (Paris, 1888) p. 394. '^) Op. eit., p. 3'J3.
66 DUE GRANDI POETI INGLESI A VENEZIA : BYRON B SHELLEY
IX.
Nella società sì parlava assai delle cavalcate del Byron al Lido e del nuoto di lui nella laguna, e nei canali, anche di notte, durante i rigori dell'inverno. Se a sera, il gondoliere Tita tardava a prenderlo con la gondola dalla Benzon, dal console inglese o dal teatro, milord impaziente, furioso, si gettava in acqua, vestito com'era e, a nuoto, arrivava al palazzo Mocenigo. Talvolta, nuotava tenendo sollevata in una mano una fiaccola per rischiararsi, alla meglio, il cammino nei rii, allora più tenebrosi d'adesso.
Una sera del maggio 1818, trovandosi in casa della Ben- zon, sì parlò di nuoto e di nuotatori. Gli astanti sapevano che, in un viaggio compiuto in Oriente, Byron aveva attra- versato, novello Leandro, a nuoto, l'Ellesponto, correndo pericolo d'affogare, senza trovare ad Abido una sacerdo- tessa, che lo aspettasse all'amplesso vietato. Si aggiungeva ch'egli avesse attraversato a nuoto, in un punto larghis- simo, anche il Tago.
In quella sera, nel salotto di Marina, sedeva Angelo Men- galdo, ex ufficiale di Napoleone, che nella campagna di Russia, aveva attraversata la Beresìna a nuoto, essendo crollato, in quegli orrendi momenti, per la ressa disperata dei fuggiaschi, un ponte. In quella strage, aveva salvato il colonnello Moroni, che non sapeva nuotare. E aveva passato il Danubio a nuoto dopo la battaglia della Raab, per conqui- stare certi mulini, difesi dal nemico.
Fra il Byron e il Mengaldo, s'accese una disputa nuota*
Sfida di nuoto a Venezia - TI generale Mengaldo 57
toria. E si fissò, dì comune accordo, una gara da compiersi nella prossima estate.
La gara doveva svolgersi fra i due punti opposti di Ve- nezia: dal Lido a Santa Chiara: sette ciiilon.etri.
Venne il 18 giugno, giorno fissato. Alle ore quattro pome- ridiane (oggi 16) si slanciarono alla gara non due, ma quat- tro competitori: Angelo Mengaldo, Giorgio Byron, Riccardo Hoppner, console inglese a Venezia, e Alessandro Scott, se- gretario del console, che partirono insieme da Santa Maria Elisabetta del Lido. Una gondola li accompagnava. Lord Byron raggiunse la meta. Ma s'insinuò che, arrivato egli a un certo punto, e sentendosi intormentito, avesse proposto ai due competitori (il console inglese s'era ritirato) di raccogliersi con luì nella gondola, che li accompagnava. Sì aggiungeva che, dopo d'avere i compagni accettata la proposta, il poeta si sia gettato dalla gondola in acqua, ottenendo facile vit- toria.
Era vero? Pare, in realtà, che il "pesce inglese,, (come chiamavano lord Byron) il Mengaldo e lo Scott riuscissero tutti e tre alla pari. ^)
Il Mengaldo era una bella figura. Oggi è dimenticato.
Rimasto ferito a Castelnuovo e a lllosi presso Verona, combattendo gU austriaci, il Mengaldo si ritrasse a vita pri- vata e vestì la toga dell'avvocato. Primeggiò nella rivolu- zione del 1848 a Venezia, dove allestì la Guardia Civica che comandò qual generale. Al ritorno degli austriaci sulle la- gune, esulò; ma ebbe la gioia di veder sorgere il secondo regno d'Italia, e Ubera la sua Venezia. Mori a Torino nel 18(39.
Marina Benzon sopravvisse al figlio diciassette anni. Il
') ME^^EGHETTI Nazzaheno, Una celebre gara di nuoto di lord Byron ed Angelo Mengaldo dal Lido a Venezia ("Ateneo Veneto „, anno XXXI fase, 3, uovembredicenibre 1908). Vedi ancbe: Fanfulla del 6 setten;- lie 1875. Al Slenegbetti dobbiamo rure: Lord Byron a Venezia (Vene- zia, I&IO); A. LijMbeoso, Pagine veneziane.
58 DUE GRANDI POETI INGLESI A VENEZIA : BYRON E SHELLEY
SUO ultimo amante fu un cavaliere Rangone. A settant'anni, volle " regolare la sua posizione con lui „ e lo condusse al- l'altare.... per non condurlo all'inferno, che paventava. Era diventata così pingue che la chiamavano el stramazzo de- spontà (il materasso scucito). D'estate, passava per le Pro- curatie, a braccio del cavaher Rangone, vestita d'un abito di velo rosa, che rivelava il naufragio delle forme. Aveva la mania di cacciarsi nel seno fette di polenta calda, di cui era ghiotta, e che andava sbocconcellando anche per via. Beffardi gondolieri, scorgendo uscire qualche filo di fumo dal petto della nobildonna, le domandavano: Eccelensa, fùmela? '
Quel Rangone le aveva sacrificata la carriera diploma- tica, alla quale s'era avviato. Lo Stendhal racconta nel gu- stoso libro aneddotico Rome, Naples et Florence, la burlesca storiella d'un duello mancato di lui.
Un forestiere vanaglorioso esclamò davanti al Rangone: " Ma fot, j& pars conient. J'ai eu la plus jolie /emme de Venise,,. Il Rangone, seguito da un servo portante un'enorme cassa di pistole, andò ,a chiedere al forestiere ragione di quella vanteria, credendo ch'egli alludesse a Marina. Non si ebbe a piangere su nessun cadavere.
La Benzon, vecchia, continuò a offrire sino gli ultimi anni eccellenti veglie musicali. Ne offrì una alla famiglia reale di Danimarca, di passaggio per Venezia, che ne parlò per un mese.
Il 1.° marzo del 1839 fu l' ultimo giorno della brillante, troppo brillante vita di codesta tipica rappresentante della decadenza. Morì a Venezia, nel proprio palazzo, e il nome di lei restò, con senso spregiativo, in un adagio popo- lare, unito al nome della non meno libera e procace Cecilia Tron; colei che accese il sangue al vecchio Parini, quando il poeta del Giorno la incontrò a Milano. Tuttavia un elogio va tributato alla Benzon, per avere, mercè la sua leggiadra influenza, nei giorni nefasti della demagogia gallica, a V(j-
Alti colloqui del Byron e Shelley 59
nezia, salvati dal carcere e forse dalla fucilazione alcuni patrizii veneziani avversi a quella demagogia, e a Napoleone che la comandava.
X.
Accanto a Giorgio Byron, sorgeva a Venezia, la figura immortale d'un altro grandissimo poeta: Shelley; di colui, che alcuni critici oggi antepongono allo stesso Byron; il più raffinato, il più sensibile dei poeti, che cerca e trova un'anima in tutta la natura, e la fonde in armonia con l'anima nostra. Il suo canto è universale; è l'inno del pan- teismo.
L'amicizia di lord Byron con lo Shelley, a Venezia, in- nalzò l'uno e l'altro ad alti pensieri d'umanità pura, di filo- sofiche riflessioni sulla Natura, sui destini dell'uomo.
Ne resta splendido documento il poema dello Shelley, Giuliano e Maddalo.
Lo Shelley ritrae se stesso in Giuliano; e il Byron in Maddalo. La scena è Venezia: la laguna di sera.
Non solo, adunque, la passione per la Guiccioli; non solo ardor battagliero per ridonare indipendenza a Venezia, all'ItaUa; ma ben anco meditazioni sui misteri della vita e del mondo innalzarono il Byron, accompagnato in quella elevazione dallo Shelley nei silenzii pensosi di Venezia. Nel fosco proprio orgogho, il Byron faceva dell'universo il cen- tro di se stesso: lo Shelley lo iniziò a considerare l'uma- nità nell'universo. Per lord Byron, l'universo era uà deserto ch'egli riempiva del proprio grido spasmodico; per lo Shelley era un tem])io ch'egU riempiva d'armonie d'amore. Il fer-
60 DUE GRANDI POETI INGLESI A VENEZIA: BTBON B SHELLEY
vore d'umanità nel Byron era piuttosto apparente. Eppure, non mirava egli a liberare gli oppressi?
A ogni modo amicizia feconda, mirabile quella; una delle più memorande nella storia delle amicizie illustri.
Percy Bysshe Shelley, bello nell'alta snella persona e nel dolce volto espressivo, si atteggiava ad ateo, ma era più religioso di tanti reverendi della sua Inghilterra. L'opu- scoletto La necessità dell'ateismo, da lui pubblicato giova- nissimo, è contraddetto dal più profondo sentimento pantel- stico. Negava un Creatore, ma adorava la creazione. Si pro- clamava "non cristiano „ ma, venerava profondamente il carattere di Cristo. Egli aveva un bel combattere gli svol- gimenti storici del Cristianesimo: egli vedeva l'umanità tutta una sola famiglia; credeva nella infinita perfettibilità umana; parteggiava per l'eguaglianza, per la fraterna co- munione dei beni. Profetava il ritorno d'un'età beata. Se lo Shelley non avesse pensato col suo capo, si sarebbe detto ch'egli seguiva il consiglio di Madama de Staél: "Gherchez la Divinité dans la Nature et l'Inflni dans l'amour „.
Nel 1920 (soltanto dopo un secolo) fu mandato alla luce, a Londra, un libretto, che lo Shelley compose nel 1820 per coordinare e fissare le proprie idee poUliche e sociali. L'autore di Giuliano e Maddalo lancia disegni di leggi uni- versali: si presenta socialista e riformatore. Idoleggia la forma repubblicana e saluta il suffragio universale qual forza alla trasformazione dell'avvenire. ')
Le idee apertamente professate gli suscitarono odi!, per secuzioni. La stessa famiglia lo rinnegò, inorridendo a quelle idee e alle colpe d'amore.
A dieciannove anni, infatti, egli fugge con una giova- notta di sedici, Enrichetta Westbrook, e la rende madre. Ma Maria, l'isterica figlia del romanziere ed economista Guglielmo Godwin (di colui che, pur combattendo il matri-
1) A philosophical vieto ofReform, bjr P. B. Shelley (London, Wilford, 1920).
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(ilal dipinto di (iiorg'io Clint di I,ondra).
Donne sventurate intorno a Shelley 61
raonio, si sposò due volte) lo attrae; e lo Shelley abban- dona Enrichetta, fugge con Maria. L'abbandonata dà alla luce un secondo figlio dell'infedele. Anche Maria divien madre, mentre la sorella di lei, vinta da avvilimenti, si avvelena. E la povera Enrichetta, dopo d'essersi unita a un colon- nello, che l'abbandona anche lui, s'annega in un fiume, e, quando si rinviene il suo cadavere, si scopre che è incinta.
Maria e lo Shelley contrassero nozze regolari; ma non furono felici.
Appena il Byron arrivò a Venezia, Io Shelley gli espresse il desiderio di congiungersi a lui, e gli comparve dinanzi con Maria, con la bimba Clara, e con Jane Clermont, la signorina, che in Svizzera avea dato al Byron la povera Al- legra. E lord Byron accolse tutta la comitiva.
A Este, fra i Colli Euganei, cari al Petrarca, lo Shelley passò giorni di contemplazioni serene. Cantò quei colli, con eguale amore, ma con ben altro accento di Giuseppe Barbieri; quei coUi che, sorgendo con le loro ghirlande di viti e coi loro fiori sulla pianura padovana, sembravano a lui le gioje della vita che emergono dai dolori.
A Este, Byron aveva preso in affitto dal console inglese di Venezia, una villa, e ivi collocò la brigata, ivi lo Shelley poetò. La villa si chiamava dei Cappuccini, perchè fabbricata dove un giorno era un convento di quei frati. Sorgeva sul pendio d'un colle presso le rovine dell'antica rócca.
Ma un'altra tragedia doveva angosciare lo Shelley. La piccola Clara ammalò, e spirò fra le braccia della maire. E Maria corse pericolo di morte per un aborto; fu salva, ma ne usci con paurose visioni.
A Venezia, il Byron e lo Shelley andavano insieme in gondola, e, al Lido, cavalcavano insieme, sermoneggiando sulla vita.
Una sera d'inverno del 1818, quando, balzati di sella, i due amici ritornarono in gondola, rimasero ammirati d'uno di quei raeravighosi tramonti che, a Venezia, sembrano
62 bUE GHAMOI POETI INGLESI A VBNfiZIA : BYRON B SHELLElT
raute battaglie d'eserciti lanciatisi nel cielo; nel cielo pur- pureo di sangue, ardente di gloria. Ammirano. Ed ecco, nel grande silenzio, la voce flebile d'una campana.... È la cam- pana dell'ospizio dei poveri pazzi, nell'isola di san Servilio.
.... "È il Manicomio ! „ Maddalo disse: "Chi, a quest'ora, solca L'onda de la laguna, ascoltar deve Sempre quella campana, che i dementi Chiama a le preci de la sera „.
"Oh, certo Ragione anno e bisogno „ io gli risposi. " Di render yive grazie al Creatore Del bieco lor destino ! „
" È singolare Che l'uom non muti „, ei replicò. " Tu sei, Come per Io passato, un miscredente Assai pericoloso: un fiero lupo Fra miti agnelle. Or poni mente ai flutti, Che, se ignori il nuotar, la Provvidenza Non verrà in tuo soccorso „.
Io lo fissai, Ma l'ilare sorriso era svanito Da la pupilla sua. ')
Quale lampo di presagio! Non erano passati quattro anni, e lo Shelley naufragava in una traversata tempestosa del Tirreno.
La salma fu trovata sulla spiaggia ivi gettata dal mare. Lontano, fu rinvenuta quella dell'amico Hunt, insieme al quale, lo Shelley, invitato da una brezza favorevole, aveva impreso una gita di piacere nel suo piccolo battello a vela, partendo dal porto di Livorno, il 4 luglio 1822.
Solo dopo più giorni dal naufragio, le salme vennero ri- trovate: i volti erano quasi disfatti.
')Trad. del Facciòli.
H naufragio e il rogo di Shelley - La Gh-ecia insorta 63
Lo Shelley fu riconosciuto dall'alta persona, dai volumi delle tragedie di Sofocle e da un libro del poeta Keats, che gli trovarono in dosso. Il poeta Keats, un altro inglese, innamorato d'Italia nostra, era morto venticinquenne a Roma l'anno avanti, e lo Shelley aveva creato, in morte di lui, la lirica Adonais.
Sulla spiaggia di Viareggio, dove Io Shelley era stato rinvenuto, là, in luogo deserto, il fumo d'una pira, sparsa di balsami, s'innalzava alla purezza azzurra del cielo, con alte fiamme. Era la salma dello Shelley che ardeva: la salma del grande poeta deW Inno alla Bellezza intellettuale, di Alasior o lo Spirito della Solitudine, di Prometeo liberato, che veniva incenerito per espressa volontà dell'amico Gior- gio, presente al rogo purificatore.
Percy Bysshe Shelley aveva trent'anni, e doveva morire in questa Italia, che chiamava "la divina Italia, il paradiso degli esuU,,.
Passò, nella vita tumultuosa, di sogno in sogno, di do- lore in dolore. Ma dopo i suoi sogni, e dopo l'immensa Na- tura, amò di più l'Italia. Ne cantò le città, le campagne, le glorie, le sventure; imprecò come il Byron a' suoi tiranni; profetò come il Byron il Ubero suo avvenire. Qui visse gli ultimi anni della brevissima vita; qui cantò i più divini suoi canti; qui miseramente peri. ^)
Pochi anni ancora, e Giorgio seguirà l'eccelso amico nel regno delle ombre. Lo Shelley, benché fosse assegnato dai critici insieme col Byron alla cosi detta "scuola satanica,, ^ra un ideaUsta. Lord Byron era uomo d'azione. Al Moore, l'autore del Don Juan scriveva che aspettava " l'opportunità d'agire „. E l'opportunità venne; e venne splendida.
La Grecia, che pareva semispenta sotto la tirannide
*) Vedi Nkucioni, Nuova Antologia, luglio 1867, p. 471. — Negli archivi di Venezia, neppure una parola si legge sul soggiorno dello Shelley a Ve- nezia; e nella Gazzetta, o in altro giornale, neppure.
64 DUE GRANDI POETI INGLESI A VENEZIA: BYRON E SHELLEY
ottomana, nel 1820 si riscosse, suscitando simpatie in tutt'i liberali; nel nostro Santorre di Santa Rosa e in lord Byron fra i primissimi. La lotta ardeva magnifica: autentici eroi ellenici ricordavano gli antichi.
Il poeta inglese non più, come prima, rapito della dolcis- sima Guiccioli, lasciò l'Italia per la Grecia, volendo offrirle spada, oro, giovinezza, vita. Il 4 gennajo 1824, arrivò a Mis- solungì ; e ivi, cólto da febbri malariche, il 19 aprile spirò.
"Ogni uomo pare che sia fatto per vivere nella sua patria, ed io per abbandonarla „ lasciò scritto di sé Ugo Fo- scolo, la un frammento dì romanzo autobiografico. Giorgio Byron poteva dire altrettanto. Era destino che, lontano dalla patria, esule errante, esalasse ivi lo spirito, che aveva creato una poesia originale, suscitando emuli ed imitatori, lagrime e passioni, in tutta Europi, come nessun altro mai.
Fremebondo, Giorgio Byron otto anni prima aveva ab- bandonata l'Inghilterra, giurando di non ritornarvi mai più. Aggiungeva che non voleva esservì neppure portato cada- vere. Invece, il suo amico conte Pietro Gamba, fratello della Guiccioli, che abbiamo incontrato, e che avea voluto se- guirlo a Missolungi per combattere al suo fianco, fece imbal- samare la salma, e la portò devotamente in Inghilterra.
Il Gamba aveva raccolto egh l'ultimo sospiro del Grande. Quel sospiro fu per la libertà, per la Grecia, per la lontana figha Ada e.... per la sorellastra. La moglie non fu ricordata dal morente. Eppure, egU un giorno, le aveva scritta un'ode subhmel {Fare ihee well....)
Come se andasse a un assalto, ei gridava, mezzo in in- glese e mezzo in italiano: "Avanti! Avanti! Coraggio! Seguite il mio esempio! Niente paura! „^)
') Vedi il memoriale del conte Pietho Gamba: Narration of lord Byron's last journey to Cheece (London, 1825). Nell'anno stesso, ne usci a Parigi una versione francese di J. Parisot. La versione italiana (un estratto) uscì sol- tanto nel 1921, nella Rassegna nazionale di Firenze (quaderno di settembre), per opera del signor Cini-Gamba.
Fine e sepoltura di Byron - Tersi di A. de Musset e di G. Frati 65
Quando arrivò la salma del cantore d'Aroldo in Inghil- terra, le ire eran quotate. Dinanzi alla solennità della morte, il biasimo tacque. L' Inghilterra sentiva d'avere perduta una gloria; ma non gU apri un avello a Westmiiister.
Nel venerdì 16 luglio 1824, furono celebrate le ultime ese- quie, nella chiesetta del piccolo villaggio di Hocknall: un villaggio, la cui perfetta rassomiglianza con Missolungi, dove il Poeta era morto, meravigliò assai il conte Gamba.
Giorgio Byron fu deposto ivi, nel sepolcreto degli avi, accanto alla madre che, negli eccessi d'ira, lo aveva male- detto; e accanto alla povera bambina Allegra, che gli aveva sorriso. La lapide, con iscrizione laudatoria, fu posta, non dalla moglie, non dalla figlia Ada, ma dalla funesta sorella- stra, della quale si legge il nome.
Nessuno quanto Alfredo de Musset, poetico figlio del Byron, ne intese lo spirito. Nella Lettre à Lamartine, in- neggia a lui ; a lui che, dopo i fragori selvaggi delle guerre napoleoniche, diffuse nel mondo un'armonia sovrana.
Un byroniano poeta trentino, Giovanni Prati, racchiuse in un sonetto la tempestosa vita del Grande. L'ammirevole sonetto è appunto rivolto a lui:
Nato nel grembo di nebbiose lande,
Bello apparisti e formidabil tanto
Che spesso i lauri delle tue ghirlande
Andar bagnati del femmineo pianto. Varia del Yiyer tuo per yarie bande
Suonò la fama e talor fosca, ahi! quanto;
Ma chi t'intese ti compianse, o grande
E giorin re del desolato canto! Uomini, fede ei vi chiedeya, e tacque
Lo steril mondo. Amor gli fu renduto:
L'ebbe senz'oro e non gli die conforto. Allor lanciossi dell'Egeo sull'acque.
Non vi giovi indagar com'è vissuto;
Pensate sol dove il poeta è morto.
Barbibka. ì^tUa atti ddl'amore. &
66 DtTE GRANDI POETI INGLESI A VENEZIA: BYRON K SHRLLSY
L'anno dopo, il valoroso Pietro Gamba seguiva il diletto amico nella tomba: moriva anch'egli: a Darà in Arcadia.
E la sorella, la divina Teresa Guiccioli?
L'ultimo capitolo del romanzo di costei non è raggiante. Morto il marito, e morto in Grecia l'amante glorioso, la contessa Teresa, terso il pianto, convolò, serena, a seconde nozze con un imbecille, il marchese de Boissy, ch'era lo zimbello della Camera dei Pari di Francia, tutte le volte che apriva bocca.
La leggiadra Teresa seppe serbare peraltro il cuore de- voto alla memoria dell'amico ch'ella aveva saputo ispirare, e che l'avea resa immortale nella storia delle passioni umane e della poesia.
Si seppe ch'ella andò in Inghilterra a baciare la tomba del suo Giorgio, sdegnandosi perchè gì' Inglesi non lo ave- vano ancora accolto a Westminster fra gli illustri sepolti. E la si vide volar gaja ne' ritrovi eleganti; la s'incontrò ai famosi Bagni di Lucca, un di alla moda, descritti dall' Heine nei Reisebilder, dove la buona e la cattiva società si abban- donavano frenetiche al giuoco. ^) Teresa era bella ancora, fresca e graziosissima ancora, co' suoi riccioh d'oro spio- venti; ma come poteva ella amare quel secondo marito di ripiego, e ridicolo?
Il marchese la fece brillare nelle feste di re Luigi Filippo; ma la fece arrossire, più volte, con le sue goffaggini. Egli la presentò al re con queste parole : " La marquise de Boissy, ma femme, ci-devant maitresse de lord Byron „.
E anche il marchese morì. Tre anni dopo. Teresa mandò alla luce due volumi : Lord Byron Jugé par tes (emoins de sa vie. Vi difendeva il suo amico dalle malignità d'una biogra- fia d'Alfonso Lamartine. La nobile avvocatessa volle celarsi nell'ombra: l'opera non recava nome d'autore: tutti però vi leggevano il suo nome diffuso in tutta la società d'Europa.
') G. RcscoNi. Rimembranze, p. 21 (Roma, 1884).
La sorella della contessa Guìccioli - L'apoteosi dei Grandi 67
Ella fini tranquilla i suoi giorni a Firenze, nel 1873, già consolata dalle tenerezze della cara sorella Laurina, mari- tata al conte Zanùchi di Pesaro e intima amica a Massimo d'Azeglio. Il buon marito di Laurina era degno di passeg- giare a braccetto col marchese de Boissy. Egli diceva: "Non so perchè quando Laurina vede Massimo d'Azeglio cambia cosi d'umore, è cosi contenta! „ Anche Laurina, al pari di Teresa, si conservò graziosissima. Era anch'essa una dì quelle creature, che effondono raggi di grazia e d'in- canti; hanno la giovinezza eterna dell'anima e del sorriso. Era spiritosa ed era buona; due belle cose che non vanno sempre d'accordo.
Ma codeste son figurine. Restano radiosamente eterne le figure dei Grandi. Inaridirono, in un secolo, numerose fronde della "foresta spessa e viva,, del Byron; ma il nome di lui veleggia impavido sulla fiumana degli anni, e li sfida. Cosi un aroma spirituale mantiene intatti, e, anzi, sempre più li fa rilucere, i più alti canti dello Shelley; il cui nome non si può allontanare da quello del cantore d'Aroldo; e il cui spirito, volante nelle sfere supreme, ci suade ad elevati pensieri. Ci sembra di vederlo, lo Shelley, biondo, gracile, raccolto in un angolo del Duomo di Milano, e tutto intento a leggere la Divina Commedia, al mistico lume piovente dai finestroni a vivi colori e istoriati delle immagini dei santi, com'egli candidamente narrava a un amico, durante il suo breve soggiorno a Milano ! ^) Un mistico lume, simile a quello, avvolge i più nobih versi del cantor àeW Allodola, che in uno dei più solenni monumenti della Fede cristiana, leggeva, come in un libro di preghiere, le visioni del su- blime poeta cristiano, levatosi, più di tutti, vicino a Dio. E quel lume — non è vero? — gli venne pure dal nostro cielo, da lui amato.
^) Lettera del 20 aprile 1818 a F. L. Peacock in Essays and Lettera by P. B. Sbkllex (London, Scott).
SECONDA PARTE.
Il dramma Alfredo de Musset e Giorgio Saad
(1834).
I.
L'anno 1834 segna per la "città dell'amore,, quello che fu chiamato il più celebre romanzo d'amore del secolo XIX. Si parla delle vicende passionali di due fra i più espressivi scrittori del secolo scorso, e grandi : Giorgio Sand, la roman- ziera delle libere passioni; Alfredo de Musset, il poeta della gioventù, ardente di sogni e di baci.
Nella illustre coppia amante entrò, chiamato dal destino, un giovane veneto, che mai avrebbe sognato di vedere il proprio nome volare un giorno sulle ali della fama per il solo fatto d'essersi trovato rivale del poeta dai versi d'oro,
Alfredo de Musset nacque da parenti parigini e nobili, nel Quartier Latino, a Parigi, l'il dicembre 1810; e fu uno dei tipi parigini più schietti. Le bambine attiaevavo lui, bambino. Ne tocca egli stesso nella Confession d'un enfant du siede. Ed era un bel bambino, come fu poi un bel gio- vane, un bell'uomo. Compì buoni studi nel Collegio En- rico IV, ov'ebbe per condiscepolo il duca di Chartres, poi duca d'Orléans. Vinse un premio di filosofia; ma la filosofia dei banchi di scuola non è, purtroppo, quella della vita, nella quale Alfredo de Musset restò un ignorante perfetto.
Conquistò la fama a vent'anni, coi Contes d'Espagne et
72 IL DBAMMA ALFREDO DB MUSSET B GIOBGIO SAND
d'Italie, quand'egli non aveva veduto la Spagna e non an- cora l'Italia, clie doveva innalzarlo ad esaltazioni d'arte e di pianto. I Contes comprendono tre novelle in versi, un draramino in versi La Camargo, e alcune poesie ; fra esse, L'Andaluse e la Ballade à la lune diventarono popolari; runa per l'anelito voluttuoso, l'altra per la bizzarria. Del- l'andalusa dice il poeta:
Qu'elle est superbe en son désordra Quand elle tombe, les seins nns, Qu'on la roit, beante, se tordre Dans un baiser de rage, et mordre En criant des mots inconnusl
E la ballata all'astro caro ai romantici comincia:
C'était, dans la nnit brune, Sur le clocher jauni,
La lune, Gomme un point sur un i.
Nei balli eleganti dì Parigi, un giovane dì bella statura, biondo, di fini lineamenti, col raggio del genio sulla fronte, turbinava beato, trascinando nei vortici aristocratiche beltà. Le signore del gran mondo cercavano, più di adesso, gli scrittori dì genio; e li amavano. Amori talvolta fugaci, ma bastanti per lasciare in tutta una vita un orgoglioso ri- cordo.
Quel giovane era Alfredo de Musset. Portava alle danze, un abito verde-bronzo, dai bottoni dì metallo. Sul panciotto, di seta bruna, gli saltellava una catena d'oro. Due bottoni d'onice fermavano sul petto le pieghe dì batista della ca- mìcia candidissima. La cravatta dì seta nera stretta al collo, faceva risaltare ancor più il pallore del volto. I guanti bian- chi disegnavano in guisa irreprensibile la delicatezza delle mani. I riccioli, d'un biondo dorato, gl'ìncoronavano la fronte, gli scendevano sulle tempie; sull'esempio di lord Byron,
Ritratto d'Alfredo de Musset - Sua infanzia appassionata 73
Alfredo de Musset sapeva dare una grazia particolare a quell'aureola. ^)
Egli incedeva col tallone sonante e con gli occhi rivolti all'alto, sicuro della conquista, pieno dell'orgoglio della vita. Le audacie e i sorrisi de' suoi versi, i suoi lampi di cal- dura e d'uragano precoce parevano promettere alla Fran- cia un Byron. 2)
Chi più di lui era creato alla poesia e alla passione? Come il Byron diceva di sé, il Saint-Beuve diceva di Al- fredo de Musset: "Sa poesie c'était Iui-méme„. Ciò pure afferma il fratello Paolo de Musset, che di Alfredo pub- blicò nel 1877 un'affettuosa biografia: "Son oeuvre c'est luiméme „.
Da questa biografia, scritta con semplicità, rileviamo cu- riosi particolari, e fra gli altri un aneddoto su Alfredo bam- bino; aneddoto, il quale fa capire con quanta sensibilità (che fu poi la sua forza e la sua debolezza insieme), egli cominciasse la vita.
Alfredo non aveva ancora quattro anni. Un giorno, egli vide nella propria casa, appena arrivata da Liegi, una cu- gina, giovane graziosa; la quale s'era messa a raccontare le peripezie della guerra d'invasione combattuta allora e dei contraccolpi che a Liegi se n'erano patiti. Alfredo stava tutt'occhi, e da quel momento provò per la cugina una passione che il fratello maggiore. Paolo, non esita a chia- mare veemente. Quand'ella, dopo alcun tempo, dovette to- gliersi da lui, egli si sciolse in pianti, era disperato; e poi- ché la cugina, per consolarlo, gli andava dicendo: "Addio, Alfredo, non dimenticarmi,,, egli: "Dimenticarti? — rispose. — Ma tu non sai, dunque, che il tuo nome è scritto nel mio cuore con un temperino? „
Quand'ella si sposò, si fu costretti a celarglielo per timore
UV. Louise Colet: Lui (Parigi, 1860), p. 8. 2)Sai>t£-B£uv«: Causcìies du Lundi (Parigi 1858), p. 299,
74 IL DRAMMA ALFREDO DE MUSSET E GIORGIO SANO
ch'egli si ammalasse. Ei la riguardava sul serio come sua fidanzata presente e sposa futura.
La letteratura francese era dominata da un gigante: da colui che lo Chateaubriand aveva chiamato, al suo precoce esordire, il " fanciullo sublime „ : Vittor Hugo. Il grande aveva creata una scuola, preannunciata dallo stesso Chateaubriand; e i giovani ingegni si erano gettati nella scia luminosa del nocchiero, con fede, con tripudio. Uno di loro, Teofilo Gautier, scriveva: "tutto germinava, tutto germoghava, tutto sboc- ciava ad un tempo. Profumi vertiginosi aliavano dai fiori; l'aria ci rendeva brilli, si era pazzi di lirismo e d'arte. Pa- reva che si fosse ritrovato il gran segreto smarrito ; ed era vero: s'era ritrovata la poesia.^)
E con la poesia, con l'arte, anche la vita apriva balda l'egual volo. Romanticismo non voleva dire soltanto arte e poesia; voleva dire anche " vita,,. Il Romanticismo, era una ribeUione, e la vita correva ribelle. I vincoli, gì' inciampi, delle consuetudini, anche sane, e la rettorica della vita, erano disprezzati come gli inciampi, i vincoh della rettorica nella letteratura, dell'accademismo nell'arte. Amore, sopra- tutto: amore, con libertà.
Nella vita letteraria di Parigi, un ingegno singolarissimo di donna risplendeva: Giorgio Sand, pseudonimo della ba- ronessa Aurora Dudevant, nata Dupin, che doveva incate- nare Alfredo de Musset. Il suo romanzo Lelia l'aveva in- nalzata d'improvviso a clamorosa celebrità, sotto quel nome di penna e di guerra, ch'ella aveva adottato, Giorgio Sand, prendendolo dal cognome d'un amante, il giovane roman- ziere Giuho Sandeau; il quale diceva: "ella prese metà del mio nome e della mia vita„.
La Sand era pallida, magra, dai grandi occhi neri sgra- nati, che nuotavano sotto lunghe ciglia nere. Il volto ovale, le labbra turgide, sensuali, i capelli neri e corti e le mani
1) Théophile Gautier: JSistoirc du Romanticume (Paris 1874), rol I, p. 2.
In pieno Romanticismo - Ritratto, infanzia, matrimonio della Sani 75
e i piedi così piccoli da poterli stringere in un pugno. Pre- feriva vestire da uomo, con tanto di sigaretta o di sigaro o di pipa in bocca.
Ella si vantava d'aver nelle vene sangue del maresciallo Maurizio di Sassonia: infatti, era nipote di Maria Aurora, figlia naturale, costei, di quel personaggio. Il padre della Sand, Maurizio Dupin, militare, servì la Repubblica francese e l'im- pero di Napoleone. La madre, Antonietta Delaborde, figlia d'un venditore d'uccelli, era fuggita come un uccello dalla gabbia paterna, e volò quale comparsa in un teatrucolo, e da allora la sua vita fu mistero; finché la troviamo a Milano, addetta allo Stato Maggiore d'un generale napoleonico, non sappiamo in quale qualità.... e già madre d'una bambina.
La Sand, con poca carità figliale, la dipinge "livrèe de- puis plusieurs années, à des hasards effrayants „. La dipinge gelosa, meiititrice, collerica, giocatrice, che non si divertiva al giuoco se non barava.
Antonietta, incontratasi con l'ufficiale Maurizio Dupin, visse insieme con lui, finché il pover'uomo nel 1808 (era arrivato al grado di colonnello), morì d'una caduta da ca- vallo. La Sand aveva allora quattro anni.
Fu affidata bambina dalla nonna paterna a un convento, e crebbe rapita in estasi religiose: voleva farsi monaca. La poesia del Byron la attrasse, dopo averla spaventata; poi la conquistò il gran padre dei romantici, Rousseau, del cui effetto decisivo sul suo carattere di donna e d'artista amava ripetere, che le parve "comme une musique superbe, éclairée d'un grand soleil,,.
Si gettò al collo del primo marito avvenente, che le si parò d'innanzi: al figlio d'un antico ufficiale barone dell'im- pero, al signor Dudevant, e n'ebbe un figlio e una figlia. Ma, nel 1831, dopo nove anni d'unione, tutt'altro che idillica, si prese in braccio la bambina, e passò a Parigi, decisa di guadagnarsi la vita con la penna e col pennello. Miniava uccellini, fiorellini sulle scatole, come voleva allora la modaj
76 IL DRAMMA ALFREDO DE MDSSET E GIORGIO SANO
si acconciava a traduzioni. Anni duri. Il signor Delatouclie la prese al Figaro, e, allora, convivendo ella già insieme col giovane letterato Giulio Sandeau (che aveva sette anni meno di lei), cominciò a farsi nome nel gran mondo pari- gino delle lettere. Col Sandeau, ella compose, nel 1831, un romanzo, Rose et bianche. Il suo collaboratore si elevò poi, solo, a fama maggiore con romanzi d'analisi psicologica, e con di ammi. E mori fra gì' " immortali „ dell'Accademia francese, nel 1883; sette anni dopo la sua vecchia amante e collaboratrice.
Ma sul marito e sul Sandeau, un altro amante della Sand, il veneto dottor Pietro Pagello, in un diario manoscritto (a me lasciato da lui) discorre. Parla dell'infelice matrimonio, del Sandeau, leggero, e dei penosi primordii letterarii di lei: particolari che il Pagello ebbe dalle labbra della celebre scrittrice nei giorni della loro passione a Venezia. Ecco le pagine:
" Frequentava in casa della Sand un giovane ufficiale, di bell'aspetto, snello, coraggioso, spadaccino, domatore di cavalli, che saltava a pie pari una seggiola, che danzava con una grazia particolare, ma che era tanto grossolano di mente quanto fornito di fisiche perfezioni. Voi sapete quale preciso incanto abbiano sulle donne, e specialmente sulle inesperte fanciulle questi esseri storditi e tutti materia. Au- rora Dupin, che tale era allora il suo nome, ne divenne amorosa, e, senza che nò essa né i suoi parenti appro- fondissero di più nella conoscenza del giovane ufficiale Du- devant, fu combinato su' due piedi un matrimonio: dopo un mese, la giovinetta si chiamava Aurora Dudevant. La luna di miele fu di breve durata. Aurora aveva troppo fine in- tendimento per non accorgersi d'avere accanto uno scemo; il quale non sapeva né intenderla nò apprezzarla; e che ella non sapeva più idolatrare, come avea sperato qualche mese prima. La delusione fu atroce. Non si poteva più tor- nare indietro; per di più, ella si sentiva già madre. Questo
il tignar Dudevant - Giulio Bandeau tt
sacro titolo poteva salvarla. Ella poteva, nell'altezza dell'a- mor materno, trovare ogni compenso al vuoto che le rima- neva nell'animo; ma disgraziatamente non fu ispirata da questo nobile sentimento, e, invece, diede ascolto al suo falso amor proprio, e visse cupa, triste, isolata, senza fidu- cia di sé, né del Cielo.
"Il signor Dudevant non era uomo da addarsene, né da interrogare la malinconia d'una sposa. La caccia, il gioco, i cavalli bastavano ad occupare il suo animo. Aurora si sgravò d'un bambino, Maurizio, e, un anno dopo o poco appresso, rimase ancora incinta e diede alla luce una bam- bina, Solange. Le sue ore passavano tristi, solitarie, dispet- tose. In quel tempo, ella scoperse una tresca grossolana di suo marito. Il suo orgoglio ne fu offeso oltremodo, e alla noja successe l'odio; un odio implacabile, forte, com'era forte la sua mente. Ella meditava di fuggire il marito, di rapire i figli, e cent'altre simili disperate posizioni. Il sen- timento religioso e i doveri di madre erano del tutto offu- scati in lei da questi torbidi affetti. In quel mentre, ella conobbe, non so come, un giovinetto gracile, gentile, ap- passionato, che osò farle una dichiarazione d'amore. Ella lo ascoltò e lo incoraggiò. Il giovane si chiamava Giulio Sandeau, e dovea recarsi a Parigi a studiarvi il diritto. Meditarono una fuga insieme, e, un mese dopo, l'avven- tura romanzesca era condotta a compimento. In una stan- zuccia, in remota contrada, al quarto piano, vìveva a Pa- rigi Giulio Sandeau coll'Aurora e colla sua bambina So- lange che si era portata con sé, mentre il bambino Mauri- zio era rimasto al padre, che la lasciò dov'era, e visse tran- quillamente nei suoi poderi, come se si fosse allontanata una fantesca dalla sua casa.
" Aurora era fuggita coi vestiti che aveva indosso, e nulla più; e il danaro mensile, che Giulio Sandeau riceveva dalla famiglia, bastò appena a sopperire alla prima quindicina di giorni.
IL DEAMilA ALFBBDO DE MUSSET E GIORGIO 9AND
"L'Aurora vide, per la prima volta, non solo la realtà della sua posizione, ma un non so che di stanco e di triste nel suo compagno di ventura. Non si perdette d'animo, e profittando degli ornamenti della sua educazione, si pose a far certi lavoretti dì fiorami miniati, su certe scatole di legno bianco, che erano allora di moda, e vi riuscì a me- raviglia. Fatto capo a certi mercanti di minutaglie, si gua- dagnava cosi da campare meschinamente la vita, con la sua Solange e col suo amante. „
E qui il Pagello non arde incensi al carattere del Ban- deau, tutt'altro, e narra le peripezie della Sand per la pub- blicazione del suo primo romanzo originale, Indiana.
" Compose il primo volume nel 1832, e per rispetto alla sua famiglia, vi appose il nome stroncato del suo amante, Giorgio Sand, che diventò poscia il suo nome letterario.
"Il volume era compiuto; ma una difficoltà quasi insor- montabile era quella di trovare un editore. Girò, mendican- dolo, per tutte le tipografie di Parigi. Finalmente, trovò un tale, che acquistò per quattrocento franchi lo scartafaccio di questa sconosciuta, e lo stampò. Il successo passò ogni aspettazione, e l'editore sali ad ossequiarla nel suo quarto piano, e ad offrirle tremila franchi del secondo volume che ella aveva già incominciato.
" Cosi esordiva la gloria letteraria di questa donna, e ne' suoi scritti splendidissimi per eleganza di stile, ella versò tutto il veleno delle sue tristezze domestiche, attaccando, senza pietà di sé e de' suoi figh, la santità del matrimonio e la moralità dei costami, sperando di circondare d'un'au- reola di luce i suoi errori. Il suo piede era scivolato nel precipizio e non seppe più ritrarlo. Dopo pochi mesi, Giulio Sandeau non stava più con lei; ed ella andò di amorazzo in amorazzo fino ad Alfredo de Musset. Chi sia stato il suc- cessore di Alfredo voi lo sapete.
" Credete voi ch'ella sarebbe stata più virtuosa e più fe- lice sotto altre circostanze?... io lo credo fermamente. Ella
Storia del primo romanzo della Sand - Nuovi amanti di lei 79
corre una lizza che la amareggia, e la corre spinta dispe- ratamente dal primo impulso. Ella ha in sé gli elementi d'ogni più dolce virtù muliebre, ma li storpia, e li avvelena e li uccide se prende la penna in mano, per sostenere 1 suoi folli principi!, intendendo esser forza di carattere quello eh' è in lei un impasto di debolezze e d'orgoglio „.
Così, dopo mezzo secolo, parlava della Sand un lontano amante dell'anno 1834. La serenità dopo l'antico delirio; il severo giudizio dopo l'adorazione.
II.
Alfredo de Musset e Giorgio Sand s'incontrarono la prima volta a un pranzo, che il Buloz offerse ai collaboratori prin- cipali della sua Reoue cles Deux Mondes.
Il signor Pons, nel hbro Sainte-Beuue et ses inconnues, racconta come Alfredo De Musset le venisse presentato.
La Sand era sempre a caccia di quella felicità che non aveva trovato nel matrimonio. Posava gli occhi sitibondi di schiaui, direbbe il Giusti, ora su questo ora su quello; ma nessuno le andava a genio. Anche un finissimo critico, il Sainte-Beuve, le venne presentato e ben presto s'intrecciò fra i due una espansiva amicizia. Pare, a quanto ne diceva lo stesso Sainte-Beuve, ch'ella cercasse di sedurlo; ma II critico aveva già donato il suo cuore ad un'altra.... La Sand traversava un periodo di misantropia e alcuni amici pre- sero a confortarla.
Il Sainte-Beuve, disse un giorno alla sua amica: "Sapete chi Io voglio presentarvi? Il mio amico Teodoro Jouffroy, scrittore filosofico, d'alto valore morale.
" — Io riceverò il signor Jouffroy dalle vostre mani, gli
èò IL DRAMMA ALFREDO DB M039ET E GIORGIO «ANO
scrisse la Sand. Egli deve essere buono, candido, ecc. „ — Il filosofo Jouffroy non rispose alle sue speranze ; e lo congedò.
Si sa chi ella aveva tentato d'avvincere al suo carro: Prospero Mérimée. Costui aveva l'età di lei ; fu romanziere, poeta, storiografo, scrittore d'arte, autore delle Lettres à une ineonnue, e inclito codino. Ma fu un altro fiasco.... Impa- gliato da belle parole. Lo confessò ella stessa al Sainte-Beuve: "egli mi ha respinta e io ho dovuto guarir presto „.*)
La scelta cadde finalmente su Alfredo de Musset, che non respingeva nessuna figlia d'Eva, e andava in cerca delle fighe.... di Venere.
Le prime lettere di Alfredo de Musset alla Sand sono semplici complimenti. L'amore non è ancor nato. Ma a poco a poco, guizzano le prime faville. Anche Alfredo disegna, e bene; preferisce le caricature; schizza quella della Sand, e le scrive:
"Je suis amoureui de vous. Je le snis depnis le pre- miar jour, où j'fti été chez yous....„*)
E poi:
"Il y a des jonrs, où je me tuerais: mais je pleure OH j'eclate de rire, noa pa3 anjourd'hui, par exemple. Adieu, George, je roas aime comme un enfant^.
Qui si delinea il temperamento d'Alfredo. Nella lettera, non manca ahimè! un accenno dXìeJìUes, alle quali propen- deva il giovanotto
Che di Venere area sentito il tosco,
per dirla con un verso del Purgatorio.
*)Eevtte de Paris del 15 novembre 1896, p. 288.
'^)Qao>te e altre parole riportato o accennate appartengono alla Cor' respondnnce de George Sand et d'Alfred de Musset (Bruxelles, E. De- man, editore) 1904.
ALFREDO DE MUSSET
(dal dipinto di Carlo I.andcU, incisione di Pellet).
Prime notti degli amanti 81
Ancora un'epistola; e questa è fervida di " uman desio „.
Il 25 agosto 1833, la Sand ragguagliava il segretario de' suoi affetti, Sainte-Beuve, della nuova conquista, scrivendogli che non era più un capriccio, bensì un vincolo sentito. Tro- vava in Alfredo de Musset candore, lealtà, tenerezza, che la inebbriavano. ^) E s'aggiunga la celebrità del giovane aristo- cratico poeta. Il poemetto Rolla, il capolavoro di lui, che rappresenta la torbida sazietà della vita e il vizio dorato dalla signorile eleganza, bohème profumata e tragica, usci in quell'anno 1833.
Nell'agosto stesso, Alfredo abbandona il cenacolo roman- tico, e tutti quanti. Va a vivere presso la Sand, in una casu- pola. Il settembre scorre; scorre beato. I due colombi pas- sano notti stellate; la Sand, più tardi, in un libro indegno, ne descriverà una. Nella foresta di Fontainebleau cavalcano insieme. Presso un cimitero, di sera, Alfredo, esaltato nei sensi, ha un'allucinazione. Si vede davanti.... sé stesso; ma vecchio, ripugnante.
Tornati a Parigi, i due amanti scrivono poco. Alfredo di- segna ancora caricature: la Sand fuma la fetida pipa, non parla.
C'è il pericolo di sbadighare. Decidono, adunque, di la- sciare la Francia per qualche anno e di viaggiare nell'eterno sogno dei poeti e degh innamorati: l'Itaha.
La sensualità, quest'acre suaditrice, ebbe gran parte nella decisione del viaggio a due, che anche il Liszt e Alessandro Dumas padre ed altri compirono in ItaUa e altrove. La sen- suahtà, si mesceva nella Sand all'aculeo del dominio; ella volle aver amanti quasi sempre inferiori a lei d'età. Ma si badi: in Alfredo de Musset, pur tanto sensuale, si scorge, non di rado, la lotta d'un' indole elevata contro basse bra- mosie. Un spectade dans un fauteuil, composto nel tempo in cui siamo col racconto, n'è la prova.
^)Revue de Parii citata.
Earuik ca. Kella :iUà dell umore. 6
82 • IL DRAMMA ALFREDO DE MUSSET E GIORGIO SANO
A Parigi, nella casa n.° 59 della rue de Grenelle, abitava una signora, vedova da pochi mesi con un figlio Paolo, e una figlia. Era la madre d'Alfredo, ch'egli aveva abbando- nata per la Sand. Si dovette pur avvertire la povera signora del viaggio ideato 1 E Alfredo, benché presentisse la più re- cisa opposizione, s'armò di coraggio e chiese alla madre il permesso del viaggio.
" Giammai (gli rispose la madre) io darò il mio consenso a un viaggio, ch'io considero funesto. So bene che la mia op- posizione sarà inutile, e che tu partirai; ma avverrà contro la mia volontà, senza il mio permesso. „ ^)
La Sand, saputo il reciso divieto (come quel cuore di ma- dre fu profetico!) corse affannata da lei, e tanto pregò, tanto disse con la sua enfatica eloquenza che le strappò, benché assai di mala voglia, il permesso implorato, assicu- randola che se il figlio perdeva per pochi mesi la madre, ne avrebbe trovata un'altra in lei, non meno vigile, non meno amorosa.
E 1 due amanti partirono per l'Italia.
Il desiderio, anzi la " sete „ di vedere l'Italia nacque nella Sand. 2) Fu. lei, che la comunicò ad Alfredo de Musset; fu lei, che maggiore di età del poeta, e più forte, lo trascinò.... verso il dolore.
Passarono insieme a Genova, a Pisa, a Firenze.
A Genova e a Firenze, la Sand cadde febbricitante. A Pisa, visitò il camposanto con una " grande apathie „. — Andiamo a Roma o a Venezia? — si domandarono i due amanti. Gioca- rono a testa e corona, come ì monelli delle strade. Venezia- testa ricadde dieci volte sul pavimento. " J'y voulus voir une destinée, et je partis pour Venise,,, diceva la Sand.^)
Ed eccoli verso Venezia.
')Paul DE Musset, Biographie d'Alfred de Musset, p. 121. ') G. Sand: Hist de ma vie, voi. IX, p. 51. *) Id. p. 56.
GIORGIO SAND
dal disegno e incisione di Luigi Calamatta (anno 1840, Parigi).
Arrivo notturno dei due amanti a Venezia 83
Priva ancora del ponte dalle 222 arcate, che ora la con- giunge con la terraferma (fu inaugurato l'il gennaio del 1846), Venezia stendeva isolata, solitaria, sulla laguna i suoi incanti. Per arrivare a Venezia, si partiva da Mestre con un lentissimo " burchio „ che usurpava un nome glo- rioso: Bucintoro. Era nero di pece; aveva un ricetto interno pei viaggiatori, anch'esso nero. A prua, stavano ammontic- chiate stie di galline schiammazzanti, ceste d'uova, dami- giane di latte, formaggi, barili di vino, ceste colme d'ogni derrata. I viaggiatori agiati preferivano una gondola, con- dotta da due o tre rematori, e la Sand e Alfredo de Musset, arrivati a Mestre tardi, a sera buja, presero la gondola. Era il penultimo giorno dell'anno.
La Sand stessa, in un frammento, trovato solo in questi ultimi anni, raccontò il suo arrivo, turbato da tristi presagi, a Venezia:
"Erano le dieci ore della sera, quando il miserabile legno, che ci aveva sobbalzati sin dal mattino sulla stradai secca e gelata, si fermò a Mestre. Era una notte dì gennajo cupa e fredda. Giungemmo alla riva, nell'oscurità. Discendemmo a tentoni in una gondola. Il caricamento dei nostri fardelli fu lungo. Noi non intendevamo una parola di veneziano. La febbre mi gettava in una apatia profonda. Io non vidi niente, né la riva, né l'acqua, né la barca, né il volto dei gondolieri. Avevo i brividi, e sentivo vagamente che in quell'imbarco c'era qualche cosa d'orribilmente triste. Quella gondola nera, stretta, bassa, chiusa dappertutto, sembrava un feretro. Alla fine, la sentii scivolare sull'acqua. Il tempo era calmo, e non mi pareva che si andasse presto, benché tre neri vogatori ci facessero andar rapidamente. Essi fa- cevano fra loro conversazione continua, come se fosser se- duti accanto al fuoco. Traversammo, senza accorgercene quella parte pericolosa dell'arcipelago veneziano, dove al più lieve soffio di vento, correnti terribili si precipitavano con furia. Faceva sì bujo che noi non sapevamo se si era
84 Iti DRA5IMA ALFREDO DE MUSSÉT È GIOROIÓ SANO
in alto mare o in un canale stretto e fiancheggiato da case. Io ebbi, un istante, la sensazione dell'isolamento. In quelle tenebre, accanto a un giovane, al quale un'affezione possente non mi avvinceva, in quell'arrivare presso un po- polo, del quale noi non conoscevamo neppur un individuo, e non comprendevamo nemmeno il linguaggio, nel freddo dell'aria, da cui l'abbattimento della febbre non mi lasciava più la forza di cercar di difendermi, c'era abbastanza di che contristare un'anima più forte della mia. Ma la consuetu- dine d'arrischiar tutto a ogni proposito mi ha dato un fondo di noncuranza più efficace di tutte le filosofie. Chi mi avrebbe predetto che codesta Venezia, dove io credeva passare come un viaggiatore senza nulla darle della mia vita e senza nulla ricevere, tranne alcune impressioni d'artista, s'impadronisse di me, del mio essere, delle mie passioni, del mio presente, del mio avvenire, del mio cuore, delle mie idee, e mi sbal- lottasse come il mare sballotta un avanzo sbattendolo sulla spiaggia, sinché lo rigetta lontano e, vile trastullo, con di- sprezzo? Chi mi avesse predetto che codesta Venezia mi avrebbe separato violentemente dal mio amico, e mi avrebbe tenuta nella sua chiusa cerchia inesorabile alle prese col dolore, con la gioja, con l'amore e la miseria?
" Ebbene, chi me l'avesse predetto, non mi avrebbe fatto indietreggiare: io gli avrei risposto col mio argomento filo- sofico: tutto si può. Dunque, tatto ciò che può arrivare può anche non arrivare; e tutto ciò che può arrivare può essere sopportato, perchè tutto ciò che può essere sopportato può anche non arrivare,,.^)
D'un tratto, Teodoro ^) essendo riuscito a tirare una delle grigUe, che servono da doppie persiane alle gondole, e guar- dando attraverso il vetro, gridò: Venezia!
')P. Marieton: Uìie histoire d'amour (Paris, 1897) p. 74. 2) È il nome d'ano dei gondolieri. Chi ha pratica dei felzi delle gondole veneziane comprende il gesto del gondoliere Teodoro.
Prima visione meravigliosa di Venezia 85
"Quale magico spettacolo ci si offriva attraverso code- sta angusta cornice! Discendemmo lievemente per il su- perbo canale della Giudecca : il cielo s'era riscinarato : i lumi della città brillavano da lontano sulle ampie rive, che for- mano una sì larga e sì maestosa strada da passeggio alla città regina ! Dinanzi a noi, la luna si levava dietro San Marco ; la luna fosca e rossa, frastagliando, sul suo disco enorme, eleganti sculture e splendide masse d'edificii. A poco a poco, essa biancheggiò, si restrinse, e, salendo sull'orizzonte in mezzo a nuvole gravi e bizzarre, cominciò a rischiarare i tesori di svariata architettura che fanno della piazza di San Marco un luogo unico al mondo „.^)
Non è esatto che, arrivati a Venezia, i due amanti an- dassero subito ad alloggiare insieme àìV Hotel Danieli, o, come
10 chiamavano allora. Albergo reale. La Sand si; Alfredo no.
11 poeta scese aìV Hotel Europa sul Canal Grande di fronte alla Salute; la Sand al Danieli. Cosi si legge nel bollettino degli arrivi, comunicato dalla polizia alla Gasjsetta di Vene- zia in quel mese. ^)
Perchè codesta separazione ? — Il motivo lo troviamo in una lettera della Sand ad Alfredo; lettera di tarde recri- minazioni e accuse. Le febbri, le indisposizioni fìsiche della compagna di viaggio indispettivano il poeta, che si la- mentava con lei di quella noja. Il suo egoismo spuntava querimonioso davanti alla donna, ch'egli non doveva rim- proverare dei guai inevitabili d'un lungo viaggio malage- vole; doveva assisterla, invece, con affetto delicato.
Ma li vediamo ben presto insieme, i due colombi rappa- cificati, aWHótel Danieli, dove, negli ammezzati, han preso
1) Cosmopolis {Paris), maggio 1896; e P. Marieton: Une histoire d'amour (Paris, 1897) p. 74.
2) Nella ufficiale Gazzetta di Venezia del 2 gennaio 1836, fra le "No- tizie urbane „ si legge: "Arrivi del giorno .30 dicembre : de Mnssel (cosi /) possidente da Firenze all'Europa (Hotel); Dudevant nata Dupou {coiti!) possidente da Firenze, all'Albergo Reale. „
86 IL DRAMMA ALFREDO DE MCSSET E GIORGIO SAND
due camerette basse e attigue: l'una, inondata di luce, per la Sand, e che guarda con un piccolo pogginolo (ancora esistente), sul Ponte della Paglia: l'altra, per Alfredo, an- gusta, buja, che guarda sul rio triste, e dove il poeta gra- vemente ammalò e si svolse una scena impressionante, che vedremo.
IH.
Se il palazzo archiacuto ÓìqW Hotel Danieli potesse raccon- tarci le sue vicende antiche e moderne! Fu fondato nel se- colo XIV, dai Dandolo. Andò famoso per le feste che, sotto la Repubblica, vi furono celebrate, e per le molte teste coro- nate e scoronate, che vi alloggiarono. Passò di prosapia in prosapia, di proprietario in proprietario. Nel 1822, un Giu- seppe Dal Niel, detto Danieh, lo trasformò in albergo. Negli ultimi tempi, vi dimorò la ex regina Maria Cristina di Spa- gna. Vi si trattenne l'infehce principe imperiale di Francia poco prima di partire per lo Zululand, ove dovea trovare la barbara morte preparata (a quanto si affermò nelle Can- cellerie) dal governo della Repubbhca francese. La impera- trice Eugenia, ch'era passata da Venezia nel 1869, in tutto Io splendore della sua bellezza e della sua grandezza, par- tendo per andare all'apertura dell'Istmo di Suez, ritornò all'albergo Danieh dopo la morte del figlio. Quanto era mutata! In una saletta, si riunirono, dopo la morte del conte di Chambord, i legittimisti che avevano assistito ai funerali di lui a Gorizia, presieduti dal duca de La Roche- foucauld Bisaccia; e dì li spedirono al conte di Parigi un telegiamma col quale lo riconoscevano erede della co-
Primi giorni a Venezia 87
rona di Francia. Sarebbero arrivati a tempo per dirglielo a voce.
Alfredo de Musset al primo vedere le meraviglie di Ve- nezia, provò la gioia del fanciullo, che ottiene un premio a lungo bramato. Si agitava, mandava piccoli gridi di tripudio, batteva le mani. Nel passare in gondola, sul Canal grande, davanti a uno dei palazzi Mocenigo, dove lord Byron aveva dimorato, ristette a contemplarlo. Girava solo soletto, o con la Sand, per il dedalo delle Mercerie, delle calli, e dei tanti canali. Provava sgomento nel passare, con la gondola, sotto i bassi archi dei ponti. Il Ponte dei Sospiri, cosi vicino all'albergo Danieli, lo impressionava per il nome triste, per le fredde ombre gettate dalle nere, antiche prigioni della Repubblica, che lo coprivano in parte sopra l'acqua hvida del canale. La Sand era assai meno impressionata. Altra tem- pra, altro carattere ella!
Le febbri di Firenze e di Genova le ritornarono. "Ma devo vincerle! " esclamava. „ Voglio rimettermi subito al la- voro. Voglio scrivere un nuovo romanzo. Ho bisogno di de- naro. Quante spese!,/)
Ma leggiamo ancora il racconto dello stesso Pietro Pa- gello; il quale era, si noti, un bellissimo e robusto giovane non ancora ventisettenne, alto, biondo, dal volto colorito e illuminato, dall'ingegno facile, colto, e dalla schietta bontà. Nato da antica famiglia, il 15 dicembre 1807 a Castelfranco- Veneto, la graziosa cittadina resa celebre dal Giorgione, che vi nacque, il Pagello si laureò chirurgo, e poco dopo, entrò quale chirurgo assistente nell'Ospedale civile di Ve- nezia.
Anche Paolo de Musset affermava che II Pagello era un giovane bellissimo. Nel libro Lui et elle, lo dipinge così: "C'était un fort beau gargon, aux traits réguliers, large
^) Particolari comunicatimi dal dottor Pagello, che li ebbe dalle labbra della Saud.
88 IL DRAMMA ALFREDO DE MUSSET E GIORGIO SAND
des épaules, avec de grancls yeux bien enchàssés, la main petite, la bouche sensuelle et les dents comme des aman- des fralches. „ ^)
Ma ecco il racconto inviatomi dal Pagello, che rivela come nacque la sua infelice passione:
" Un giorno, passeggiavo sulla Riva degli Schiavoni in- sieme con un genovese mio amico, viaggiatore e letterato di buon gusto, Lazzaro Rebizzo. Nel passare sotto le finestre del- V Albergo Danieli, vidi, ad un poggiuolo del primo piano, se- duta una donna giovane, d'una fisonomia melanconica, con capelli nerissimi e occhi d'un'epressione decisa e virile. Il suo acconciamento avea un non so che di singolare. Avea i capelli raccolti indietro in un foulard scarlatto, a guisa di piccolo turbante. Portava al collo una cravatta graziosa- mente allacciata su d'un collare bianco di neve; e, coU'aria disinvolta d'un soldato, fumava un paquitos, discorrendo con un giovane biondo, che le sedeva da canto. Mi soffermai a guardarla, ed il mio compagno scotendomi dolcemente: — Ohi! ohi! mi disse: sembri affascinato da quella leggia- dra fumatrice.... La conosci forse? — No; ma non so che cosa darei per conoscerla. Quella donna dev'essere fuor del comune delle altre donne. — Tu che hai molto viaggiato, dimmi: che ne pensi? — Appunto, perchè ne ho vedute di tutte le razze e di tutti i colori, non saprei decidere nulla di ragionevole. Forse è un'inglese romanzesca o una polacca esiliata. Ha l'aria di persona d'alto ceto: e certo dev'essere stravagante e fiera. „
Oltre le febbri, la Sand soffriva di dolori al capo. Una mattina, desiderò un chirurgo che le levasse sangue. E il proprietario dell'albergo chiamò.... il Pagello, proprio lui! Così il giovane chirurgo si trovò dinanzi a colei, che gli aveva lasciata tanta impressione.
" Vi posso assicurare (io diceva all'amico Lazzaro Re-
i)Pag. 134 dell'edizione parigina del 1883,
Primo incontro della Sand col dottor Pagello 89
bizzo e alla moglie di lui Bianca, incuriositi di quell'av- ventura); vi posso assicurare che quella forestiera è fran- cese. L'iio visitata un'ora fa; tornerò a visitarla; è già mia cliente, ed ha voluto il mio indirizzo „. ^)
Pietro Pagello, da me interrogato, mi comunicava ancora questo, sul primo fatale incontro:
"Fu precisamente nel febbraio del 1834 che conobbi Giorgio Sand, ed ecco come. Un inserviente deìV Albergo Danieli venne premurosamente a chiamarmi per una si- gnora francese malata. Mi vi portai subito, e vidi codesta signora sdrajata su d'un lettuccio, con un foulard rosso in testa, e, presso al lettuccio, un giovane alto, magro, biondo, che mi disse: questa signora soffre a tratti di forti emicranie, e non può hberarsene che con un salasso.
"Esaminato il polso che era duro e teso, le praticai il salasso, e partii. La rividi il di appresso: era alzata, mi ac- colse graziosamente, volle il mio indirizzo, e mi disse di star bene.
"Nel congedarmi, mi pregò di tornare se ella me Io avesse fatto dire. Il giovane biondo, ch'io, naturalmente, non conoscevo (e neppure conoscevo il nome di quella si- gnora) mi ricondusse, con molta cortesia, sino in fondo alla scala. Avevo un presentimento, che mi diceva: Tu rivedrai questa donna, e ti dominerà,,.
" Dopo forse quindici giorni, lo stesso inserviente dell'al- bergo venne a cercarmi con un bigUetto, sottoscritto G. Sand. Era scritto in itahano non buono, ma chiaro abbastanza per farmi intendere che quel signore francese, che avea visto nella sua camera, era molto ammalato e in continuo deUrio. Mi pregava di accorrer subito, e, se Io credessi opportuno, di condur con me un altro medico, per consultare, trattandosi d'una persona che amava di più al mondo. Accorsi subito, e mi associai al dottor Zuanon, valentissimo giovane e col-
^;Dal manoscritto del Pagello*
90 IL DRAMMA ALPBEDO DE MUSSET E GIORGIO SAND
lega, assistente all'ospedale dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia.
" Abbiamo diagnosticata la malattia per febbre tifoidea nervosa.
"La lettera della Sand era questa:
^ Mio caro signor Pagello, " Io prego Vossignoria di venir a vederci il più tosto che potrà con un altro buon medico, per consultare con Ella sullo siato del signore Francese dell'Albergo Reale. Ma vo- glio dirle prima che io temo per la sua ragione pia che per la sua vita. Da poi che egli è ammalato, la sua testa è de- bolissima, e ragiona spesso come un fanciullo. È però un uomo di un carattere forte e d'una immaginazione possente. Egli è un poeta molto ammirato in Francia; ma U esalta- zione del lavoro di spirito, il vino, le feste, le donne, il giuoco l'hanno molto affaticato e eccitato i suoi nervi; per la mi- nima cosa è agitato come se fosse grande. Una volta, ci sono tre mesi di qua, è stato come pazzo tutta una notte al se- guito d'un grande affanno: vedeva come fantasime intorno a lui, e gridava di paura e di orrore. Adesso è sempre in- quieto, e questa mattina non sa né che cosa dice né che cosa fa: piange, si lagna di un male senza nome e senza cagione: domanda suo paese: dice che è vicino a morire o a divenire pazzo; non so se qwsto è il risultato della febbre o dei nervi eccitati, 0 d'un principio di pazzìa: credo che un salasso e qualche farmaco potrebbe l'alleggiare. Prego Vossignoria di fare tutte queste osservazioni col medico che condurrà, e di non disgustarsi delle difficoltà che presenta la disposizione indocile del malato. È la persona che amo il meglio nel mondo, e sono in una grande angoscia di vederla in questo stato. Spero che Vossignoria avrà per noi tutta l'amicizia che possono sperare due forestieri. Scusa Ella il misero ita- liano che scrivo „.
"G. Sand.,,
Delirio d'Alfì-edo - H dottor Pagello lo cura 91
" La cura fu lunga e penosa, specialmente per la tempra inquieta del paziente, che per qualche giorno fu in forse della vita: finalmente, le cose volsero al meglio, e il malato si riebbe a poco a poco.
" In tutto questo tempo la Sand ebbe per luì le sollecitudini d'una madre, vegliando al suo letto giorno e notte, e ripo- sando qualche ora, vestita, mentr'io le davo lo scambio fa- cendo da infermiere „.
Si, la malattia d'Alfredo de Musset era accompagnata da delirio. Egli stesso (come scriveva al Pagello la Sand) lo aveva voluto. Il fatto s'era svolto precisamente cosi:
Poiché la Sand continuava a essere infermiera, Alfredo annoiato, prese a svagarsi ubbriacandosi di vin di Cipro e di Samos, allora molto diffuso, a Venezia; ingojava bevande alcooliche; consumava le notti tra facili bellezze. Una mat- tina, egli confessò all'amica un timore umiliante: temeva d'essere.... come dire?... d'essere tocco nuovamente da quel contagio, che un poeta medico, matematico e musicista del Cinquecento, il Fracastoro, cantò in un elegante poema latino. Eccitato dai vini, Alfredo de Musset s'abbandonava a eccessi di collera bestiah. Altro che ripetere alla Sand i bei versi di Venise; ode scritta prima di veder Venezia, nel 1828!
LaissoDS la vieille horloge Au palais du vieux doge, Lui compter de ses nuits Les longs ennuis.
ComptoQS plutót, ma belle, Snr ta bouche rebolle Tant de baisers donnés.... Ou pardonnés!...
Comptons plutòt tes charmes, Comptons les donces larmes Qu' à nos yeux a coùté La volupté!
92 Hi DRAMMA ALFBEDO DE MOSSET E GIORGIO SAND
Una nota comica non va dimenticata.
Prima del Pagello, era stato chiamato un altro chirurgo, che tardò molto a venire. Ma, alla fine si spalancò l'uscio, e nella stanzetta del poeta francese si introdusse pomposa- mente da una vispa cameriera l' illustrissimo sior dolor. Co- stui era certo Santini, vecchio di ottant'anni, tremolante, con tanto di parrucca consunta. Il malato con voce fioca, gli disse:
— Dottore, mi rifiuterebbe il favore d'una cavata di sangue?
— No, Eccellenza, — rispose il vecchio.
Ma, nel cercare la vena con le mani quasi paralitiche, quel povero vecchio non sapeva dove puntare la lancetta.
— Tremo; no ghe vedo ben, — diss'egli corrugando la fronte. Temo di ferirla.
— Come? — gli soggiunse l'infermo, che intendeva l'ita- liano e lo parlava anche lui, come la Sand, alla megho: — voi temete di ferirmi, e non temete di lasciarmi morire?
— Morire! — ripetè il vecchio scotendo la testa con aria che voleva dire: Non dipende dame impedirvelo. — Vostra signoria stia in riposo. Le manderò io un bravo giovinotto che ghe tirerà fora tanto sangue quanto la voràl
E, fatto un umile inchino, usci.
Ma la Sand, mandava intanto pel dottor Pagello, e comu- nicava alla madre del poeta le condizioni di salute di lui, attenuandole di molto, per non accorarla.
Alfredo, appena arrivato a Venezia, le scrisse, è vero, di- pingendole il panorama stupendo che si godeva dall'albergo; ma dopo quella lettera, egli non mandò più una riga alla famiglia; la quale corse col pensiero a lutti, a disgrazie. Tanto ne erano inquieti, che la madre e il fratello volevano an- dare a Venezia, per vedere che cosa era successo.
Il Pagello descrive nelle sue Memorie manoscritte quel periodo così:
" S'io fossi assiduo al letto di quell'infermo lo potete im-
La Sand s^accende del dottore 9à
maginare. Giorgio Sand vegliava con me le intere notti al suo capezzale. Queste veglie non erano mute, e le grazie, lo spirito elevato e la dolce confidenza che mi dava la Sand mi incatenavano a lei ogni giorno, ogni ora, ogni momento di più. Noi parlavamo di letteratura, dei poeti, degli artisti italiani, della città di Venezia; ma ad ogni tratto ella m'in- terrompeva richiedendomi a che cosa pensassi. Confuso di sentirmi sorpreso in qualche astrazione mentre discor- revo con lei, mi sbracciavo in iscuse, diventando rosso come una bragia, mentr'ella con un sorriso quasi impercet- tibile e con uno sguardo della più fina espressione, mi di- ceva: Oh! dottore, io vi sono molto noiosa colle mie mille domande!... — Io rimaneva muto. — Una sera che Alfredo de Musset ci pregò d'allontanarci dal suo letto, poiché stava benino e avea voglia di dormire, sedemmo a un tavolo presso al camino. — Ebbene, madama, — le diss'io, — avete voi intenzione di scrivere qualche romanzo che parli della bella Venezia?... — Forse, — rispose; poi preso un foglio si mise a scrivere colla foga d'un improvvisatore. — Io la guar- dava attonito, contemplando quella faccia ferma, severa, ispi- rata: poi, per non disturbarla, apersi un volume di Victor Hugo che era sul tavolo, e lessi qua e là qualche brano senza potervi fare la minima attenzione. Così passò una lunga ora. Finalmente Giorgio Sand depone la penna, e in- vece di guardare me e parlarmi, si prende il capo fra le mani, e resta in quell'atteggiamento oltre un quarto d'ora: poi si alza, mi guarda fissa, prende il foglio che aveva scritto e mi dice : — è per voi. — Poi preso il lume si avanza dol- cemente verso Alfredo che dormiva, e vòlta a me: — Vi pare, dottore, che la notte sarà tranquilla? — SI, risposi. — Allora potete andare, e a rivederci domattina. Partii, corsi diritto al mio alloggio, e tratto il foglio di tasca, lessi.... „
Era un foglio intitolato En Morée: un'ardente, impetuosa dichiarazione d'amore; un magnifico squarcio d'eloquenza, una hrica in prosa poetica.
94 IL BRAMMA ALFREDO DE MUSSET E GIORGIO SAXO
Ma perchè En Moréef La Sand scambiò il Peloponneso, che si chiama anche Morea, per il paese dei Mori, paese di ardenti passioni?
"Sarò io la tua compagna o la tua schiava? Mi desi- deri o mi ami! — scriveva la Sand in quella lettera, En Morée, al Pagello. — Quando la tua passione sarà soddisfatta, saprai tu ringraziarmi ? Quando io ti renderò felice saprai tu dirmelo? Sai tu chi io mi sia? o ti preoccupi di non sa- perlo? Sono io per te qualche cosa di sconosciuto, che ti fa cercare e sognare ? 0 non sono io a' tuoi occhi che una donna simile a quelle che ingrassano negli harem'? Sai tu ciò che è il desiderio dell'anima, che il tempo non sopisce, che alcuna carezza umana non può addormentare né stan- care ? Quando la tua amante si addormenta nelle tue brac- cia, resti tu svegliato a contemplarla, a pregare Dio e a piangere? I piaceri dell'amore ti lasciano anelante e ab- brutito 0 ti gettano in un'estasi divina ? L' anima tua so- pravvive essa al tuo corpo, allorché abbandoni il seno di colei che tu ami? Oh! quando ti vedrò tranquillo, saprò io se pensi o se riposi? Quando il tuo sguardo diventerà lan- guente, lo sarà di affetto o di stanchezza? Forse pensi che tu non mi conosci.... che io non ti conosco. Io non so né la tua vita passata, né il tuo carattere, né ciò che gli uomini che ti conoscono pensano di te. Tu sei forse il migliore, forse il peggiore fra essi. Io ti amo senza sapere se potrò stimarti ; ti amo perchè mi piaci ; forse sarò forzata ad odiarti fra poco.... „
Il Pagello, che era già soggiogato dalla Sand, non resi- stette più all'invito trascinante e frenetico. Quella donna dichiarava apertamente di non conoscere quell'uomo che, bramato, ella bramava : ma qual giovanotto avrebbe potuto resistere ?
" SI (scrive il Pagello nelle sue Memorie), si, non so ne- garvi che il genio di questa donna mi sorprese e mi anni- chili. Se io l'amava prima, potete immaginarvi se l'amassi
incendio d^atnore reciproco 95
dopo questa lettura. Avrei dato non so che per vederla su- bito, mettermi a' suol piedi, giurarle un amore non perituro; ma l'ora era già tarda e rimasi invece dinanzi a quel foglio e lo rilessi due volte con lo stesso entusiasmo; pure alcune frasi, l'andamento di quello scritto, mi svegliarono dopo la terza lettura un non so che d' indefinibile e d'amaro, che parea montarmi al cervello dal profondo del cuore.,,
Il Pagello era ormai avvinto irresistibilmente a lei. Sog- giungeva: "Io sento che mi divincolo indarno dalla sua rete e, a mia posta mi chiedo, sarà ella la prima o l'ultima delle donne?...,,
" Dopo ciò mi veniva a mente le mia posizione e la mia professione. Giovane, iniziato, incominciavo a procacciarmi una clientela, per la quale non basta la scienza, ma biso- gna una condotta severa. In ultimo, mi veniva a mente Al- fredo de Musset che, giovane, gravemente malato, forestiero, si affida alle mie cure e alla mia amicizia. Questi pensieri mi agitavano l'anima, e, tenendomi il capo fra le mani, mi pareva che il cervello mi andasse di qua e di là, come la spola del tessitore. Alzai gli ocelli, e mi vidi davanti il ritratto di mia madre morta un anno prima. Mi parea sen- tirla ripetermi un suo pensiero:— "Se troverai vivendo degli allettamenti che contrastino coi principii morali che ti ho ispirati, essi ti renderanno infelice,,. — Mi sdraiai sul letto e passai il rimanente della notte insonne, e tra- vagUato da queste contrarie idee, che lottavano dentro di me. Alle dieci del mattino, mi recai come di consueto a vi- sitare Alfredo de Musset, che incominciava a migUorare visibilmente, dopo aver corso gran pericolo di vita. La Sand non c'era: seduto al letto del paziente, e, discorrendo con lui, non osai richiedere dove fosse la sua compagna di viaggio, ma un movimento involontario mi faceva spesso guardare indietro come se la sentissi approssimarsi, e spiavo l'uscio di una stanza vicina, di dove mi aspettava vederla comparire.
Ò6 IL DRAMStA ALPBEDO DE MUSSET E GIORGIO SANO
"Erano però due desìderii contrarii in me; uno che ane- lava ardentemente dì vederla, l'altro che avrebbe voluto fuggirla; ma quest'ultimo era sempre perdente nella lotta. Ad un tratto, si aperse l'uscio che io guardava, e comparve Giorgio Sand, infilando nella sua piccola mano un guanto candidissimo, vestita d'un abito di raso color nocciuola, con un cappellino di felpa ornato di una bella piuma ondeggiante di struzzo, con una sciarpa di cachemire d'ottimo gusto parigino. Io non l'avea mai veduta cosi elegantemente ab- bigliata, e ne rimasi sorpreso, quando, avanzandosi verso di me con una grazia e una disinvoltura incantevole mi disse: — Signor Pagello, avrei bisogno che mi accompagna- ste a fare qualche piccola spesa, seppure non vi reco di- sturbo. — Io non seppi che borbottare: — che mi teneva onorato di mettermi al suo servizio come cicerone e come sensale. — Ci siamo congedati da Alfredo e siamo usciti insieme. Quando mi sentii all'aria aperta, mi parve di re- spirare più libero e parlai più disimpacciato, più sciolto. Ella mi disse come vivesse da qualche mese in relazione con Alfredo, e come avesse molte ragioni di lagnarsi di lui e come fosse determinata di non ritornare più in Francia con lui. Io vidi allora la mia sorte, e n'ebbi gioia e dolore; ma mi vi ingolfai ad occhi chiusi. Vi faccio grazia della lun- ghissima conversazione avuta colla Sand, passeggiando su e giù tre ore per la piazza San Marco. Parlavamo come parlano tutti in casi simili; erano le consuete variazioni del verbo amare. Ma, scorsi venti giorni, avvennero fatti più gravi „.
Dobbiamo ricorrere a Paolo de Musset, al libro Lui et elle, (ispirato da Alfredo e pubblicato dopo la morte del poeta), per cercare codesti fatti più gravi.
Nel Lui et elle, la scena che stiamo per riferire è traspor- tata a NapoU; il dottor Pagello, è cambiato in dottor Palma- riello, e 1 nomi del Musset e della Sand in quelli di Edoardo e di Olimpia....
Alfredo salvato dal Pagello - Suo racconto 97
Quando, per la prima volta, il dottor Pagello entrò nella camera di Alfredo, la Sand (secondo Lui et elle) gli si gettò fra le braccia gridando:
— Salvatelo!
Non ostante il turbamento dei sensi, il poeta, stupito dello slancio patetico, mormorò: "Perchè non iia ella ab- bracciato anche il vecchio?,,
Per sei giorni e sei notti, il poeta rimase in uno stato di esasperazione che reclamava una vigilanza continua. Il dottor Pagello mostrò molto zelo e passò due notti intiere al capezzale del paziente. Il poeta era già fra le braccia della morte. E come guari? Ah, egli attribuiva la sua gua- rigione a una pozione calmante che gli venne amministrata dal giovane dottore.... Ecco le parole precise da lui scritte, appena guarito, alla famigha desolata. " G'est un puissant narcotique; elle est amóre, comme tout ce qui m'est venu de cet homme, comme la vie que je lui dois. „
Riscotendosi dalla profonda letargia, il malato cominciò ad acquistare a poco a poco la percezione delle cose.
" Io sentiva (narrava Alfredo de Musset al fratello Paolo), freddi soffìi venirmi dal fondo del mio letto : un vapore ge- hdo, come se uscisse da una cantina o da una tomba, mi penetrava fino al midollo delle ossa. Concepii l'idea di chia- mare; ma non lo tentai neppure; tanto la sede del mio pensiero • era lontana dagU organi che avrebbero dovuto esprimerlo. All'idea che si potesse credermi morto e sep- peUirmi con quel resto di vita rifugiato nel mio cervello, ebbi paura; e mi fu impossibile darne alcun segno. Per fortuna, una mano, non so quale, levò dalla mìa fronte la compressa d'acqua fredda, e io sentii un po' di calore.
"Intesi allora i miei due infermieri consultarsi sul mio stato. Essi non speravano di salvarmi più,,.
La Sand prese uno specchietto e glielo pose davanti al viso. Egli scorse nello specchio una maschera che gh tornò ignota e lo spaventò; era il suo volto cadaverico.
Barbiera. Nella città dell'amore. 7
93 IL D1UM5IA ALFREDO DE MDSSET E GIORGIO SANB
" — Vedete dottore, — disse la Sand mostrando al Pagello lo specchietto appannato dall'alito dell'infermo: — egli re- spira ancora,,.
" Pagello (proseguiva Alfredo) s'avvicinò al mio letto, ne smosse la coperta e mi prese la mano per tastarmi il polso. Siccome egli era ritto in piedi, dovette sollevare alquanto la mia mano e il mio braccio. Il movimento, ch'egli mi fece fare, benché semplicissimo e naturale, era si brusco per la mia povera macchina, ch'io soffrii come se mi si avesse squarciato. Il tempo nel quale la mia mano restò in quella del medico mi parve un secolo. Io intesi chiaramente que- ste parole.
" — Se non è morto, poco manca.
" Il dottore non si prese la pena di posar adagio il mio braccio sul letto: egli lo abbandonò come cosa inerte. A tale scossa, io sentii tutte le mie ossa scricchiolare, tutti i miei nervi, tutte le mie fibre spezzarsi insieme: un tuono scoppiò nella mia testa, e io svenni.
" Ignoro quanto tempo, rimasi senza conoscenza. Allor- ché rinvenni, imbruniva. Un silenzio profondo regnava nella camera.
" Una servetta graziosa che noi avevamo soprannomi- nata Felicissima notte, perchè non mancava mai di augu- rarci con queste parole la buona notte quando ci portava il lume, bussò timidamente all'uscio. Le si gridò d'entrare, — e io conobbi che non ero solo. La ragazza posò due bu- gie accese sopra una tavola e quando essa pronunciò a bassa voce il suo solito augurio, domandò se bisognava servire il pranzo alla signora „.
La Sand le ordinò di tornare fra una mezz'ora. La servente uscì, e nella camera tornò il silenzio.
" Allora (continua il disgraziato) io scorsi un quadro che io stesso avrei preso per una visione d'infermo, se altre prove e le confessioni più esplicite non avessero cangiati i miei sospetti in certezza. In faccia a me, sul muro della
Odiosa visione Ò9
camera, vidi due grandi ombre proiettate dal lume delle bugie che si trovavano avvicinate in modo da formare un foco solo di luce. Queste due ombre rappresentavano una donna seduta sui ginocchi d'un uomo, e come rovesciata, con la testa indietro. Io non ebbi la forza di sollevare le palpebre per vedere l'alto di questo gruppo, dove la testa dell'uomo doveva trovarsi; ma questa testa che io cercava venne essa medesima a mettersi alla mia visuale. Essa si avvicinò a quella della donna e l'attitudine delle due ombre era quella d'un bacio. Confesso che, nel primo momento, il quadro non fece una viva impressione sul mio spirito in- tontito. Mi bisognò del tempo per capire la portata d'una tale rivelazione; ma ben presto arrivai per gradi allo stu- pore, all'indignazione e all'orrore.
'■'■Felicissima notte non tornò prima di otto ore di sera. Mentre ella stendeva la tovaglia, udivo il dottore che le fa- ceva moine, parlando il dialetto del suo paese. Egli aveva il cappello in testa e stava per uscire, quando la mia amata gli propose di desinare con lei. La servente aveva collocati tutt'i piatti sulla tavola ed era scappata. — Il dottore ac- cettò l'invito: prese un tondo, una posata, tirò fuori dalla sua tasca un coltello e si mise a mangiare colla disinvol- tura d'un buon compagnone. Mi ricordo che la conversa- zione passò sulle produzioni gastronomiche di Venezia, e ch'essi divisarono d'andare a pranzo insieme fuori di città.
" — Quando dunque — mi diss'io ascoltandoli — essi an- dranno a desinar soli fuori di città, sarà verisimilmente quando mi si avrà portato via, lontano da qui. Dunque, nel loro pensiero, io non esisto neanche più.
" E io pensai che i pranzanti facevano i loro conti senza l'oste. Bisogna credere che le forze cominciassero a tor- narmi, perchè mi è parso di avere sorriso. Provai a girare la testa sul capezzale, ed essa girò. Tanto successo mi rese si felice, ch'io avrei voluto chiamare i miei infer-
100 n. DRAMMA ALFREDO DE MUSSET E OIORaiO SANO
mieri e gridar loro: "Cari amici, sono vivo!,, Ma riflettei ch'essi non se ne sarebbero rallegrati, e li guardai fissi. Io li vidi bene tutti e due, l'uno dopo l'altro; e — io ebbi un bel cercare! — non trovai che un bicchiere solo sulla tavola.
"Debbo confessarlo con umiliazione: benché fremente di furore, io m'addormentai. L'onnipotente natura me l'ordi- nava, e io le obbediva. Dopo alcuni minuti, fui risvegUato da una mano che toccava la mia.
" — Va meglio ; — disse il medico. — Se continua cosi sino a domani, è salvo.
" E stavo meglio infatti. Il dottore si preparava a partire. Ella gli disse d'aspettare un momento. Tutti e due si riti- rarono dietro un paravento che nascondeva l'uscio, e io li perdetti di vista. Ella venne poi in stanza a cercare una candela per far lume al dottore. Si fermarono lungo tempo sulla scala. Mi ricordai allora il quadro delle due ombre unite, la conversazione del desinare, il particolare del bic- chiere dov'essi avevano bevuto tutti e due, ed ebbi per un momento la speranza d'aver viste tutte codeste cose in so- gno; ma la tavola era là, non era ancora sparecchiata; la si aveva spinta solo vicino al mio letto. Con uno sforzo su- premo, colle mani tremanti riuscii a levare il mio corpo. La mia testa si avanzò al disopra della tavola; non c'era che un bicchiere! Io ne aveva abbastanza,,.
Tale il racconto del poeta raccolto dal fratello in Lui et elle. ^)
In un giorno del dicembre del 1852 (erano quindi pas- sati diciotto anni da questa scena) Alfredo rinnovò al fratello Paolo lo stesso racconto, aggiungendo altri parti- colari. ^)
Ah! quell'unico bicchiere rimase come un incubo nella
1) Pagf. 133 e seguenti dell'edizione citata. ^ Z7ne histoire d'amour, p. 106.
L'orribile visione d'un bicchiere 101
vita d'Alfredo de Musset. Nella lirica A mon /rène reoenant d'Italie, il poeta, ricordando Venezia, esclama dolorante;
Toits snperbes! froids monuments! Lincenl d'or snr des ossemeiits !
Ci-gìt Venise. Là mon panvre coenr est reste!
Mon panvre coenr, l'as-tu tronvé Sur le cliemin, sons nn pavé, Au fond d'un verre?
Ma quale verità o, piuttosto, quanta parte d'allucinazioni d'infermo si mescolò nella visione atroce e nel lamentevole racconto dell'infelice? Ma è possibile che il Pagello, il quale era un giovane onesto, buono, e la stessa Sand abbiano potuto trascendere sino al cinismo più abbietto, sino alla scelleraggine, all'infamia? È possibile che abbiano potuto cenare lietamente accanto a un supposto moribondo? Bisogna essere idioti per crederlo, pur ammettendo ohe la passione imbestialisce talvolta i mortali. L'abbominevole fantasia d'un povero infermo fu creduta; poiché l'uomo è trascinato a cre- dere al peggio e all'assurdo.
IV.
L'Inverno del 1834 passò a Venezia dorato dal sole, e accarezzato da un'aura singolarmente mite. Il carnevale si svolse festosissimo e clamorosissimo. Numerosi forestieri; e maschere, maschere. I forestieri ricchi scendevano al- l' " Hotel Reale „ (Danieli), all' " Europa „ , al " Leon Bianco ^ il quale, allora era nel palazzo Loredan, oggi Municipio.
102 IL DRASrWA ALFREDO DE MnSSET E GIORGIO SAND
Scendevano altri all' "Albergo della Luna „ (dove aveva per- nottato Silvio Pellico avviato alle prigioni dei Piombi) o alla "Regina d'Inghilterra,, o alla "Stella d'Oro,, al "Pomo d'Oro „ alla " Fiamma d'Oro „ o al " Cappello Nero „ l'al- bergo più antico. Gli israeliti si ricoveravano all' " Albergo del Pellegrino „ diventato poi pasticceria. Durante gli ultimi giorni dei famosi carnevali, era diffìcile trovare un letto, un guanciale. La folla gioconda, susurrante, invadeva le vie. La lunghissima Riva degli Schiavoni, che si svolge ad arco, presentava uno spettacolo popolare tutto movimento, tutto colori, tutto brio indiavolato. Baracche di belve, dalle quali uscivano il barrito dell'elefante, il ruggito del leone ; barac- che di burattini con Pulcinella bastonatore; funamboli al- l'aperto; prestigiatori; innumerevoli rivenditori d'arancie nelle ceste adornate di nastri variopinti; rivenditori di dol- ciumi, di semi di zucca ii)brustoliti, di cui andava pago e ghiotto il popolino.
Ma ecco un fantastico apparato d'enormi, antichi piatti d'ottone, lavorati a sbalzo, istoriati, e disposti in ordine sim- metrico, quasi gerarchico, secondo la grandezza dell'aureo disco, sotto un'ampia, mobile tenda bianca inclinata. Ful- gidi piatti; fulgidi come soli sorgenti. Che cosa sono mai? Trofei di vittorie? Scudi di guerrieri delle leggende?... Sono 1 piatti aviti del celeberrimo Zamaria da le fritole. E le friiole (frittelle) vengono cotte in maestose padelle d'olio bollente tra nuvole graveolenti di fumo, da quel Zamaria biancovestito, dai gesti sacerdotali. E qual vocio , quali grida, quali canti accompagnati dalle chitarre, qual fra- stuono infernale, e tanto allegro, quando cala la sera! la folla cresce, se è possibile, ancor più; e ancor più il chiasso. I caffè a San Marco, pieni, fìtti. Le maschere arrivano a pe- netrarvi, e ad apostrofare questo, quello con motti, ai quali vien risposto con arguta prontezza. Nelle maschere si nota una tendenza curiosa. I masclii tendono a innalzarsi: rap- presentano i lustrissimi, i patrizii della caduta Repubblica;
Uno dei più allegri carnevali di Venezia 103
essi invitano a lauti banchetti, nel loro palazzo tutti, tutti; e tutti ai loro occhi sono miserabili, afamài, desparài. Le donne, invece, tendono ad abbassarsi: sono balie in cerca di bambini da allattare, cameriere in cerca di padroni, (e im- maginarsi quali offerte vengono fatte ad esse dai più audaci !) o sono vispe ortolanelle con le ceste di cipolle, di cavoli, carote, fiori; o snelle rivendugliole di robe fruste (ciara- babèj dell'isola di Durano, con la tonda sul capo: specie di mantiglia bianca, che dai fianchi dov'era legata, sahva sulla testa, incorniciando di viso. Costume orientale anti- chissimo, diffuso anche fra le donne chioggiotte.
Dappertutto strilli e il saluto in voce di falsetto: Bondì vedo ; anche se il salutato è un bimbo. E l'invito : Mascara Vieri qua! Me cognossisiuf... E: le balie: Gasiu putèi da laiarf... {lliìì bambini da far allattare?)
Ma ecco la compagnia mascherata dei Napoletani, che dovrebbero figurare i "lazzaroni,, partenopei; invece sono riccamente vestiti: camicie di seti, panciotti arabescati, brache di velluto nero. Agitano chitarroni dal lungo ma- nico {canocioni), in cima ai quali risplende un dondolante fanaletto ; e suonano lo strumento, o scuotono in alto le nac- chere cantando in coro canzonette partenopee.... col più puro accento.... delle lagune. Altra compagnia di maschere, i {bi:szarri) mattacchioni battono il cembalo, cantando in coro. Ed ecco guerrieri medievali con tanto di scudo; uomini ai- tanti vestiti da neonati; e medici in rigorosissimo abito nero, in perpetuo lutto per la morte dei loro poveri clienti.
Le classiche baule, nelle quali si nascondono, anche, dame e damigelle dell'aristocrazia, nereggiano misteriose, o scivolano nelle Procurane ; per intrecciare qualche avventura o per iscoprirla. E, nella calca crescente, s'avanzano le ma- schere dei gravi chioggiotti nel loro caratteristico costume peschereccio, imbastendo brani di discorsi dalla cadenzata cantilena dell'isola natia. Qua, un irrequieto Arlecchino, dalla parlantina burlesca, dai lazzi mordaci, vien saltellando; e
104 IL DRAMMA ALFREDO DE MUS8ET E GIORGIO SANO
s'incontra in un pomposo Pantalon dalla bazza prominente, in un Pulcinella bianco, in un Brighella bianco e verde. E allora, giù, fra essi, dialoghi scherzosi, e salti, strilli.
Nella vasta, meravigliosa piazza San Marco, allora tutta in giro illuminata da fanali a olio dai riverberi di latta acce- canti, si balla, si balla freneticamente, al suon di trombe, trom- bette, tamburelli; e i fuochi di Bengala, come h ritrasse ne' suoi notturni carnevaU il pittore Ippolito Caffi, fiammeggiano vestendo i monumenti di ammanti purpurei o verdi di sme- raldo, mentre i leggendari colombi, desti dai loro nidi sui cornicioni degli edificii, svolazzano sbigottiti qua e là.
Il gridio assordante sale, sale; è una frenesìa di frizzi, di pazzeschi abbracci; l'allegria eguaglia tutti, tutti fratelli! È un improvviso oblìo dì miserie, di dolori, a suon di zu- foli, e di fischietti insistenti, che sembrano fischiare il cat- tivo destino; e i due Mori di bronzo dall'alto della torre dell'Orologio, martellando sull'antica campana, contano gravi le ore della follia popolare, che piace ai dominatori austriaci, intenti ad ammollire i sudditi con le feste. Ep- pure anche le maschere, o dominatori, giovano alla concor- dia cittadina, che, nella riscossa del 1848, si fortificherà, sarà sublime! Oggi, ci affratellano le maschere; domani ci affratellerà l'amor di patria; oggi la spensieratezza, domani la resistenza titanica. Vedrete ! Un popolo che in Italia vanta la storia più grande dopo quella di Roma, saprà risorgere.
Il carnevale del 1834 andò famoso anche per gli spetta- coli teatrali. Nel dorato, elegantissimo teatro La Fenice, rie- dificato per intero, in dodici mesi, dopo l'incendio che lo distrusse, canta Giuditta Pasta, adorata come una divinità. La Sand la giudica, " testa di cammeo, ma gambe troppo corte,,. La vede in gondola, vestita, per la sua tirchieria, come una serva. ^)
Nel teatro San Samuele, l'attore Luigi Duse (nonno di
^)IIislohe de tua vie (1885), voi. IX, cap. 111.
Il nonno di Eleonora Duse - Veglie sontuose 106
Eleonora Duse la somma attrice) chiama foltissimo pubblico plaudente riproducendo il macchinoso ballo del napoletano Vi- gano, Prometeo, e recitando nelle immortali Baruffe chiozzotte del Goldoni. Ammannisce II gran diluuio universale (quello piccolo lo serba, forse, per la quaresima) ; e fa rìdere con la farsa Brighella e Giacometto confusi nel dare e nell'avere.
Giacometto? Era una maschera burlesca, abbandonata da molti anni. Luigi Duse la rappresentava con talento artistico speciale, ammirato dalla Sand "par sa justesse et sa so briété „. ^)
Affollatissimi anche gli altri teatri. E. fra un atto e l'altro, in platea, si sgusciano arancie profumate, si centellina vin di Cipro, si amoreggia,... mentre, nelle famiglie, a rumorose mense, si gustano i piatti tradizionali, riservati ai più gra- diti anni versarli della vita.
Arrivano uomini illustri. Fra gli arrivati del 1834, due maestri,. il Mercadante e il Nicolaj. E stranieri stemmati e avventurieri.
E le feste nei palazzi?...
Sul Canal Grande, sorge un palazzo, che apparteneva alla patrizia famiglia Grassi, costruito con parecchie scale se- grete al servigio d'occulti amori. In esso, nel Settecento, una Margherita Condulmèr, si divertiva a baciare e a farsi baciare dai servi, e lo raccontava ella stessa all'impassibile marito, missier Zuane Grassi. ^) Il palazzo venne ristaurato da un barone Simeone Sina, venuto dalla Grecia, che le lin- gue viperee del "Caffè Florian,, insinuavano avesse accu- mulato i mihoni assaltando le " diUgenze „. E il barone Sina offriva, in carnevale, ai personaggi aulici di Venezia, alla mi- gliore società titolata e ai più cospicui forestieri feste son- tuose di ballo mascherate. Ne offerse una appunto nel 1834.
') Histoire de ma vie, cap. cit.
*i Cicogna: codice 1166. E, Tassini, Curiosità veneziane (Venezia, 1887), 357.
106 IL DRAMMA ALFBEDO DE MCSSEX E GIOEGIO SASD
Sultani col turbante, Rebecclie senza pozzo, ma con ricchis- sime collane al collo; tartari, dame e zerbinotti veneziani del Settecento; Grandi di Spagna di prima classe (la seconda non è mai esistita) ondeggiavano in quelle sale, illuminate da lampadari di Murano, al suon dei violini.
Una volta per settimana, balli nel palazzo reale erano of- ferti dal viceré Ranieri, dalla vice-regina Elisabetta di Savoja Carignano, sorella di Carlo Alberto, splendente nel fiore della fresca bellezza. E pure lussuose danze ufficiali, nella dimora del conte di Spaur, governatore delle provinole venete; e danze in casa delle conlesse Mocenigo e Valmarana, e del conte Polcastro.
La baronessa Wetzlar aveva la passione dei balli in co- stume. In casa del Camploy, proprietario del teatro San Sa- muele, e Nini, altri balli; e la Cavalchina, (veglione masche- rato) brillantissima alla "Fenice,,. Nelle sale del Ridotto, dove tanti patrizii alla caduta della Repubblica si erano ciecamente rovinati al giuoco, maschere ancora, e danze vorticose, cla- morose veglie dai liberi baci e cene d'ebbre baccanci.
Alfredo de Musset, cosi a\1do di danze, di feste signorili e di piaceri, doveva rimanere, intanto, nella nuda cameretta d'albergo, in preda agli angosciosi pensieri.
V.
Poiché Alfredo de Musset possedeva anche il talento della pittura, che abbandonò per la poesia, incoraggiato a questa dal padre Uberale, non ci meravigliamo di trovare sue pagine nella Revue cles Deux Mondes del 1835, intorno al Salo ti parigino di quell'anno. Alfredo parla di Venezia, e racconta che aveva cercato di prendere In affìtto uno dei
Il poeta decide di mettere alle strette la Sand 107
palazzi Mocenigo, i soli ammobigliali di tutta la città, "et où avait demeuré lord Byron „. L'affitto non costava caro, sog- giungeva; "mais nous étions alors en hi ver, et le soleil n'y pénétre jamais,,.
Il sole che non penetrava era.... il denaro nelle borse del due amanti: era il corruccio clie sempre più h divideva.
No, non era più possibile, con le borse striminzite del- l'uno e dell'altra, continuare la vita alVHó^el royal Danieli. Il Pagello sentiva d'altra parte, imminente la bufera decisiva, e trovò per i due amanti due camere ammobiliate contigue in una calle a San Moisè.
E qui dobbiamo leggere un passo, vivamente dramma- tico, di Lui et elle; passo confermato dal racconto dello stesso Alfredo alla sorella; e raccolto nel hbro Une histoire d'amour.
Il dottore aveva avvertito un giorno Alfredo e la Sand che, nella sera, non sarebbe andato a trovarh, come soleva.
Alfredo ne approfittò per uscire da uno stato tormentoso: ne approfittò per chiedere una formale spiegazione alla Sand. Le domandò di confessarsi, alla fine, con sincerità e lealtà, amante del dottore. E, per costringerla, le narrò quanto egU aveva veduto e udito in quella notte.
— Non cercate più di negare; — le disse. — Voi non fareste che irritarmi. Siate sincera. Ditemi che voi amate quell'uomo, e diamoci la mano.
— Giammai! — gridò la Sand, saltando per la camera. — Io non sono né vostra amante, né vostra amica. Io sono una donna offesa. Non potrò mai soffrire che un pazzo con- verta in serie accuse gl'incubi del suo cervello. Io non pren- derò che il tempo di disingannarvi, bench'io disprezzi ogni giustificazione; e poi voi andrete per la vostra strada, ed io per la mia.
— Come vi piacerà, — riprese il poeta. — Domani, quando Pagello verrà, lo interrogherò. Vedremo se egh avrà più sincerità di voi. Ma non uscite di qui; non tentate di pre- venire il vostro comphce; altrimenti, io rifiuterò di sentire
108 IL DBAMMA ALFREDO DB MDSSET B GIORGIO BAND
la vostra difesa. Non illudetevi: io non sono più il povero amoroso di Firenze, i cui eccessi di gelosia vi servivano di passatempo. L'amore è morto. Voi siete partita da Parigi con un fanciullo: oggi, voi avete da fare con un uomo.
— Con un uomo sospettoso e ingrato, — riprese la Sancì, — con un energumeno, nemico della propria felicità. Io mi to- glierò da lui; io l'abbandonerò alla sua follia e a' suoi ri- morsi. Io lo annichilerò col mio sdegno.
— Giustificatevi prima: mi annichilirete poi, se potrete.
— Sì, ti annichilirò! T'insegnerò io a conoscere che la mia anima è superiore alla tua.
— È quello che si vedrà domani, nel confronto.
Non ostante la sicurezza di cui faceva pompa, la Sand temeva il confronto. Ella voleva tentare qualche ardita ma- novra peri bisogni della sua causa: prevenire Pagello, in- tendersi con lui, e combinare con lui le risposte ch'egli do- veva darle. Ma tale tattica era troppo visibilmente indicata dalla situazione, perchè il poeta non la indovinasse subito.
Un uscio separava le due stanze del nuovo appartamen- tino. Nel mezzo della notte, Alfredo si sveglia, e scorge un filo di luce abbasso dell'uscio della camera della Sand. Si leva adagio, indossa una veste, ed entra bruscamente nella stanza di lei. Un fruscio lo avverte ch'ella nasconde rapida una carta sotto il letto. Ella tiene un cartone sulle ginocchia, la penna fra le labbra, e il calamajo alla portata del suo braccio.
— Si può sapere a chi scrivete? — le domanda il poeta.
— Io non scrivo lettere; compongo.
— Avete una bella disinvoltura! Disgraziatamente, voi non avete nascosta abbastanza bene la vostra lettera. Ho udito il fruscio della carta. Perchè questa vostra ostinazione di concertarvi col Pagello? Invece di tutto questo, confes- satemi semplicemente il vostro nuovo amore ; e poi io scen- derò in una gondola, lascerò Venezia, e tornerò in Francia.
— Non speratelo, — grida la Sand con maggior furore. —
Minacele violente e paurose al poeta 109
Non sperate ch'io vi lasci partire, perchè andiate a rac- contare in Francia ciò clie vi passa per il cervello, di me, e presentare ai vostri amici le vostre visioni come realtà. 0 voi riconoscete il vostro abbaglio, o non uscirete più da Venezia.
— Vorrei ben sapere come voi m'impedirete d'uscirne.
— Facendovi rinchiudere.
— Rinchiudermi! E dove, adunque?
— In un manicomio; poiché io dirò che voi siete pazzo, e mi si crederà. Le persone di servizio àeW Hotel Danieli, che vi hanno visto in un eccesso di deUrio, testimonieranno ch'è la verità. Non occorre altro che una parola del medico, per farvi prendere e trasportare a San Servolo.
— San Servolo! Il manicomio di Venezia!
— Voi vi dormirete la notte prossima. Ecco perchè io voglio concertarmi con Pagello. Capite ora?
Il poeta raccontò sovente a' suoi amici che in quel mo- mento, i neri occhi della Sand lanciavano due fuochi cosi terribili ch'egli sì sentì dominato da lei. Pensava che quelle minacele potevano non esser vane; ch'egh si trovava in balìa d'una donna vendicativa e d'un medico amante di lei, e la sua immaginazione vivace, sovreccitata dal dolore, gli rappresentava l'interno d'un manicomio di pazzi : la cella, i cattivi trattamenti, la camicia di forza. E fu preso da tale ter- rore che fuggi nella sua camera balbettando:
— Sono perduto ! Sono perduto ! Essi mi faranno passare per pazzo, e io lo diventerò!
Lo spavento lo tenne sveglio. Nella notte, egli intese la Sand levarsi dal letto, aprire adagio la finestra e chiuderla. Codesti movimenti gli fecero supporre ch'ella rinunciasse all'idea d'avvertire il suo nuovo amante per iscritto, e ch'ella stracciasse la lettera e ne gettasse i pezzetti dalla finestra.
— Se io avessi (si disse egli) la forza e il coraggio di di- scendere nella calle sul far del giorno, vi troverei forse qualche frammento di quella lettera. Quel frammento con-
no IL DRAMMA ALFREDO DE MUSSET E GIORGIO SASS
terrebbe qualche parola significativa, e mi basterebbe per Isventare il loro complotto e confonderli tutti e due.
Quand'egli scorse i primi barlumi del mattino, Alfredo si vesti senza far rumore. Egli discese in punta di piedi. Tutto era quiete ancora nella casa, e Alfredo de Musset ne trovò la porta di strada spalancata.
Un po' stupito di cosa sì insolita, si guardò d'intorno. A tre passi nella calle, egli scorse una donna vestita d'una sottana bianca e d'un ampio scialle, con una cuffia da notte coperta da un fazzoletto di seta annodato sotto il mento. Ella, col corpo curvato in avanti, e con le mani sulle gi- nocchia, sembrava cercare a terra qualche oggetto smar- rito. Soffiava un vento gagliardo, e le onde del Canal Grande si frangevano contro la riva con tal fragore che la cerca- tiice non s'accorse del poeta che si avvicinava a lei. Egli le battè la spalla, dicendole d'un tono solenne come lo spet- tro in un racconto fantastico dell'Hoffmann, Il Maggiorasco:
— Giorgio! Giorgio! che vieni a far tu qui a quest'ora? La cercatrice trasalì, indietreggiando di due passi.
— Noi non troveremo i pezzetti della lettera, — continuò il poeta. — Il vento ha scopato questa calle tutta la notte. La tua spedizione non ha avuto buon successo: invece la mia è riuscita. Il nostro incontro sotto la tua finestra vai meglio d'uno scritto firmato da te. Donna, fa freddo! Tor- niamo a casa.
— No, — rispose la Sand. — Non tornerò. Sei stato tu che hai commesso l'imprudenza di venir qui, a quest'ora .Quest'ul- timo tratto di pazzia ti dà in mio potere. Rientra in casa, e aspetta ch'io torni col medico.
— Noi andremo a cercarlo insieme, — riprese Alfredo de Musset; — perchè io pretendo di non lasciarti un momento. Se tu mi accuserai di pazzia, lo farai in mia presenza.
— Ebbene, seguimi, adunque, se tu puoi.
Tutti e due si misero a correre. Ella saltò in una gon- dola, gridando al gondoliere d'andare al Lido.
Altra scena: nel cimitero degli ebrei 111
" Ma io arrivai (narrò il poeta) a gettarmi nella gondola a fianco di lei, e partimmo insieme. Ella non aperse bocca in tutta la traversata. Sbarcando al Lido, si rimise a correre saltando di tomba in tomba nel cimitero degli israeliti. Io la seguii, saltando come lei. Alla fine, ella si sedette sopra una pietra sepolcrale, e si mise a piangere di rabbia e di dis- petto. — Al vostro posto, — le dissi, — io rinuncierei a un' mi- presa impossibile. Voi non riuscirete a raggiungere il dottor Pagello senza di me, e a farmi chiudere fra i pazzi. Confes- sate piuttosto che voi siete una p.... — Ebbene, sì, — rispose ella. — E una desolata p..., — aggiunsi io. E la ricondussi vinta a casa. „
La Sand piangeva. Il poeta, a quelle lagrime, fu preso da clemenza e da compassione.
— Calmatevi, — le disse egli. — Dimentichiamo, se è pos- sibile, questa triste avventura. Io non vi dirò che vi perdono, perchè questa parola vi sembrerebbe un'offesa. Io desidero che voi siate felice. ^)
La Sand neW Misto ire de me vie, non ha una parola sui proprii amori. Non parla quindi della sue vicende erotiche di Venezia., delle scene violentissime.
Dal libro Lui et elle, e da quanto il Pagello mi scrisse, sembra che il poeta abbia tenuto veramente un discorso col dottore, ma senza ira; anzi, di perfetto buon umore, tal- ché la Sand, fingendo di credere placato e sereno il suo po- vero fanciullo, gli si buttò in ginocchio e gli disse:
— Oh! come la tua gaiezza mi fa bene! E il poeta:
— Il mio buon umore, o signora, non è che per farvi cacciare i tristi pensieri. Volete che vi canti qualche arietta?...
Tuttavia, la presenza del Pagello, che continuava assiduo le visite, lo esasperava al sommo. Divorato dalla gelosia,
1) Lui et elle, ed. cit., p. 145 e seguenti. P. Mabieton: Une histoire d'amour, p. 116.
112 IL OBAJIMA. ALFREDO DE MOSSET E GIORGIO SAND
alterato dai vini, parlava un linguaggio strano. Ed egli l'amava ancora quella donna, lamiva più furiosamente di prima. Qualche volta, le rivolgeva parole affettuose; ma cambiava subito tono e la trattava con disprezzo. Il dottor Pagello stava intanto osservando il volto di quel giovane geloso; e già ne aveva osservati altri; tanto è vero clie, nel 1831, aveva pub- blicato a Venezia un opuscolo cosi intitolato: La influenza delle passioni sul colorito della faccia — scritto con tratti ca- lorosi, specialmente là dove parla del volto della vergine e della gelosia.
A proposito di questa passione, il "mostro dagli occhi verdi,, dello Shakespeare; 1'" occhio senza palpebre,, del Balzac; di questa passione che monsignor della Gasa e Ber- nardo Tasso cantarono in due sonetti forse vissuti; e che Gabriele d'Annunzio rappresentò con rara potenza nel ro- manzo Il fuoco; di questa passione che il Rochefoucault difende e il Bòrne flagella, il dottor Pagello nota:
" Nell'estrema violenza di tale passione, non è raro veder " sulla faccia una tinta caldissima da una parte, e dall'altra "una freddissima; il che nasce per l'azione di un avvicen- " dato acceleramento e delle sospensioni che soffrono l'onde " dei colori caldi. „
Alfredo de Musset, amando ancora la Sand, non sapeva togliersi da lei. Lo stesso amor proprio offeso lo incatenava con vincoli più stretti a quella donna infedele, che non ve- deva l'ora di rimaner Ubera di lui, per abbandonarsi tutta al nuovo amore. Eppure, ella maltrattava talvolta il Pagello, e sorrideva ad Alfredo. Cosi giocava con due passioni.
— Io t'amo, io t'amo! — gridava talvolta Alfredo alla Sand. — Alla mia età non si guarisce d'una passione d'a- more in otto giorni!
Ma ella, alla fine, gli intimò di partire.
Alfredo si fece allora sommesso, umile, confidente, col suo fortunato rivale, e, in segreto, lo pregò di trovargh un domestico disposto a partire con esso per la Francia.
Partenza del poeta. - L'ultimo bacio 1Ì3
Il Pagello ne rimase commosso. Premaroso, trovò un gio- vanotto, certo Antonio, barbiere, senza famiglia, e senza pre- tese. Gli avrebbe fatta compagnia, l'avrebbe servito, gli avrebbe curata la barba. Era un tipo ameno quell'Antonio. Veneziano nell'anima, stava in continua, perpetua adora- zione della sua Venezia, che chiamava sempre: la bella Venezia.
Nella mattina del 29 marzo del 1834, il poeta di Rolla si congeda mestamente dalla Sand. È umiliato. Le dice di "meritare di perderla!,,
Al gondoliere, che deve condarlo a Mestre, prima di scen- dere nella barca, affida una lettera, incaricandolo di conse- gnarla nelle mani della signora. E attende la risposta. La lettera ripete qaelle parole: "sento che ho meritato di per- derti per sempre!,, Ed ella gh risponde subito in un bi- glietto scritto col lapis:
"Je ne veux pas que tu partes seni. Pourquoi se que- reller, uion Dieu? Ne snis-je pas tonjours le frère George, l'ami d'antref ois? „ 1)
n
Era il rimorso, era la pietà, era un avanzo d'amore quello che faceva scrivere alla Sand queste parole? 0 una nuova commedia?
La nuova coppia innamorata accompagnò Alfredo de Mas- set, con la gondola, sino a Mestre. Il tragitto, sulla laguna, fu silenzioso. I penosi commiati a Mestre si prolungarono. Alfredo scambiò l'ultimo bacio con la Sand, e si allontanò freddamente dal dottore.
I buoni amorevoU coniugi Lazzaro e Bianca Rebizzo sen- tivano pietà per la sorte del grande poeta. Cercarono quella stessa sera, ma invano, la Sand a Venezia, credendo che vi ritornasse da Mestre a tarda ora. Desideravano ch'ella dormisse quella notte nella loro casa, ripugnando ai loro
i)i2ej?ue de Paris, del l." novembre 1896.
Babbiera. Nella città dell'amore. 8
114 IL DRAMMA ALFREDO DE MDaSET E GIORGIO SANO
sentimenti delicati ch'ella passasse, insieme col nuovo amante, la notte; nella stessa notte, nella quale il povero tradito pativa solo, in un albergo ignoto, fra ignoti.
Invece, la Sand e il dottore avevano divisato di fare un viaggetto insieme nelle caratteristiche città del Veneto, cer- cando forse di dimenticare l'increscioso passato.
Nella sua prima tappa a Padova, Alfredo scrisse alla Sand :
" Tu m'cLS dit de partir, et je suis parti: tu m'as dit de vivre, et je vis. Ne doutes pas de mon courage. Ecris-moi un mot à Milan, frère chéri, Georges bien-aimé!„
E la Sand scrisse a Milano dove il poeta si sarebbe soffer- mato e vi si fermò, infatti, per poco tempo, riportando, al rovescio di lord Byron e dello Stendhal, uggiosa impressione della città di Sant'Ambrogio.
La Sand non potè non pensare ai disagi del lungo viag- gio, che Alfredo, tuttora debole per la recente malattia sof- ferta, e solo, doveva affrontare; e s'intenerì....
Intanto, il barbiere Antonio, preso da nostalgia acuta, non faceva che piangere e sospirare alla sua cara bella Ve- nezia, dalla quale s'era allontanato, per compiacere al dot- tor Pagello, e serviva fra i gemiti, alla peggio, il giovane padrone.
Compiuto il giro beato nel Veneto, che la rapiva, la Sand, ritornò a Venezia " con sette centesimi in tasca. „ E andò a vivere insieme con Pietro Pagello, piombando, ahimè! in mezzo a un nuovo serpaio di gelosie.
Infatti, il Pagello, aveva lasciato per lei una bellissima amante.... La troveremo più innanzi la povera sorella di Da- niele Manin.
Un moderno psicologo francese definisce la Sand una "mistica della passione „.^) Io la definirei una sensuale fanta- stica, avidissima di sempre nuove sensazioni erotiche, che
1) E. Seillière: George Sand, mystigue de la ^assbn, de lavali' tiqae et de l'art (Paris, 1920).
Misticismo della Sand - On turpissimo romanzo 115
non appaga mai. Ma è certo che il misticismo del collegio, e l'esaltazione romantica, attinta dal Rousseau, ripassavano talvolta per quella fantasia irrequieta. Tutta avvolta in un lungo velo nero, ecco entra nella basilica di San Marco; sì butta in ginocchio davanti a una antichissima jeratica imma- gine di marmo della Vergine col Bambino; marmo consunto dai bacì dei devoti, e dal tocco delle dita di mille e mille oranti; e là ella prega, prega.
Dinanzi a quella millenaria immagine, velata nelle pe- nombre del tempio, ardono di contìnuo candele votive e una lampada. Quante sventurate s'inginocchiarono dinanzi a quell'immagine rozza e consunta, che vide tante la- crime! E quante infelici pregano ancora, forse con l'in- quieta coscienza che turbava il tripudio del nuovo amore della Sand!
Ma "mistica della passione „ la Sand! Sarebbe possibile, se è vero ch'ella compose, insieme con Alfredo de Musset, il romanzo Gamiani ou deux nuits d'excès par Alcide ba- ron de M"*f... Codesta Gamiani è una contessa ancor gio- vane, ricchissima, invasa da un diabolico fuoco di libi- dine. Corrotta in un convento di forsennate, concepisce una trama infernale: sedurre una giovane pura, Fanny, e di farne una maestra di turpitudini. E vi riesce. Il romanzo, che comincia con una festa di ballo, passa per gli eccessi più bestiali dell'oscenità, e finisce con la morte simultanea delle due frenetiche baccanti in un delirio di perversione. La contessa Gamiani accusa l'Italia de' propri! orrori!... I bi- bliografi francesi affermano che la prima parte di Gamiani usci dalla penna d'Alfredo de Musset, e la seconda da quella della Sand. La diversa tempra dello stile lo farebbe supporre....
Gamiani reca, nella prima stampa, la data di Bruxel- les 1833; e la seconda ristampa reca la data di Venezia 1835. Più tardi se ne perpetrarono altre, con disegni d'uno spe- cialista del genere: Reps. Ora possiamo domandarci: quando
116 IL DRAMMA ALFREDO DE MPSSET E GIORGIO SAND
due amanti arrivano a imbrattarsi di tanto fango, possono parlare d'amore? Ne hanno il diritto?
Speriamo che, almeno riguardo alla Sand, madre, l'affer- mazione dei bibliografi sia fallace. Intanto, ell'aveva scritto Lelia (1833).
VI.
La Sand andò a convivere col Pagello, in una modestis- sima casa di certa Mezzani, nella Corte Minelli, a San Fan- tino; in quell'angolo della città, allora frequentato da ballerine, da cantanti, da filarmonici, addetti al grande teatro della Fe- nice, uno de' primi d'Italia allora, e a due passi appunto dalla corte Minelli. Ed ivi, sorge l'Ateneo Veneto, dove, ai primi del 1848, divampò con la parola di Nicolò Tommaseo il preludio della rivoluzione contro l'Austria.
La casupola è ancora qual'era nel 1834. Ma la Corte Mi- nelli, alla quale si accede per un basso, bujo sottopòrtego, presentava una volta un insieme pittoresco con le suo case vecchissime che furono demolite e rinnovate alla meglio.
Si chiama Corte Minelli dalla famiglia bergamasca di questo nome. I Minelli, salumaj arricchiti, diventarono no- bili nel 1650 mercè centomila ducati offerti per sostenere la guerra coi Turchi. La stirpe si spense prima della ca- duta della Repubblica. ^)
Nel romanzo artistico Consuelo (al V capitolo), la Sand, ritraendo la vita popolare delle corti di Venezia, prese a mo- dello, mi sembra, la Corte Minelli, popolata da poveri artieri,
i)TA83rNi: Curiosità Veneziane, (Venezia, 1887 (p. 464.
Misera vita d'amanti; ma.... la gondola! 117
da povere madri di famiglia, che stendevano la biancheria lavata ad asciugarsi su corde tirate da una finestra all'altra, come si usa anche adesso in certe parti di Venezia. Du- rante il giorno, capitava V improvvisatore, che vociava i suoi ditirambi sotto le finestre; seguiva il burattinajo, che pian- tava la sua mobile baracca, con Arlecchino, Pantalone, Bri- ghella; venivano i venditori ambulanti, e sparute compagnie di suonatori di chitarra, di violino e contrabasso; e vecchi mendicanti che recitavano flebili giaculatorie.
" Ma, alla notte, (soggiunge la Sand) quando tutto rientra nel silenzio, e la luna placida illumina e imbianca l'accoz- zaglia delle case di tutte le epoche, congiunte le une alle altre senza simmetria e senza pretensione, tagliate da forti ombre, piene di misteri nei loro sfondi e di grazia instin- tiva nelle loro bizzarrie, offre un disordine grandemente pittoresco. Tutto s'abbellisce sotto gh sguardi della luna: il più piccolo effetto d'architettura s'ingrandisce e assume carattere; il più piccolo balcone, coperto dai festoni della vite, si dà delle arie di romanzo spagnuolo e vi riempie l'immaginazione delle belle avventure dette di cappa e spada „.
Nel misero appartamentino, l'autrice di Lelia, che Vittor Hugo saluterà un giorno " la grande Femme „ lavorava, non ostante il chiasso della Corte Minelli. Lavorava fu- mando la pipa, il cui fumo l'avvolgeva in una nuvola come un idolo orientale. Assai sobria nel cibo, le bastava, talvolta, per pranzo, un piatto di pesciolini che acquistava alla porta di casa Mezzani, da qualche lacero pescivendolo ambulante, e che friggeva ella stessa.
Eppure, l'autrice di Lelia non rinunciava alla gondola. Prese al proprio servizio un vecchio gondoliere zoppo, onestissimo. Quello deW Hotel Danieli era, invece, un bric- cone. Gettava in canale le lettere che la Sand gli affidava, intascandone il denaro ricevuto per l'affrancatura. In quelle lettere ella informava, quasi ogni giorno, con pietose bugie,
118 IL DRAMMA ALFBEDO DE MUSSET E GIORGIO BAND
la madre d'Alfredo sul corso della sofferta malattia, la po- vera madre presaga, che spasimava e ignorava il peggio; e non riceveva notizie.
Ma torniamo alle Memorie del Pagello; memorie che non taciono quah ombre gli scendessero sul cuore, durante quel- l'avventura:
" La Sand venne a stabilirsi (egli narra) nel mio piccolo appartamento a San Fantino. Venezia non è Parigi, ed es- sendo io conosciuto da molti, l'avventura fece chiasso. Quattro giorni dopo, mio padre mi scriveva una lunga let- tera da Castelfranco, nella quale mi facea le più ragionevoli osservazioni sul falso passo ch'io avea fatto, ed ordinava nel tempo stesso a mio fratello Roberto, che abitava con me, di allontanarsi dal mio alloggio e dal mio consorzio, sinché mi durasse quella relazione. Questa prima amarezza era da me preveduta, e la tollerai se non in pace, con suf- ficiente ostentazione,
" Così vivemmo insieme da febbrajo ad agosto. Io atten- deva la mattina alle cure della mia professione; ella scri- veva il suo romanzo, intitolato Jacques, dove mi finge pro- tagonista, esagerando il mio carattere morale. Scrisse pure, anzi lavorammo insieme, le Leitres d'un voyageur, dove dipingemmo più a modo suo che a modo mio alcuni schizzi sui costumi di Venezia e de' contorni della città. Quando non scriveva, si occupava volentieri di lavori donneschi pei quaU aveva particolar gusto e destrezza; volle persino addobbare una stanza tutta di sua mano: cortine, sedie, sofà, ecc. Non so che cosa mai avrebbe fatto con le sue mani. Sobria, economica, laboriosa per so, era prodiga per gli altri. Non trovava un povero cui non facesse elemosina, e credo che i suoi grandi guadagni saranno stati prodigati in gran parte per altri, forse senza discernimento, forse a degli scrocconi e viziosi, perchè la sua generosità non avea modo: era tale che la faceva spesso versare in bisogno col guadagno di dieci mila franchi all'anno. Cosi, ella stessa mi
Come componeva la Sand - La chiave d'un romanzo 119
confessò e lo vidi, e lo seppi da alcuni suoi veri amici one- stissimi a Parigi.
" De' mìei clienti, e de' miei amici, fra i quali molte distinte persone, alcuni incontrandomi per via sorridevano, altri stringevano le labbra guardando, e persino schivavano di salutarmi, quando comparivo sulla piazza con la Sand al mio braccio. Alcune signore mi complimentavano mali- gnamente. La Sand, con quella percezione, che le era pro- pria, vedeva e intendeva tutto, e quando qualche piccola nube passava sulla mia fronte, sapeva dissiparla all'istante col suo spirito e con le sue grazie incantevoli „.
La grande scrittrice componeva usando una scrittura regolare, forte, serrata, invariabile ; non vi scorgevi la danza dei nervi. Confidava all'amico suo che, componendo ro- manzi, si sentiva condurre rapida la mano da una forza superiore e <